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UN RICORDO DEL CARDINALE HAMER
tratto dal n. 11 - 1998

Oltre ogni attesa


Questo testo è stato pubblicato su Il Sabato, n. 20, 1993 e ripubblicato in: Luigi Giussani, È, se opera, supplemento a 30Giorni, n. 2, febbraio 1994


Un articolo del cardinale Jean-Jérôme Hamer apparso nel libro È, se opera


Mi colpisce la tesi centrale del libro Un avvenimento di vita, cioè una storia di don Giussani: il cristianesimo è un avvenimento. Un avvenimento che si traduce in un incontro, postula una presenza, si realizza nella “contemporaneità”. È una idea che ha implicazioni importanti sia sul piano pedagogico che su quello teologico, come ho scritto personalmente in una lettera all’autore del libro.
La nozione di avvenimento rapportata al cristianesimo non è comune nel pensiero cattolico odierno. Ad essa fece ricorso, nel periodo tra le due guerre, il grande teologo tedesco Karl Barth in polemica contro la teologia liberale. Ma per il protestante Barth l’avvenimento è una cosa tutta diversa. Come un lampo. Una illuminazione che tocca la vita e l’attimo dopo si ritrae: entra nella esistenza umana come l’ago di una macchina per cucire perfora un tessuto. Può ripetersi tante volte questo lampo, ma il risultato esistenziale non muta. Dopo la folgore torna il buio di sempre. Un trascendente che non si incarna, e sul quale quindi è difficile costruire qualcosa di stabile.
L’avvenimento di cui parla don Giussani non è un lampo: fonda una storia, che permane. È la Chiesa. «L’avvenimento cristiano – come ogni avvenimento – è l’inizio di qualcosa che non c’è mai stato prima: un’irruzione del nuovo che mette in moto un processo nuovo» (cfr. Un avvenimento di vita, cioè una storia, p. 489). Mi ha colpito come nel titolo di copertina del libro si sia voluto sottolineare questo effetto: con la parola «Storia» evidenziata in rosso con caratteri più grandi.
Affermare l’avvenimento significa riconoscere il carattere radicalmente nuovo e sovrano del cristianesimo. Secondo i dizionari “avvenimento” è un fatto importante, che marca un momento della storia. Giussani non si limita a questa definizione ma sviluppa l’idea che l’avvenimento è un fatto fondamentalmente nuovo. Nella linea di Charles Péguy: «non-prevedibile, non previsto, non-conseguenza di fattori antecedenti» (p. 478). Quindi un qualcosa che sorprende, che fa “irruzione” nella storia. Anche nella storia della singola persona.
L’approccio di don Giussani permette di mostrare qual è il senso esatto del pensiero della Chiesa sul rapporto fra “attesa” e “compimento”, fra “profezia” e “realizzazione”, fra “legge antica” e “legge nuova”. In ciascuno di questi binomi c’è una reale continuità e una radicale discontinuità.
Cristo è la risposta adeguata ai desideri più profondi dell’uomo. Ma il compimento non è lo sviluppo naturale e progressivo dell’attesa umana. Il compimento non sta al desiderio come la pianta al seme. Non è una evoluzione, un processo naturale, lineare. L’attesa riceve una risposta che supera di molto la domanda posta. Una realizzazione che può apparire paradossale. Pensiamo il messianismo comune della gente che viveva accanto a Gesù, non esclusi i discepoli del Signore. È un’attesa che riceve una risposta del tutto imprevista. Nessuno prevedeva un Messia che doveva risorgere dai morti ed entrare così nella gloria. Gesù li aveva preparati, disse loro che avrebbe dovuto molto soffrire, ma fino all’ultimo questa idea non sembra entrare nella consapevolezza dei discepoli. «Noi speravamo che fosse lui a liberare il popolo di Israele» dicono i discepoli sulla via di Emmaus «ma siamo già al terzo giorno da quando sono accaduti questi fatti...» (Lc 24, 21).
Anche la religiosità naturale è una situazione d’attesa, in funzione di un compimento. Giussani, raccontando dell’amicizia con alcuni monaci buddisti, dice che il vertice del senso religioso naturale è «un’attesa dolorosa» (p. 40). Tant’è vero che certe forme della religiosità naturale devono essere radicalmente superate per essere realizzate nel mistero di Cristo. Continuità e discontinuità, ancora.
Il primato dell’avvenimento rispetto allo stesso senso religioso è una delle novità per me più importanti nel pensiero di don Giussani in questo libro. Lo si vede bene nell’intervista concessa ad Angelo Scola nel 1987 (in occasione del Sinodo mondiale dei laici) e ripubblicata all’inizio del volume. Alla domanda se la proposta pedagogica del movimento faccia leva sul senso religioso, Giussani risponde senza tentennamenti: «Il cuore della nostra proposta è piuttosto l’annuncio di un avvenimento accaduto, che sorprende gli uomini allo stesso modo in cui, duemila anni fa, l’annuncio degli angeli a Betlemme sorprese dei poveri pastori. Un avvenimento che accade, prima di ogni considerazione sull’uomo religioso o non religioso...» (p. 38). Un tema decisivo.
L’intuizione di Giussani è feconda di ulteriori approfondimenti anche circa il binomio legge antica-legge nuova. La legge nuova si realizza nella grazia. È il compimento della legge antica ma, in una certa maniera, anche la sua abrogazione. La realizzazione compie e trasforma, contemporaneamente, la stessa attesa. Un’idea che don Giussani sviluppa laddove, nella sua ultima conversazione pubblicata sul libro, cita una frase (definita «mirabile») di Giovanni Paolo I: «Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole» (p. 481).
Entra qui la polemica antipelagiana di Giussani. Una polemica che appartiene alla tradizione della Chiesa. Da Agostino a Tommaso. A questo proposito sarebbe interessante rileggere e commentare gli articoli di san Tommaso sul “perché l’uomo ha bisogno della grazia”. La salvezza non si trova in uno sforzo morale ma in un perdono. Altrimenti non si capirebbe l’insistenza della teologia cattolica sulla gratuità della grazia, sulla necessità dei sacramenti, sulla coscienza del peccato (all’inizio della messa la Chiesa ci invita a riconoscere i peccati, e non solo astrattamente, come in alcune discutibili traduzioni straniere, che siamo peccatori).
Infine qualcuno potrebbe notare che il termine “dialogo”, così centrale nell’idea di aggiornamento della Chiesa postconciliare, compare raramente nel libro. Mentre abbonda la nozione di “presenza”. Svalutazione del momento del dialogo? Non direi. Il dialogo è importante a tutti i livelli, cominciando dal livello politico. In quanto pone fine ad un’ostilità, e crea un clima di fiducia. «Si deve sempre negoziare» diceva il cardinale Richelieu. E sul piano politico è una posizione giusta e legittima. Ma il dialogo presuppone la presenza, cioè un «soggetto nuovo». Altrimenti si isterilisce, diventa fine a se stesso. Nella sua forma più vera anche il dialogo è comunicazione dell’avvenimento, strumento di un incontro.


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