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CHIESA E MEA CULPA
tratto dal n. 03 - 2000

«Solo il fatto del perdono permette il riconoscimento del peccato»



Le risposte del cardinale Joseph Ratzinger alle domande dei giornalisti durante la conferenza stampa


Un momento della conferenza stampa, svoltasi il 7 marzo scorso

Un momento della conferenza stampa, svoltasi il 7 marzo scorso

Nell’ambiente ecclesiastico ci sono delle perplessità sull’efficacia del messaggio che viene lanciato. Il nostro, si dice, è il tempo della superficialità e della fretta. Molti fedeli non sanno niente di teologia. Il nostro è anche il tempo delle semplificazioni giornalistiche che hanno diversi motivi. I fedeli dicono: «Se la Chiesa di oggi si pente per gli errori della Chiesa del passato, la Chiesa di domani potrebbe pentirsi per gli errori della Chiesa di oggi. E allora quale credibilità dobbiamo dare noi alla Chiesa di oggi?».
JOSEPH RATZINGER: La Chiesa oggi, con questo documento, non condanna la Chiesa del passato; essa riconosce le radici delle proprie deficienze del passato, e lo fa proprio per far luce sulla situazione attuale, sulla necessità di pentirsi, di convertirsi.
La Chiesa ha viva coscienza che in essa si trova il peccato, e ha sempre lottato contro l’idea di una Chiesa unicamente dei santi. Conosciamo le grandi lotte contro i donatisti, i catari, ecc. Proprio per farci riconoscere ciò, il Signore si trova nella navicella con i peccatori fin dall’inizio.
Anche i Vangeli ricordano il peccato della caduta di Pietro. Si tratta di una confessione di peccato ripetuto, che ha dovuto far arrossire Pietro. La troviamo nel Vangelo di Marco, che è stato un po’ ispirato da san Pietro stesso, ed è la confessione più dura di questo peccato.
Perciò la Chiesa di oggi, con questo atto di pentimento, non dice che il peccato era nel passato e che noi siamo puri, per poi aspettare che solo domani si scoprano i nostri peccati, ma dice: nel cuore della Chiesa, e soprattutto in me, si trova il peccato, e perché la Chiesa sia penetrabile dalla grazia divina, io stesso devo aprirmi a questa grazia e confessare pubblicamente che i peccati, già radicati nel passato, costituiscono il mio presente. Tuttavia il Signore sa agire e sa fare il bene, tramite la Chiesa. Questa navicella rimane sempre la sua, e anche il campo con la zizzania rimane il suo. Anche se la zizzania è molta, anche se la rete contiene pesci scadenti, cattivi, essa rimane la sua. Riconoscere il peccato è un atto di sincerità attraverso il quale possiamo far capire alla gente che il Signore è più forte dei nostri peccati.
Mi viene in mente un aneddoto che si racconta a proposito del cardinale Consalvi, segretario di Stato di Pio VII. Gli è stato detto: «Napoleone intende distruggere la Chiesa». Risponde il cardinale: «Non riuscirà, neppure noi siamo riusciti a distruggerla».
In che modo questa grande cerimonia, questa confessione del mea culpa può aiutare anche lo slancio di rievangelizzazione con cui si apre il terzo millennio?
Il primo dei peccati è la divisione fra i cristiani, allora, proprio giorni fa sul Sinai il Papa ha ripetuto con forza la necessità di questo dialogo con i capi delle altre Chiese e con i teologi delle altre Chiese per ristudiare le forme del ministero papale. Dopo la Ut unum sint che cosa è stato fatto in concreto per questo dialogo, oppure che cosa si farà perché ci sia questo dialogo con i capi delle altre Chiese cristiane, per rivedere le forme di esercizio del ministero papale?
RATZINGER: Probabilmente non sono la persona più competente per rispondere alla seconda domanda, ma mi riferisco subito al primo punto.
Io penso che questo atto di purificazione della memoria, di autopurificazione, di apertura alla grazia del Signore, che sprona ad agire bene, serve anche per renderci credibili davanti al mondo.
Tutti vedono e sanno, anche senza la nostra confessione, che abbiamo fatto il male e che siamo peccatori, però vedono anche che c’è il dono del perdono, e c’è quindi una forza di riconciliazione che va oltre le deficienze permanenti dell’umanità.
Penso che la sincerità di questa confessione, la sincerità nel presentarci non come se fossimo i grandi eroi del mondo, ma come persone di buona volontà, anche se peccatrici, con il messaggio che non è fatto da noi, ma che viene dall’Altro, può provocare più efficacemente le forze di riconciliazione di cui il mondo, dappertutto, ha tanto bisogno.
Mi sembra quindi che la dimensione del perdono e della riconciliazione, la capacità di rinnovamento dopo ogni peccato, risplendono fortemente in questo atto. Esso sarà certamente un elemento importante dell’evangelizzazione, che è sempre riconciliazione con Dio e tra gli uomini. Quando gli uomini sono riconciliati con Dio, anche tra loro ritrovano la pace. San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi ci esorta, con il grido dell’evangelista: «Riconciliatevi con Dio!»; «Lasciatevi riconciliare con Dio!» (2 Cor 5, 20). È questo il segno della riconciliazione offerta a tutti noi.
Quanto al dialogo ecumenico, abbiamo visto nel Sinai i due aspetti della situazione attuale: da una parte la grande e commovente ospitalità e amicizia dei monaci, che fa capire come realmente sono persone che vivono nello spirito di Cristo, e dall’altra parte la barriera che per il momento non concede di pregare insieme al Papa. Abbiamo visto quindi la situazione attuale nella sua drammaticità e nelle sue speranze.
Posso dire che sia il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani sia le singole conferenze episcopali con i loro strumenti, fanno il possibile per tenere vivo il dialogo con i fratelli separati e per favorire l’incontro reciproco, dove scaturisce, con i ricordi del passato, lo spirito di riconciliazione, di cui tutte le parti hanno bisogno; la purificazione della memoria; la necessità di un nuovo inizio. Solo con la disponibilità a purificarsi da questo passato, da quanto abbiamo detto l’uno contro l’altro, possiamo aprirci a un rinnovamento di riconciliazione al quale tutti aspiriamo.
Penso quindi che sia dal punto di vista istituzionale, sia dal punto di vista delle persone coinvolte, si fa il possibile per aderire al gesto del Signore che invita tutti a una tavola comune.
La tempesta (1633), Rembrandt, Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

La tempesta (1633), Rembrandt, Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

Lei pensa che questo documento sia più ampio di quello intitolato Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah? Quel documento parlava di peccati di fratelli e sorelle della Chiesa, ma non della Chiesa. Lei pensa che questo documento sia una confessione più ampia?
Ratzinger: Sono due documenti molto diversi sia a livello di autorità (quello era un documento della Santa Sede ) sia a livello di tematica (quello era orientato al problema di questo passato recente). Il documento della Commissione teologica internazionale, come è stato detto, è un documento di teologi, non del Magistero. Esso ha lo scopo di accompagnare e di approfondire con una riflessione teologica il fatto di questo atto di penitenza del Santo Padre.
Mi sembra che è un servizio della comunità teologica ai cristiani, perché possano leggere e interpretare meglio la profondità e l’estensione di questo gesto, senza nessuna pretesa di essere completi. Si potrebbe dire molto di più, tuttavia esso offre una chiave di lettura per poter capire meglio le necessità pastorali della Chiesa di oggi.
Il temporalismo della Chiesa nelle forme del passato costituisce una colpa?
Ratzinger: Parlando del cosiddetto temporalismo io avevo accennato a Dante che vede da Costantino fino a Filippo il Bello una catena di peccati nell’alleanza col potere. Generalmente sappiamo bene che la relazione tra la Chiesa che vive nel mondo e il potere temporale pone dei problemi e quindi implica sempre la possibilità di posizioni errate, ma nello stesso tempo dobbiamo confessare che la Chiesa (e questo per me è il segno decisivo) è sempre rimasta la Chiesa dei martiri (i martiri sono quindi la vera apologia della Chiesa), nonostante i peccati che conosciamo tutti. La Chiesa è rimasta unita al Signore crocifisso, e non fa un’opposizione fondamentale allo Stato ma riconosce lo Stato.
Oggi abbiamo letto nel Vangelo: «Date a Cesare quello che è di Cesare» (Mt 22, 21). La Chiesa ha sempre riconosciuto lo Stato come un ordine necessario da rispettare. Nello stesso tempo, però, ha anche riconosciuto che c’è un limite nel potere imperiale mondano, verso il quale la Chiesa deve opporre la testimonianza del martirio. Nonostante tutte le mancanze che ci sono state, la Chiesa da una parte ha sempre saputo riconoscere i diritti dello Stato, ma anche ha sempre avuto, con la grazia del Signore, la forza per il martirio.
A questa dinamica del chiedere perdono, del riconoscere i peccati, deve corrispondere un perdono. Allora come si può sapere che la Chiesa riceve il perdono da questa confessione?
RATZINGER: È nella coscienza fondamentale della Chiesa che al rito liturgico del Confiteor risponde il Misereator. È una preghiera che contiene la certezza che se la nostra confessione è stata sincera il Signore ci accetta. È la certezza del perdono che permette la franchezza della confessione. Se non c’è il perdono che cosa rimane? Anche il peccato non ha più una spiegazione e possiamo forse trovare rifugio nella psicoanalisi per ridare pace alla nostra anima abbattuta. Mi sembra invece che solo il perdono, il fatto del perdono, permetta la franchezza di riconoscere il peccato. Inoltre, la certezza che Dio ci perdona, ci rinnova, fa parte essenziale del Vangelo.


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