Home > Archivio > 07/08 - 2007 > Non c’è scontro di civiltà, ma emergenza sociale
INCHIESTA
tratto dal n. 07/08 - 2007

Intervista con Luca Stefanini, presidente del Consiglio nazionale della Società di San Vincenzo de’ Paoli

Non c’è scontro di civiltà, ma emergenza sociale



Intervista con Luca Stefanini di Pina Baglioni


«Di questa lunga storia, quello che continua a piacermi è la capacità di abbracciare l’uomo nella sua dimensione globale. Noi siamo dei “generici” e non ci arrocchiamo su un aspetto piuttosto che su un altro. E il luogo privilegiato per rimanere flessibili, agganciati alla realtà, è la visita alle famiglie. Parte tutto da lì». L’identikit ce lo fa il presidente della San Vincenzo italiana in persona, Luca Stefanini. Avvocato, torinese, alla guida da tre anni di 16mila confratelli ragguppati in 1.900 Conferenze, condivide quest’esperienza da quando era quindicenne. Lo incontriamo, in un momento di pausa tra un viaggio e l’altro, nella sede nazionale, nel cuore di Roma.

Il presidente nazionale della San Vincenzo, Luca Stefanini, al convegno nazionale “Le culture del mondo si incontrano sulle strade della carità”, Assisi, maggio 2007

Il presidente nazionale della San Vincenzo, Luca Stefanini, al convegno nazionale “Le culture del mondo si incontrano sulle strade della carità”, Assisi, maggio 2007

L’invito di Ozanam a «non farsi vedere, ma lasciarsi vedere» sembra quanto mai attuale. Non si sa quasi nulla di voi.
LUCA STEFANINI: È vero: quella frase di Ozanam ci rappresenta molto. C’è da dire però che quella formula non è stata capita nel suo senso più proprio, da tutti, e soprattutto da noi. Va riferita al suo contesto storico: eravamo nel 1835-40. Erano i tempi delle società segrete, la massoneria in Francia, i carbonari in Italia. Noi nascevamo in quel periodo e le Conferenze si riunivano nelle parrocchie. C’era insomma il timore che scambiassero anche noi per una società segreta. Poi c’era anche da considerare il fatto che in quel momento la nostra realtà era in grande espansione: bisognava stare attenti a non pestare i piedi a qualche confraternita che temeva di vedersi sfilare persone e “utili”. Non si voleva essere invadenti. Ecco il motivo per cui Ozanam diede quell’indicazione, che voleva semplicemente dire: non siate presuntuosi, lasciate vedere le vostre opere, non quanto siete bravi. Insomma, l’importante è farle, le cose. Racconto una cosa che nessuno sa: la protezione civile l’abbiamo inventata noi. E questo non lo troverà scritto da nessuna parte. Era il 1975 e il Friuli era stato appena devastato dal terremoto quando le Conferenze piemontesi, grazie all’intuizione di un “pazzo” che si chiamava Carlo Castelli, presidente regionale, organizzarono cinque colonne di roulotte. Allora non si aveva la minima idea di come muoversi in una tale situazione. Certo, fummo aiutati dalla Regione Piemonte e scortati dalla polizia. Arrivati sul posto, fummo bloccati dalla polizia di Udine perché non ci eravamo precedentemente coordinati con loro. Ma dopo accadde che negli ambienti istituzionali qualcuno disse: «Oh, che idea quella delle roulotte!». E allora ne partirono altre, si portarono strutture prefabbricate, eccetera. Insomma quella fu la grande premessa che fa sì che oggi, due giorni dopo un terremoto, si sia già in grado di allestire dei prefabbricati e far arrivare tempestivamente aiuti d’ogni tipo, grazie alla più efficiente protezione civile del mondo.
«Si desidera sempre che la Società non sia né un partito, né una scuola, né una confraternita, che sia profondamente cattolica senza cessare di essere laica». Ozanam lo scrisse nel 1839. È ancora così?
STEFANINI: Ci definiscono i più laici tra i cattolici e i più cattolici tra i laici. Sì, è ancora così. Abbiamo i nostri assistenti spirituali, che ascoltiamo sempre con deferenza e con rispetto, ma non possono essere loro i responsabili dei nostri gruppi; le nomine non sono sottoposte ad approvazione ecclesiastica. Ci siamo sempre mossi, anche in momenti in cui è stato particolarmente problematico farlo, in grande autonomia nel decidere come rapportarci a persone con situazioni familiari irregolari, per esempio agli assistiti di altre religioni. Quelli di religione islamica sono ormai migliaia.
I tanti extracomunitari bisognosi di tutto, molti di loro appartenenti a religioni diverse dalla nostra, vi hanno posto interrogativi inediti? C’è un certo clima di ostilità verso di loro in questo momento.
STEFANINI: In quanto a ostilità, noi occidentali non ci facciamo mancare niente… L’argomento ci sta talmente a cuore che nel maggio scorso ci siamo riuniti ad Assisi per il convegno nazionale intitolato “Le culture del mondo si incontrano sulle strade della carità”. E già il titolo spiega il nostro atteggiamento. Noi non ci poniamo il problema del portare a casa il “risultato” dopo un gesto di carità. Altrimenti si verificherebbe il particolare fenomeno dello “stress del volontario”: vale a dire la pretesa di vedersi riconosciuto quello che si è fatto. Questo è l’errore più grave che si possa fare.
A proposito dei rapporti tra cristiani e musulmani, tanto per fare un esempio, si può applicare oggi quello che Ozanam scriveva a proposito dello scontro tra operai affamati e padroni a metà Ottocento: bisogna mettersi in mezzo, mediare e parlare il linguaggio della carità testimoniando semplicemente la propria fede. Anche allora si diffuse lo spauracchio di uno “scontro di civiltà” che chissà quale disastro avrebbe provocato. E invece si trattava di emergenza sociale.
I confratelli delle Conferenze che operano in Medio Oriente che situazione si trovano a vivere?
STEFANINI: Un’idea me la sono fatta in occasione dell’ultima riunione mondiale a Parigi. Eravamo all’inizio della crisi del Libano dello scorso anno ed erano stati invitati i presidenti della San Vincenzo siriana e libanese, della San Vincenzo del Santo Sepolcro di Gerusalemme, unica Conferenza in Israele, e di una Conferenza dello Stato palestinese. Insomma, è stato emozionante e bellissimo parlare con tutti loro e cercare di capire come potersi dare una mano. Il rappresentante libanese ci ha confermato la fuga in massa dei cristiani, soprattutto dei “cervelli”, perché le condizioni di vita non sono più sostenibili. L’impressione che se ne ricava però è che l’accresciuta pressione musulmana sia solo uno dei motivi di questo spopolamento. E forse neanche il più grave. Gli interessi in gioco in quell’area non sono del tutto chiari. Insomma, per dirla tutta, i motivi per cui ci stiamo giocando la presenza cristiana in quell’area non dipendono solo dagli altri…
In Italia si contano 21.021 associazioni di volontariato. Che impressione le fanno queste cifre? Come si riesce a convivere con tutti questi “concorrenti”?
STEFANINI: Si vive benissimo. Tra queste 21mila realtà ce ne sono veramente di bellissime, con spunti, idee, tentativi degni della massima considerazione. Prendiamo ad esempio l’emergenza ambientale. Noi ci stiamo accorgendo solo in questi giorni quanto la scarsità dell’acqua ci riguardi da vicino. Su queste questioni gli ambientalisti lavorano ormai da decenni. C’è poi la problematica relativa allo sviluppo sostenibile: ci sono associazioni che da anni producono risposte concrete. Beh, noi cattolici abbiamo “regalato” tutto questo ai laici. Cosa dobbiamo fare? Congratularci con loro: prima degli altri hanno capito dove e come stava andando il mondo. E soprattutto hanno capito che sarebbero stati innanzitutto i poveri a farne le spese. Comunque, ripeto: non bisogna cadere mai nella tentazione di barricarsi, di chiudersi, di scappare. Mi viene in mente Madre Teresa di Calcutta: una donna che aveva piena coscienza del mare di povertà e di dolore che aveva davanti. Lei e le sue consorelle non sono scappate. E hanno fatto quello che hanno fatto.


Español English Français Deutsch Português