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MEDIO ORIENTE
tratto dal n. 07/08 - 1999

ISRAELE. Il nuovo premier e la ripresa del cammino verso le riconciliazioni

La triplice mano tesa


Ipotesi sul dialogo simultaneo di Israele con Siria, Libano e palestinesi


di Igor Man


Barak con il presidente palestinese Yasser Arafat durante il summit dell’11 luglio scorso ad Erez, sul confine  israelo-palestinese

Barak con il presidente palestinese Yasser Arafat durante il summit dell’11 luglio scorso ad Erez, sul confine israelo-palestinese

Cè spazio per l’ottimismo, ancorché moderato, e tuttavia nubi procellose restano in agguato nel cielo del Medio Oriente. Consumati quasi tutti i 45 giorni che la legge metteva a sua disposizione, Ehud Barak, il nuovo premier israeliano, ha formato un governo di ampia coalizione e si accinge ad affrontare l’«irrisolto, fondamentale nodo della pace», come egli stesso ha dichiarato alla Knesset. Del governo di coalizione fanno parte sei partiti che danno (teoricamente) al premier 75 voti sui 120 dei parlamentari e questo grazie anche all’apporto (molto discusso) degli ultraortodossi dello Shas alla cui partecipazione si sono vanamente opposti i laici del Meretz, proprio sino all’ultimo. Triplice mano tesa di Barak: alla Siria, al Libano, ai palestinesi, ha titolato un giornale al quale ha fatto eco la stampa libanese osservando che per fare la pace basta una mano sola, purché pulita. Ma verso chi questa mano – una sola e pulita – dovrebbe tendersi per prima? Sembrava (e sembra) scontato che dovrebbe tendersi incontro a quella di Arafat. Per una ragione molto semplice: l’applicazione degli Accordi di Oslo (dei quali è garante il presidente degli Stati Uniti) è stata ritardata e successivamente bloccata con rude arroganza dal precedente governo israeliano, quello di “Bibi” Netanyahu. Gli Accordi di Oslo, sostanziati da quelli sottoscritti successivamente a Wye Plantation, prevedono nell’immediato il ritiro delle forze israeliane dal 13 per cento della Cisgiordania occupata. Codesto ritiro presume il congelamento degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme. Ebbene, nelle recenti dichiarazioni in cui affermava di comprendere lo stato d’animo dei palestinesi che anelano alla propria terra, Barak non è andato oltre la retorica (incoraggiante finché si vuole ma sempre aria fritta). Nessun accenno agli insediamenti, nessun accenno al ritiro dalla Cisgiordania. Di più: Barak si è deciso a telefonare ad Arafat solo dopo una sollecitazione (privata) e una bacchettata (pubblica) del presidente Clinton, che si vuole abbia “molto irritato” l’ex generale.
Va qui ricordato come durante la fase ultima della formazione del nuovo governo siano accaduti due fatti importanti in Medio Oriente: uno negativo, l’altro positivo. Il bombardamento del Libano, con Beirut oscurata e terrorizzata, dopo la pioggia di razzi spediti dagli hezbollah (le milizie sciite del Partito di Dio) sulle case dell’Alta Galilea. Per provocazione, secondo Gerusalemme (dove, giusta la legge, governava ancora “Bibi”), per ritorsione secondo gli hezbollah. In verità quell’insano bombardamento sul già felice Paese dei cedri voleva essere un “contentino” all’esercito di Israele che in lunghi e feroci 14 anni non è riuscito ad avere ragione di quei guerriglieri che definisce terroristi mentre loro si autoproclamano “patrioti-irredentisti”. Il ritiro annunciato clamorosamente, e in pratica già iniziato, delle forze armate di Israele dal sud del Libano benché sia in fatto una operazione interna, nel senso che le pressioni esercitate dalle “mamme ebree” sullo stato maggiore militare sono all’origine della drammatica decisione, ha una certa valenza politica sul piano internazionale sicché potrebbe agevolare una trattativa di pace fra israeliani e libanesi.
E veniamo all’accadimento positivo: esso consiste nello scambio di carinerie fra il neoeletto Barak e il presidente siriano Hafez el Assad. Scambio di carinerie: “soldato onesto”, “leader saggio” e via adulando, con assicurazione finale, reciproca, di volere la “pace dei bravi”.
In Medio Oriente si è sempre detto che senza l’Egitto non si può far la guerra, senza la Siria non si può far la pace. Quattro anni fa Rabin, il soldato della pace assassinato da un pio studente integralista perché rejef (rinnegato, secondo la Torah), riuscì ad avviare una promettente trattativa con la Siria. L’attuale premier, Barak, prese parte a quel negoziato in qualità di capo di stato maggiore delle forze armate. Da buone fonti sappiamo che ci fu accordo «sul 70 per cento degli “accorgimenti di sicurezza”», fra la Siria e Israele. La tragedia della morte di Rabin, aggravata dalla erratica politica di “Bibi”, volta soltanto a sabotare una pace che comportasse un prezzo anche minimo da pagare, ha congelato quell’importantissima bozza preliminare d’accordo.
Il presidente siriano Assad. In Medio Oriente si è sempre detto che senza l’Egitto non si può fare la guerra, senza la Siria non si può fare la pace

Il presidente siriano Assad. In Medio Oriente si è sempre detto che senza l’Egitto non si può fare la guerra, senza la Siria non si può fare la pace

Ed ora, dopo le carinerie, al ritorno di Barak da Washington, il filo di quella trattativa, invero storica, potrebbe riannodarsi. Magnifico. Ma c’è un “ma”. Non vorremmo che, fatte salve le sue buone intenzioni, l’ex generale Barak, detto anche il “piccolo Napoleone” e altresì “fulmine”, affrontando innanzitutto il dossier Siria (al quale è fatalmente legato il problema del Libano, Paese sul quale Assad esercita un droit de regard accanito), finisca col mettere in secondo piano l’applicazione degli Accordi di Oslo, lasciando in anticamera Arafat. Verosimilmente a lungo. Perché se è vero che sul 70 per cento delle clausole di sicurezza, importantissime, esiste già un (perfettibile) accordo fra Tel Aviv e Damasco, è anche vero, come Barak ha ribadito prima di partire per gli Usa, che la trattativa con la Siria va condotta nell’ambito delle due famose risoluzioni del Consiglio di sicurezza: la 242 e la 338. Entrambe non hanno chiarito mai se lo sgombero (israeliano) debba avvenire dai territori occupati ovvero da territori occupati. Non sarà facile, pertanto, con tutta la buona volontà, arrivare a una soluzione equa e accettabile circa il ritiro dal Golan (dove, fra l’altro, prosperano fiorenti kibbutz israeliani), in tempi brevi.
Possiamo credere che Barak voglia e possa trattare contemporaneamente su tre tavoli (Siria, Libano, palestinesi)? Sembra difficile, non ci riuscirebbe neppure la dea Kali. E allora? È legittimo il sospetto che scegliendo (come sembra probabile) di privilegiare la trattativa con Assad, il generale Barak voglia prendere tempo con i palestinesi. Attenzione: non soltanto per l’avversione (condivisa da Assad) che porta ad Arafat ma per obiettive difficoltà. La più drammatica ha un nome squadristico: i coloni. Prepotenti, arroganti, sempre armati, non pochi di origine americana e non sempre di autentica ebraicità, hanno trasformato i territori dove spadroneggiano in una sorta di Far West mediorientale, coi palestinesi a fare i pellerossa. Costituiscono una bomba a tempo non facile da disinnescare (erano il cruccio di Rabin). Anche perché fra di loro ci sono ragazzi in assoluta buona fede mandati a colonizzare la Terra dei Padri: così è stato detto loro ed essi sono certi di adempiere a un precetto moral-religioso. E come fai a dire a costoro: ci siamo sbagliati, non vale, sgomberate? Per aggirare l’ostacolo si vuole che Barak intenda rispolverare il famoso Piano Allon, varato dopo la guerra dei sei giorni. Codesto Piano, per dirla spiccia, significa l’annessione, da parte di Israele, del 40 per cento dei territori occupati nel 1967.
Se anche Arafat, messo alle strette, pressoché allo stremo delle sue forze fisiche, accettasse la riedizione del Piano Allon «non avremmo la pace bensì un espediente fasullo che prima o poi scoppierà in faccia a tutti», come scrive il giornalista israeliano Zvi Schuldiner. Una miserabile federazione di “bantustan” gestita da funzionari palestinesi amministrativamente “disinvolti”, non avrebbe certo i connotati della pace vera. «C’è chi pensa che la pace possa essere acquistata con lo sconto, che la sicurezza possa essere acquisita prima della pace e che si possa fare la pace lentamente. Sono i tre errori più grandi. La pace si paga – la sicurezza è una conseguenza e non un presupposto –, fare la pace è un processo del cuore che pretende slancio e attenzione»: sono parole di un amareggiato Shimon Peres. Amareggiato perché relegato in un “Ministero dello sviluppo per il Medio Oriente” che rimane al momento un oggetto misterioso. Preoccupato perché non ha ancora la certezza che Barak si sia liberato (riesca a liberarsi) dei dogmi che ancora intossicano l’establishment israeliano.
Il 75 per cento degli israeliani si è rassegnato all’idea di convivere con uno Stato palestinese, giacché è questo l’obiettivo finale degli Accordi di Oslo. Anche i politici, anche i governanti di Israele lo sanno. Il problema è se siano disposti a pagare il prezzo (giusto) che ciò comporta, ovvero rimangano schiavi del dogma Eretz Israael.


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