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RISORGIMENTO E DINTORNI
tratto dal n. 07/08 - 1999

La castità regale


Quando a Pio IX vennero fatte leggere le iscrizioni funerarie che si intendevano porre a lato del catafalco in occasione della solenne messa di trigesimo per il defunto re Vittorio Emanuele II, il Papa propose ironicamente di aggiungerne una: «Dilexit castitatem»


di Giulio Andreotti


Pio IX

Pio IX

Senatore di diritto nella prima legislatura come ex parlamentare non compromesso (1909-1929) e dal 1957 alla morte senatore a vita per dieci anni, l’anziano onorevole Giuseppe Paratore era una miniera di ricordi personali, che ascoltavamo affascinati e divertiti. Tra questi vi era un episodio riguardante la morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta il 9 gennaio 1878. Il ministro dell’Interno Francesco Crispi aveva ritenuto opportuno far conoscere in Vaticano il testo delle iscrizioni funerarie che si intendeva porre al lato del catafalco, in occasione di una solenne messa di trigesimo. L’inviato speciale, barone Monti, aveva riferito che, attesa la delicatezza della questione, era stato accompagnato presso lo stesso Sommo Pontefice trovandolo molto stanco, ma vivace e polemico. Con qualche disagio il barone aveva annotato i pungenti commenti di Pio IX alle singole lodi: «“Amò la libertà”: infatti disse il Papa noi siamo prigionieri; “Amò la giustizia”: infatti ha preso quello che non è suo». E così via. Ma il finale era stupendo: «Richiesta Sua Santità di un giudizio globale ha detto di ringraziare il signor ministro per l’attenzione usatagli e ha proposto una piccola aggiunta per farne un monumento di verità: dilexit castitatem».
Paratore, che più tardi era stato segretario particolare ed esecutore testamentario di Crispi, conservava gelosamente una copia di questo rapporto, il cui originale non so se e dove si trovi. Ho rinvenuto però un atto che induce a ritenere che si rinunciò a collocare le iscrizioni commemorative.
Si tratta di un verbale della Segreteria di Stato (Congregazione affari straordinari) datato 31 gennaio 1878 e approvato in udienza dal Pontefice.
Ecco il testo.
«Esequie da farsi nella Chiesa del Panteon il trigesimo della morte di Vittorio Emanuele.
In seguito alla Congregazione tenuta dagli E.mi Padri intorno ai provvedimenti da prendere per i funerali e sepoltura del Re V. Emmanuele, dovendo per autorità del Governo compiersi solenni funerali il trigesimo della morte nella Chiesa del Panteon, a richiesta dell’E.mo Vicario si adunarono i dicontro E.mi, onde risolvere i seguenti quesiti provenienti da persona venuta da lui per trattare delle esequie in parola.
La detta persona ha dichiarato all’E.mo Vicario che il Re Umberto desidererebbe moltissimo che tali esequie fossero proibite, ciò potendo obbligarlo a portar via la salma del defunto suo Padre a Superga. Pur tuttavia il medesimo Cardinal Vicario fu d’altronde prevenuto che la mentovata proibizione avrebbe senza dubbio avuto per risultato delle manifestazioni ostili di riguardo del Clero e della medesima Religione. Furono quindi proposti a risolvere agli E.mi Padri i seguenti quesiti.
1. Se dovesse il Cardinal Vicario permettere o proibire le esequie?
2. Che cosa si dovrebbe fare se si volesse eseguire il progetto messo avanti dai giornali di porre attorno al gran catafalco da erigersi in Chiesa trentadue statue rappresentanti le provincie d’Italia?
3. Come avrebbe dovuto contenersi l’Autorità Ecclesiastica rapporto alle iscrizioni tanto al di dentro che al di fuori della Chiesa?
Riguardo al primo quesito tutti gli E.mi Padri convennero che non si potevano proibire le esequie, volendo rimanere coerenti al principio secondo il quale la sepoltura ecclesiastica fu concessa al Re.
Al secondo quesito fu risposto: dovere il Cardinale Vicario chiamare subito a sé il Canonico Anziano per dichiarargli che se si volessero mettere in Chiesa emblemi politici avrebbe proibito ogni funzione.
Si venne infine alla risoluzione del terzo quesito e dopo aver discusso sull’opportunità di dire all’Anziano che nessuna iscrizione potrebbe essere messa in Chiesa se non fosse prima approvata dall’Autorità Ecclesiastica si trovò che tale dichiarazione era inopportuna, perché mai l’Autorità Ecclesiastica e la risoluzione avrebbe potuto convenire sul senso delle stesse iscrizioni e che per conseguenza si dovesse chiamare l’Anziano e dichiarargli che l’Autorità Ecclesiastica non avrebbe tollerato iscrizioni di sorta».


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