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UN RICORDO DEL CARDINALE HAMER
tratto dal n. 11 - 1998

L’incontro con un amico


L’arcivescovo di Boston ricorda il cardinale Jean-Jérôme Hamer a due anni dalla scomparsa: «La nostra amicizia, sebbene fosse molto forte da parte mia, e penso anche da parte sua, non era un’amicizia alla quale sia stato possibile dedicare molto tempo. Ci siamo presi il tempo che abbiamo potuto ed è stato bellissimo»


del cardinale Bernard Francis Law


L’ultima volta che ho incontrato il cardinale Hamer è stato l’anno della sua morte. Ero a Roma per un breve periodo e gli feci visita nel suo appartamento. Era troppo malato, eppure è stato come se in qualche modo la fine sia giunta improvvisa. Rimasi scioccato quando seppi della sua scomparsa. Naturalmente se lo avessi visto frequentemente forse non sarei rimasto così scioccato. Dopo quella visita, la prima cosa che seppi fu che era morto. Quando morì, venni da Boston per il suo funerale, e sono stato molto contento di aver ricevuto da padre Capaccio il cordoncino appartenuto al cardinale per la mia croce pettorale. Padre Capaccio era suo confratello e suo amico buono e fedele. Andai al Gemelli per la veglia con padre Capaccio e vidi anche le suore e pregai con loro. Ho concelebrato la messa a San Pietro ed è stata una esperienza molto commovente. Ho potuto esservi presente e questo ha dato un senso compiuto alla mia amicizia.
L’amicizia con il cardinale Hamer risale a non pochi anni fa. Ci siamo incontrati appena dopo il Concilio Vaticano II. Allora ero un semplice sacerdote e lavoravo per la Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Ero il segretario – direttore esecutivo come si diceva – della Commissione della Conferenza episcopale degli Stati Uniti per gli affari ecumenici e inter-religiosi. In quel tempo padre Jérôme Hamer faceva parte dello staff del Segretariato vaticano per l’unità dei cristiani.
Ci siamo conosciuti dal momento che io venivo a Roma per lavorare con lo staff del Segretariato. Inoltre ho avuto contatti con lui al tempo dell’Assemblea del Consiglio mondiale delle Chiese ad Uppsala, cui partecipai come delegato. Non sono sicuro che anche Hamer facesse parte di quella delegazione ma nella fase preparatoria lavorammo assieme. Insieme partecipammo ad un incontro a Bogotá, in Colombia, di esperti in affari ecumenici provenienti da tutta l’America Latina. Io venni invitato dal Celam a motivo dei rapporti che intercorrono tra la Chiesa statunitense e l’America Latina per quel che riguarda le questioni ecumeniche; lui partecipò come membro del Segretariato per l’unità dei cristiani.
Successivamente padre Hamer è venuto ad un incontro, nell’ambito del dialogo col Consiglio mondiale metodista, tra lo stesso Consiglio e il Segretariato per l’unità dei cristiani che si è tenuto negli Stati Uniti, in North Carolina, in un campeggio presso un lago di montagna. Padre Hamer era allora segretario del dicastero vaticano per l’unità dei cristiani, mentre io ero stato nominato membro della delegazione cattolica presente all’incontro. Dopo quell’incontro facemmo insieme un viaggio in macchina. Guidavo io – lui fu molto coraggioso a venire con me – e andammo dal North Carolina alla Louisiana, dove lui visitò un seminario della comunità battista del sud. Poi ci fermammo in un monastero benedettino in Louisiana dove avevo studiato. Quindi venne con me nel Mississippi – ero sacerdote lì all’epoca – e conobbe mia madre. Insieme trascorremmo così una bella vacanza.
Ricordo un episodio particolare. Eravamo insieme in Louisiana e come sacerdote – beh, è sempre stato sacerdote, ma non era vescovo ancora – era interessato al movimento del Rinnovamento carismatico, un fenomeno in crescita nella Chiesa. Andammo insieme a un gruppo di preghiera di carismatici cattolici. Lui vestiva l’abito domenicano e prima che il gruppo cominciasse a pregare, disse: «Penso che sia giusto dirvi che sono piuttosto scettico riguardo al vostro movimento». Fu molto franco, ma dopo aver detto ciò, rimase molto colpito dalla profondità di fede, dalla profonda sincerità e dalla profondità di preghiera, anche se poteva non essere in tutto il suo modo di pregare. La sua mente e il suo cuore erano stati capaci di vedere Dio all’opera in questo gruppo, e per me è stato un momento molto rivelatore. Da una parte Hamer voleva mettere in chiaro che il suo approccio a questo fenomeno non era senza riserve, ma d’altra parte era molto aperto in quanto desideroso di vedere come Dio stava operando lì. Fu una buona lezione, devo dire, per me.
Il cardinale Hamer aveva fama di esser molto severo, ma penso che era semplicemente molto franco. Non gli piaceva perdere tempo in chiacchiere. Penso anche che fondamentalmente fosse uno studioso. Predicare è certamente un carisma dell’ordine domenicano (Ordo praedicatorum), e non l’ultimo se si pensa a sant’Alberto Magno e a san Tommaso d’Aquino, ma una parte di questo predicare avviene attraverso lo studio. Lui era uno studioso e penso che qualche volta il suo modo franco era più un riflesso del suo essere uno studioso – c’era in lui un fare riflessivo, una certa timidezza che era erroneamente interpretata come un distacco. Non ho mai avvertito questo in lui. Ho trovato anzi che aveva un meraviglioso senso dell’umorismo, e pungente.
Negli anni successivi Hamer divenne segretario della Congregazione per la dottrina della fede. Quando ero a Roma gli facevo sempre visita. Nel 1973 divenni vescovo ed ebbi occasione di venire a Roma. Parecchie volte sono stato ospite nel suo appartamento nel Palazzo della Congregazione. Lui venne a Boston per la cerimonia della mia intronizzazione come arcivescovo e abbiamo mantenuto una solida amicizia negli anni. Quando ne avevamo la possibilità stavamo insieme e avevamo sempre delle conversazioni di sostanza. Ho guardato a lui come guida autorevole. Il suo libro sulla Chiesa come comunione è stato molto significativo; e rimane tale, rimane molto importante. Certamente è un concetto molto importante per capire la Chiesa, e deve essere ricordato per questo.
Con Hamer discutevamo di ecumenismo perché avevamo un grande interesse per il tema. Io mi considero magari un povero suo studente, ma comunque uno studente. Mi vedo non come suo pari ma come suo allievo nel movimento ecumenico. Per me è molto istruttivo che Hamer sia entrato in questo movimento ecumenico con il suo grande lavoro La Chiesa come comunione. Il suo era un ecumenismo da cattolico, profondamente radicato nella tradizione cattolica. Nella dinamica della nostra amicizia ho fatto mio il seguente leitmotiv riguardo all’ecumenismo, e cioè che il modo migliore con cui avrei potuto servire il movimento ecumenico era di essere me stesso, quanto più fermamente possibile radicato nella tradizione cattolica, e articolando ciò quanto più chiaramente potevo. Questo è il contributo che deve esser dato: non si contribuisce al movimento ecumenico diminuendo quello che si è o tacendo le differenze – bisogna affrontare le differenze, bisogna essere espliciti in questo. Penso che questo sia stato l’approccio del cardinale Hamer, ed è certamente il modo con cui io stesso vorrei svolgere il mio lavoro.
Eravamo soliti parlare anche dello status della teologia. Anche qui, non sono mai stato un teologo di professione, come era lui, e così l’approccio era di nuovo come quello di uno studente di fronte ad un professore. Ma sentivo che potevo condividere e verificare le mie preoccupazioni e idee con le sue. Non vorrei andare oltre, perché non vorrei dire qualcosa che non rendesse giustizia al suo pensiero. Vorrei solo dire che personalmente mi ha giovato moltissimo averlo come guida autorevole in certe questioni.
Quando Hamer era segretario della Congregazione per la dottrina della fede ho avuto qualche responsabilità nella questione degli ex pastori episcopaliani che negli Stati Uniti erano entrati in piena comunione con la Chiesa cattolica e che, pur essendo sposati, desideravano essere ordinati sacerdoti per servire la Chiesa cattolica. I vescovi degli Stati Uniti ricevettero richieste in tal senso e rimettemmo la questione alla Santa Sede, indicando che noi avremmo accettato che la Santa Sede trattasse con favore queste richieste. Dopo una lunga vicenda, su cui non voglio dilungarmi, alla fine il Santo Padre, Giovanni Paolo II, diede una risposta positiva, e il dicastero competente fu la Congregazione per la dottrina della fede. L’arcivescovo Hamer ne era segretario e io venni nominato dalla Santa Sede delegato ecclesiastico riguardo questa questione negli Stati Uniti. I vescovi statunitensi potevano riferire su questi casi alla Santa Sede attraverso di me, che successivamente li sottoponevo alla Congregazione. Nel corso di questi procedimenti ho avuto modo di lavorare con Hamer. Dopo, quando Hamer è stato prefetto della Congregazione per i religiosi, discutevo con lui sullo status della vita religiosa, che ha le sue luci e le sue ombre, le sue pene e le sue gioie. Di tutto questo abbiamo parlato.
Si sa come vanno queste amicizie... lui era un uomo molto impegnato e quando non era preso dai suoi doveri di ufficio si dedicava ai suoi libri e scriveva. Nei suoi incarichi per la Santa Sede – nel Segretariato per l’unità dei cristiani, poi nella Congregazione per la dottrina della fede, forse meno ma sempre a un certo livello, e poi certamente come prefetto della Congregazione per i religiosi – doveva viaggiare. Come vescovo di una Chiesa locale anche io avevo molte responsabilità. La nostra amicizia, sebbene fosse molto forte da parte mia, e penso anche da parte sua, non era un’amicizia alla quale sia stato possibile dedicare molto tempo. Si sarebbe sempre voluto avere più tempo. Ci siamo presi il tempo che abbiamo potuto ed è stato bellissimo.

Nostra traduzione dall’inglese


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