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EDITORIALE
tratto dal n. 11 - 1998

Paolo VI e l’Europa



Giulio Andreotti


Due giornate di studio si sono svolte a Milano il 27 e 28 novembre, promosse dalla Fondazione Paolo VI presieduta dal fedelissimo segretario particolare di papa Montini, monsignor Pasquale Macchi. Ha svolto una documentata prolusione il cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini. Il tema era: l’Europa.
Riporto gli appunti della relazione a me affidata sulla parte avuta, nella costruzione europea, dai politici di ispirazione cattolica.
Continuità. Vi è una linea europea, che Paolo VI raccoglie dai suoi predecessori (cito Benedetto XV, un pontefice troppo dimenticato, e Pio XII) e sarà poi sviluppata da Giovanni Paolo II.

BENEDETTO XV
(23 maggio 1920)
«L’aurora della pace risplende finalmente sui popoli, ma troppi motivi di profonda amarezza permangono. Se quasi dappertutto si è messo fine alla guerra e si sono sottoscritti trattati di pace, non si sono sradicati i germi di antiche discordie». «L’auspicio è la riduzione delle spese militari» per «rendere impossibili nell’avvenire guerre tanto disastrose o almeno ritardare al massimo possibile le minacce e assicurare a ciascun popolo, entro le sue legittime frontiere, la sua indipendenza e nello stesso tempo l’integrità del suo territorio».
Il Papa però ricordò un tratto di storia importante: l’Europa era passata dai popoli barbari dell’inizio alla società omogenea definita Europa cristiana che «senza distruggere le caratteristiche proprie di ciascuna nazione, doveva tendere all’unità, sorgente della sua gloriosa prosperità».

PIO XII
(11 novembre 1948)
«Non c’è più tempo da perdere... È ora che si faccia una unione europea. Si chiedono alcuni se non sia già troppo tardi. Ci attendiamo dalle grandi nazioni del Continente che sappiano fare astrazione dalla loro grandeur del passato, per attestarsi su una superiore unità politica ed economica».

PAOLO VI
(29 maggio 1968)
«Abbiamo la gioia di felicitarci con voi della Cee e di Euratom – che siete l’Europa in cammino – di felicitarci con voi per l’eccellente e paziente lavoro cui vi siete dedicati; grazie al quale sono state sormontate una a una – attraverso le vicissitudini proprie di tutte le imprese umane – tutte le difficoltà che si oppongono alla realizzazione dell’unione europea, unione che tante persone di saggia ispirazione considerano non solo come desiderabile ma come necessaria e urgente, prima di tutto sul piano economico e in seguito se possibile – beninteso nel rispetto delle diversità imposte dalla storia – sul piano politico».
Pur ribadendo la propria… incompetenza, specificò di essere informato – da profano – del notevole abbassamento delle tariffe doganali, anche più consistente delle previsioni, della libera circolazione all’interno dei sei Paesi, dei prodotti agricoli e industriali, delle persone, delle imprese, dei servizi, dei capitali; della messa in opera di politiche economiche e sociali comuni: tutto questo con una previsione di aumenti notevoli nella produzione industriale e degli scambi commerciali tra i sei Paesi e all’esterno dei sei. In breve l’Europa dei Sei con i suoi 180 milioni di abitanti sta per divenire in virtù delle istituzioni che si è data un fattore economico di primaria importanza per il retto equilibrio della società umana.
«Questa riuscita ha un’altra felice conseguenza; ha un valore di esempio e di forza di attrazione. Altre nazioni dentro e fuori l’Europa sono attratte nell’orbita della comunità europea; alcune concludono accordi di associazione (!) che saranno sicuramente benefici per l’una e per l’altra delle parti in causa».
«È ormai un movimento che si presenta come irreversibile».

GIOVANNI PAOLO II
(11 novembre 1988)
«Enuncerò tre campi in cui sembra che l’Europa unita di domani, aperta verso l’Est del continente, generosa verso l’altro emisfero, dovrebbe riprendere un ruolo di faro nella civilizzazione mondiale:
– innanzitutto, riconciliare l’uomo con la creazione, vegliando sulla preservazione dell’integrità della natura, della sua fauna e della sua flora, della sua aria e dei suoi fiumi, dei suoi sottili equilibri, delle sue risorse limitate, della sua beltà che loda la gloria del Signore;
– poi, riconciliare l’uomo con i suoi simili, accettandosi gli uni con gli altri quali europei di diverse tradizioni culturali o correnti di pensiero, accogliendo gli stranieri e i rifugiati, aprendosi alle richieste spirituali dei popoli degli altri continenti;
– infine, riconciliare l’uomo con se stesso: sì, lavorare per la ricostituzione di una visione integrale e completa dell’uomo e del mondo, contro le culture del sospetto e della disumanizzazione, una visione in cui la scienza, la capacità tecnica e l’arte non escludono, ma suscitano la fede in Dio.
Signor presidente, signore e signori deputati, rispondendo al vostro invito di rivolgermi alla vostra illustre Assemblea, avevo dinanzi agli occhi i milioni di uomini e donne europei che voi rappresentate. È a voi che essi hanno affidato il grande compito di mantenere e di promuovere i valori umani, culturali e spirituali che corrispondono all’eredità dell’Europa e che saranno la migliore salvaguardia della loro identità, della loro libertà e del loro progresso. Prego Dio di ispirarvi e di fortificarvi in questo grande disegno».



In quanto all’apporto dei cattolici democratici allo sviluppo dell’Europa unita basterebbe ricordare che nell’uso corrente, recepito dagli storici ed anche nelle enciclopedie, è consacrato il trinomio Adenauer-De Gasperi-Schuman. Ma è anche da non dimenticare quella che era al momento dei Trattati di Roma la presenza cattolica dichiarata nei parlamenti. Belgio: 46% (37% socialisti e 11% liberali), Italia: 42% (14% socialisti e 22% comunisti), Lussemburgo: 40% (32% socialisti e 22% liberali), Paesi Bassi: 49% (28% socialisti e 10% liberali), Germania: 50% (31% socialisti e 7% liberali).
Diversa la posizione della Francia. Il Movimento repubblicano popolare, dopo tre elezioni nelle quali aveva toccato il 28% (contro un 28% dei socialisti e un 18% dei comunisti), era sceso nel 1951 al 12% per far posto ai gaullisti che da un 20% dello stesso anno e del 1958 arrivarono pochi anni dopo quasi alla maggioranza assoluta. Rimasero sulla scena figure importanti di democratici cristiani ma non la Democrazia cristiana.


Paolo VI non negò il suo incoraggiamento esplicito ai militanti della Dc. Cito due passi.
Ai delegati dell’Unione internazionale giovani democratici cristiani, il 29 gennaio 1964:
«C’è qualcosa di più interessante e di più prestigioso di un movimento spirituale, storico, sociale e politico come quello che voi vivete? Chi dice gioventù dice vigore, sincerità, gioia, conquista dell’avvenire; e Noi siamo d’altra parte persuasi che voi date alla parola democrazia il suo migliore e autentico significato, che è il riconoscimento della dignità della persona umana, della eguaglianza di tutti gli uomini e della loro costante e fraterna collaborazione in vista del bene di tutti, specialmente di quelli che sono i meno favoriti».
All’Ufficio politico dell’Unione europea dei democratici cristiani l’8 aprile 1973:
«Non occorre che lo sottolinei, la Chiesa cattolica non è legata ad alcun sistema o ad alcun partito politico. Sul terreno loro proprio la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti l’una dall’altra e autonome. Ma le due comunità sono a diverso titolo al servizio degli stessi uomini. E la Chiesa tiene in grande considerazione e stima l’attività di quanti si consacrano al bene della cosa pubblica ed assolvono ai carichi per il servizio di tutti. Esorta anzi i cattolici competenti a prendere coscienziosamente parte a questo servizio; e riconosce il concorso positivo che possono apportare ed anche il ruolo che tutti i cristiani sono chiamati ad avere nel campo politico. L’attività che voi dispiegate all’interno di formazioni politiche si colloca in una prospettiva di umanesimo cristiano; e – come affermano i vostri Statuti – deve trovare la sua sorgente di ispirazione e la sua guida nella vostra competenza in materia politica, economica, amministrativa e sociale; e nel giudizio morale della vostra coscienza. Per parte sua la Chiesa, se non deve dare garanzie su questi programmi o suggerire la adozione di tali mezzi tecnici, mette al servizio dei cittadini e degli uomini politici, davanti alla loro coscienza un certo numero di criteri che essa giudica indispensabili per la realizzazione di una politica giusta, feconda e durevole, favorendo il pieno sviluppo delle persone e delle comunità».


Non accedo alla tentazione di riportare altri testi di Paolo VI ma è importante sottolineare che, oltre la Comunità europea (che sarebbe divenuta Unione europea), il Papa incoraggiò esplicitamente il Consiglio d’Europa, l’Unione europea occidentale, organismo di carattere militare (cfr. discorso del 23 giugno 1964 alla decima assemblea dell’Unione tenutasi a Roma), la stessa Alleanza Atlantica (cfr. discorso del 31 gennaio 1971 al Nato Defence College).
Ma una attenzione tutta particolare Paolo VI portò all’Atto unico di Helsinki, capolavoro illuminato di cooperazione tra tutta l’Europa e tra la stessa Europa e il continente nordamericano (Usa e Canada).
Citerò solo un passo dall’Angelus domenicale del 27 luglio 1975:
«Questa nostra, per così dire, conferenza stampa domenicale, offre oggi, come tema del nostro spirituale interesse, un atto internazionale di rilevante importanza, la Conferenza per la sicurezza europea, la quale, in questa settimana, concluderà ad Helsinki, in Finlandia, la sua terza fase, con un “atto finale” sottoposto alla firma di 35 rappresentanti di Stati ad alto livello, compresi fra i quali quelli degli Stati Uniti, del Canada, dell’Unione Sovietica e, con essi, il nostro delegato, quello della Santa Sede, monsignor Casaroli, che già partecipò come membro ufficiale, alla prima fase della Conferenza stessa, nel 1973.
È un impegno multilaterale, significativo per la pace e per la cooperazione internazionale, perché indica un comune proposito, dei Paesi firmatari, di evitare il ricorso alle armi, proprio quando ancora si sta cercando di evitare l’impiego di quelle più micidiali (forse avete sentito parlare delle difficili trattative del cosiddetto Salt), e quando, come in questi mesi, fremiti di conflitti armati interni ed esterni turbano la vita di diversi popoli e sembrano insidiare la fragilità della pace, mentre di nuovo insorgono dissidenti psicologie politiche e rivalità collettive che non preludono certo a serene prospettive.
La pace, con la concordia, con la fraternità fra le nazioni, avrà ad Helsinki, con le sue promesse di integrativa e leale giustizia, una sua solenne affermazione. Dobbiamo accoglierne con speranza l’avvenimento proprio per far progredire quella psicologica, quella pedagogica della Pace a cui deve essere rivolta l’umana convivenza e la moderna civiltà. Che una presenza, sui generis, di un rappresentante della Santa Sede sia bene accolta in questa Conferenza di Helsinki, accresce la comune fiducia e richiama ogni cristiano cosciente a suffragare con la propria preghiera l’esito sincero e felice dell’avvenimento. Per questo fine sia oggi la nostra preghiera».


Tra le relazioni sottolineo quelle del professor Eugenio Nasarre Goicoeches, con una analisi molto penetrante dell’atteggiamento di Paolo VI verso la Spagna; e del professor Jacques-Dominique Durand con una brillante ricostruzione del lavoro di monsignor Montini negli anni della Segreteria di Stato.
Il tempo che passa nulla fa dimenticare dell’opera di Paolo VI prima e durante il suo pontificato. Ed è giusto anche non dimenticare l’educazione “popolare” ricevuta e sofferta in famiglia.


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