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EDITORIALE
tratto dal n. 11 - 1998

«Si tratta di favorire l’incontro dell’uomo europeo con la persona vivente del Signore Gesù»



Brani dell’intervento del cardinale Carlo Maria Martini al convegno Montini e l’Europa


«Continuando nella scia del pensiero precedente e, in particolare, degli interventi di Pio XII, Montini vede la fede cristiana come anima dell’Europa e, quindi, il cristianesimo come retaggio ed eredità della storia europea e suo criterio di unificazione. Basterebbe ricordare, a tale proposito, quanto Paolo VI diceva ai vescovi europei il 18 ottobre 1975: “Ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo, in questo mondo dell’Europa. Oh! Certo, come ai tempi di Diogneto, essi devono proporre la loro testimonianza in condizioni di povertà, nell’incomprensione, nella contraddizione, anzi nella persecuzione. Ma se il loro fermento ha l’umiltà del Vangelo, ne ha altresì tutta la forza, come portatore di salvezza per il tutto”.
Si deve notare, però, che questo riferimento all’anima cristiana dell’Europa escludeva, per Paolo VI, ogni nostalgia del Medioevo e della sua cristianità, per puntare piuttosto sui contenuti, ultimamente riconducibili ai diritti della persona umana, che costituiscono quel “patrimonio umano, morale e religioso, ispirato in gran parte dal Vangelo, che ha assicurato e continua ad assicurare a tale continente una irradiazione unica nella storia della civiltà” (Al Gruppo democratico cristiano del Parlamento europeo, 14 ottobre 1964).

Il tema dell’anima cristiana dell’Europa cui Paolo VI aveva fatto esplicito riferimento e la precisa prospettiva pastorale che giustificava e guidava il suo interesse per l’Europa diventano sprone anche per noi a porci il problema del rapporto tra Europa e cristianesimo e a interrogarci sui compiti e sulle prospettive della nuova evangelizzazione.
A riguardo del primo tema citato, oltre all’approfondimento di questioni di ordine storico, si tratta di mostrare come l’Europa merita attenzione anche da un punto di vista propriamente teologico, dal momento che la sua storia e la sua vita – come quelle di ogni altro uomo, popolo e continente – interpellano la fede cristiana, la cui vicenda non può in nessun modo essere disgiunta dalla storia dell’umanità, con la quale essa si intreccia. Nello stesso tempo occorrerebbe chiedersi se l’Europa come tale ha qualche cosa di originale e di peculiare da dire in riferimento al cristianesimo e quale sia o possa essere il suo ruolo specifico in proposito. Si tratta, cioè, di dare spazio a un’adeguata e approfondita riflessione teologica che cerchi di precisare se si può parlare di un senso ultimo per l’Europa e di un suo valore permanente nella storia o se, invece, ci troviamo di fronte a fatti e a vicende puramente contingenti.
In secondo luogo, a riguardo della prospettiva pastorale che deve guidare il nostro interesse per l’Europa, il rimando è oggi inevitabilmente al tema della “nuova evangelizzazione’’, che ritorna molto spesso negli interventi di Giovanni Paolo II. Alla luce della Dichiarazione finale del primo Sinodo dei vescovi per l’Europa, deve essere sempre più nitida in ciascuno di noi e nelle nostre comunità la coscienza che la nuova evangelizzazione costituisce la missione propria della Chiesa nel nostro continente. Come Chiesa, infatti, non possiamo ridurci ad essere semplici agenti generici di civiltà, seppure di una civiltà più genuinamente umana. Abbiamo, piuttosto, da annunciare il Vangelo nella sua interezza e secondo la precisione dei suoi contenuti e dobbiamo aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a vivere secondo lo stile delle beatitudini in un rapporto di adesione personale al Signore Gesù. In questo senso, “l’Europa non deve oggi semplicemente fare appello alla sua precedente eredità cristiana: occorre infatti che sia messa in grado di decidere nuovamente del suo futuro nell’incontro con la persona e il messaggio di Gesù Cristo” (cap. II). Si tratta, dunque, di favorire l’incontro dell’uomo europeo con la persona vivente del Signore Gesù, un incontro che si apre all’esperienza del discepolato, la provoca e la sostiene. A tale incontro è anche finalizzato il secondo Sinodo speciale per l’Europa, che si celebrerà fra un anno (settembre-ottobre 1999) e che avrà come tema: “Gesù Cristo vivente nella Chiesa, sorgente di speranza per l’Europa”.

Per concludere, vorrei tornare al sogno montiniano descritto nel discorso per la benedizione della statua di Nostra Signora d’Europa a Motta di Campodolcino: “Saliti qui in alto, abbiamo davanti a noi la maestosa visione di un grande panorama. Abbiamo una visione geografica sulla quale il nostro sguardo e il nostro animo si posano in una maniera diversa da quella con cui si posò lo sguardo dei nostri predecessori, dei nostri antenati, abituati a vedere anch’essi queste grandezze della natura e della mano di Dio, ma a vedere in questi monti, in queste valli, in queste strade, degli ostacoli, dei segni di separazione. [...] Noi, invece, pur avendo la stessa fisica visione, giungiamo ad una conclusione diversa. Se i fianchi di una valle sono due, essi sono fatti per guardarsi, per essere quasi fratelli l’uno dell’altro, e se la terra è solcata dai fiumi, essi sono fatti per essere itinerario comune ai nostri passi e ai nostri commerci. E se le montagne si ergono così alte che sembrano chiamarci alle loro cime, così son fatte perché vogliono essere punti di convergenza e non di distanza fra popolo e popolo. Il nostro sguardo diventa sognante. Non guardiamo più il panorama fisico, ma la distesa umana che lo occupa; guardiamo la vita dei popoli accampati su questa terra e fermiamo la nostra attenzione su quei popoli che costituiscono l’Europa. [...] Bisogna che la pace domini sopra questa immensa distesa di terra e di popoli. [...] L’unione, che sta delineandosi e che oscilla, da stagione a stagione, tra una conclusione che sembra felice e una delusione che sembra mortale, è fragile e precaria, prodotta piuttosto da forze estrinseche che la vogliono, che non palpitante da interiore vitalità propria ed autonoma. I responsabili di questa unità non intendono cedere nulla della loro sovranità; andiamo quindi verso una pace che può essere equivoca e friabile, ma il giorno in cui una circolazione libera di pensiero e di amicizia, di una cultura comune dovesse fondere i diversi popoli, l’unità spirituale diverrebbe realtà. Abbiamo bisogno che un’anima unica componga l’Europa, perché davvero la sua unità sia forte, coerente, sia cosciente e benefica. [...] La visione dell’unità religiosa dell’Europa ci si configura dinanzi, ma sembra quasi un’utopia, sembra un sogno irrealizzabile, una invocazione impossibile. Eppure la sua possibilità, direi, la sua necessità ci è sussurrata da questo esame molto fugace, quasi in visione aerea, ma in una visione sincera, dei dati che sono sul tappeto della nostra indagine: è l’Europa stessa che la reclama”.
Anche da parte nostra, oggi, c’è bisogno di lasciarci ispirare e guidare da forti idealità, da quell’ideale moderno, saggio e rispondente al momento storico che stiamo vivendo, che Giovanni Battista Montini ha nutrito personalmente e proposto autorevolmente».

Cardinale Carlo Maria Martini


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