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EDITORIALE
tratto dal n. 06 - 1998

In morte di Agostino Casaroli



Giulio Andreotti


Lo stesso Santo Padre ha ricordato, nel discorso esequiale del cardinale Casaroli, la cura che da oltre mezzo secolo don Agostino aveva per i ragazzi del riformatorio romano di Casal del Marmo, mantenendo con molti anche un delicato rapporto assistenziale quando, terminata la rieducazione, mettevano su famiglia. Si è creata, via via, una silenziosa rete di amicizia e di solidarietà entro la quale, quando lasciò la Segreteria di Stato, non si nascose soddisfazione sperando di averlo ancor più a disposizione.
Ma è giusto sottolineare del defunto anche altri aspetti sacerdotali: dall’assistenza spirituale all’Unione imprenditori cristiani, a bellissimi discorsi nelle Giornate del ringraziamento promosse dalla Coltivatori diretti.
Nel febbraio 1987 avevo avuto l’onore di presentare, insieme al cardinale Tonini, la raccolta di omelie e discorsi pubblicata da Rusconi per celebrare i cinquanta anni di sacerdozio di Casaroli. La prefazione l’aveva scritta Jean Guitton, parlando di una posizione singolare del cardinale «che riflette una posizione privilegiata, come un diamante dalle molteplici sfaccettature; e insieme le esistenze di più mondi in un’era, la nucleare, che sta trasformando la nostra vita». I giornalisti “laici” presero conoscenza con curiosità dei brani di Casaroli su temi religiosi e liturgici, di cui la grande stampa non si era avveduta.
È tuttavia fuori di dubbio che Casaroli entra nella storia – e non solo nella storia ecclesiastica – per la sua lunga, originale e coraggiosa attività diplomatica svolta a livello mondiale in periodi di eccezionale difficoltà e turbolenza.
I biografi del cardinale piacentino non potranno prescindere da un singolare filmato nel quale Casaroli ha con pazienza, ma anche con grande efficacia comunicativa, ricostruito in prima persona il suo itinerario estero, riservando sempre il ruolo principale alle direttive dei papi di cui si è detto con umiltà esecutore. Nei giorni scorsi le televisioni hanno ripresentato ampiamente questo singolare documentario, suscitando la commovente impressione di essere ancora a colloquio con il cardinale.
Cominciamo dai missili in viaggio verso Cuba che avevano veramente messo a dura prova la salvaguardia della pace. Nella ricostruzione dell’intervento di Giovanni XXIII su Krusciov non tutti i particolari descritti dall’intermediario americano Norman Cousins furono confermati dalla Santa Sede (lo stesso Casaroli espresse qualche riserva). Tuttavia l’intervento ci fu e offrì al Cremlino se non il motivo, l’occasione per fare macchina indietro, anche se – la cronaca relativa è tuttora incompiuta – non mancarono dall’altra parte concessioni, tra cui lo smantellamento di postazioni nucleari in Europa.
Sembra doveroso, dopo la crisi di Cuba, iniziare il ricordo casaroliano dalla trattativa per aggiornare il Concordato con la Santa Sede, superando il vulnus della legge sul divorzio che aveva modificato la legislazione matrimoniale riconoscendo la competenza civile a dissolvere anche i matrimoni celebrati con il rito concordatario, senza che fosse intervenuto il previsto assenso modificativo da parte della Santa Sede.
A prima vista sembrava questo l’ostacolo per concludere l’accordo sul quale si erano già avute molte bozze (il primo impulso era stato di Guido Gonella). Ma i tempi non quadrano. Già prima della legge Fortuna-Baslini si sarebbe potuto concludere se i socialisti avessero aderito; mentre i comunisti, forse anche per antica coerenza con il voto sull’articolo 7, si erano dichiarati pronti, ma non potevano essere certamente scavalcati dal Psi. L’occasione propizia venne con Craxi presidente del Consiglio, che aveva insieme autorevolezza interna di partito e legittimo desiderio di apporre la propria firma a un documento storico (mutatis mutandis al binomio Gasparri-Mussolini subentrava il Casaroli-Craxi). E così avvenne, nella solennità di Villa Madama, il 18 febbraio 1984.
Personalmente sono rimasto sempre poco convinto del preambolo di questo documento internazionale. Si equiparava infatti al mutamento italiano monarchia-repubblica il contenuto innovativo del Concilio Vaticano II. Ma nessuno fece obiezioni e non volevo, contestando l’espressione a dir poco retorica, ritardare l’epilogo del troppo lungo negoziato, che ebbe dal Parlamento la prescritta ratifica.
Non è possibile in un articolo di sintesi neppure la semplice elencazione degli atti di Casaroli concernenti la sua Italia. Mi limiterò, a titolo esemplificativo, a ricordare un intervento del nostro governo, da lui discretamente suggerito, a sostegno della manifestazione ecumenica promossa dal Papa ad Assisi per l’autunno 1986. Attorno a questa idea tanto innovativa (erano invitati persino i naturisti americani fumatori del calumet di pace) si erano creati anche in Curia strani malumori. Di qui il consiglio di un apprezzamento “civile” particolare. Lo espressi con questa lettera al segretario di Stato in data 23 ottobre 1986, accompagnata dal preannuncio che mi sarei recato di persona ad Assisi (dove la giornata iniziò con una commovente messa del Papa in una comunità di clausura; e tutto si svolse nel migliore dei modi):
«Eminenza Reverendissima,
La prego di comunicare al Santo Padre i sentimenti di gratitudine con cui il governo italiano, ed io personalmente, abbiamo accolto la nuova ed importante iniziativa di pace promossa dal Pontefice che riunirà in preghiera per la pace, nella italianissima città di Assisi, eminenti rappresentanti di tanti Paesi e di tante religioni. Esprimo l’augurio che l’appello rivolto a tutti i governi dei Paesi in conflitto perché ogni atto di guerra venga sospeso nella giornata del 27 ottobre trovi accoglienza concreta, così significando, secondo le stesse parole del Santo Padre, “che anche per essi la violenza non ha l’ultima parola nei rapporti fra gli uomini e le nazioni”.
Lei ben conosce i sentimenti di pace che animano il governo e il popolo italiano. La pace è sommo desiderio di tutti, delle nazioni, delle famiglie, degli individui. È nostra profonda convinzione che desideri di pace animino anche la grandissima maggioranza dei governi e che solo elementi di incomprensione, di diffidenza, di sfiducia ritardino ancora una migliore e più salda organizzazione della pace, sommo bene e primo nostro pensiero.
Per questo, nei limiti delle nostre possibilità, ci siamo adoperati per riannodare i fili del dialogo, per rassicurare, per incitare alla fiducia e alla comprensione. Per questo abbiamo reagito alle tentazioni di delusione e di sconforto seguite all’ultimo incontro di Reykjavik fra i capi delle due maggiori potenze, giudicandole non accettabili giacché progressi in realtà erano stati comunque fatti. Da quell’incontro possiamo dire che si è usciti con maggiori e non con minori speranze, ci si è avvicinati a soluzioni positive, relative alla diminuzione degli armamenti, che sono infatti apparse concrete e possibili anche se non ancora realizzate.
Con questo stesso animo il Santo Padre si è fatto tante volte pellegrino di pace e di umanità presso popoli ancora indigenti, alle prese con necessità primarie; ed Egli sa bene quale sollievo percorrerebbe il mondo intero se le grandi risorse di cui le nazioni dispongono potessero essere interamente utilizzate per il benessere materiale, morale e spirituale dei popoli.
Nulla deve essere dunque tralasciato per il miglioramento della situazione internazionale, per la pace. Nei limiti delle possibilità e delle responsabilità proprie degli uomini di governo, non tralasceremo alcuno sforzo, neppure il più grande sforzo, per il più modesto dei risultati.
È un impegno che volentieri rinnoviamo in questa alta occasione, e che la preghiamo di portare a conoscenza del Santo Padre; insieme ai nostri auguri e al nostro apprezzamento per la Sua opera instancabile in difesa della pace, dei diritti dei popoli e dei diritti della persona umana.
Sono lieto dell’occasione per trasmetterLe i miei più cordiali saluti.
Giulio Andreotti».


Reso questo tributo al rapporto con l’Italia, penso equo collocare il capolavoro della politica di Casaroli nella partecipazione all’Atto di Helsinki del 1975. Non era stata una scelta facile e lo fu ancora di meno gestirla da protagonisti. La prima idea di un protocollo sulla sicurezza e cooperazione europea era venuta agli inizi degli anni Settanta dal Patto di Varsavia ottenendo inizialmente una accoglienza occidentale gelida. Anche sul fronte italiano l’opinione prevalente era negativa. Nel fascicolo di preparazione di un mio viaggio a Mosca nel 1972, insieme a Medici, ministro degli Esteri, le note ministeriali contenevano un lungo elenco di obiezioni e di controindicazioni. Rimasi però colpito dalla convinzione con cui ne parlavano sia Kossyghin che Gromiko. E, in difformità dai toni ufficiali, l’uno e l’altro si dicevano convinti che gli Stati Uniti avrebbero aderito, vedendo con esattezza nella stabilizzazione del vincolo tra l’Europa e gli Usa/Canada un indiretto superamento della polemica sovietica per la perdurante presenza militare in Europa delle forze d’oltreatlantico. Fu durante questo viaggio che Kossyghin si disse tranquillo della rielezione di Nixon e della riconferma di Kissinger, mentre era inquieto per la prospettiva di vittoria in Germania di Strauss. Ma credeva davvero che Strauss presidente costituisse una minaccia per l’Urss? Nemmeno per sogno; ma l’impressione sul Cremlino sarebbe stata negativa e inquietante.
L’addolcimento progressivo degli americani si sviluppò come auspicato. Nel frattempo il Vaticano aveva dimostrato non solo il suo interesse, ma la volontà di estendere il contenuto a sfere concrete di diritti umani, entro i quali la libertà religiosa entrava per la porta grande.
È in questa fase preparatoria che si sviluppò una consultazione intensa tra le due sponde del Tevere con una sicura reciproca utilità. A Moro la convergenza con il Vaticano giovava per vincere il diffuso scetticismo di quanti ritenevano comunque inaffidabili gli uomini del Politburo. A loro volta in Segreteria di Stato si utilizzava la tendenza italiana favorevole per controbattere le forti resistenze di gerarchie e di popolo cristiano che nei Paesi dell’Est conoscevano da vicino la morsa del Cremlino e rifiutavano ogni apertura di credito.
Il rafforzamento dell’impegno italiano nella fase decisiva fu dovuto prevalentemente alla convinzione e all’abilità di Aldo Moro, anche come presidente di turno dell’Unione europea (in effetti firmò l’Atto con i due sigilli). A chi eccepiva l’assurda posizione di Breznev, che continuava a sostenere la cosiddetta sovranità limitata dei suoi satelliti, rispondeva che Breznev sarebbe “passato” e le idee di sicurezza e cooperazione avrebbero invece dato i loro frutti.
Non è arbitrario considerare Helsinki la pietra angolare sulla quale si iniziò la edificazione della nuova Europa, cui dettero una singolare accelerazione i crolli del 1989.
L’anno successivo, alla filosofia di Helsinki, su impulso del presidente Mitterrand, si rendeva a Parigi il dovuto riconoscimento storico aprendosi la sottoscrizione di un rinnovato impegno solidaristico continentale: la Csce diverrà Osce. Organizzazione indica stabilità e progettualità.
Attorno al tavolo di Parigi vi era uno solo dei superstiti di Helsinki: il cardinale Agostino Casaroli, affiancato come allora da monsignor Achille Silvestrini. Ai giornalisti che lo mettevano in evidenza rispose con un piacevole misto di umiltà e di santa civetteria. Ma era trasparente la fierezza del rappresentante della Santa Sede per il ruolo internazionale conquistato e riconosciuto. Di un breve scambio di battute prima del ricevimento finale ricordo l’accenno patetico che fece ad Aldo Moro e un guizzo degli occhi quando gli chiesi se finalmente certi critici “di casa sua” avrebbero rettificato il tiro.
Dobbiamo affrontare esplicitamente questo aspetto dell’accoglienza riservata alla politica di Casaroli, a cominciare dallo stesso ambito della Chiesa. Si deve peraltro prendere nota che una linea mantenuta sotto tre pontefici (meglio definibile realistica che filo-Est) non poteva essere ascritta solo alla tendenza di un sia pure così illustre prelato. Anche se non lo dicevano, i censori ponevano silenziosamente le loro riserve più in alto. La frase che circolò in margine al Concilio, attribuita a un cardinale centro-europeo: «Non sum vir casaroliensis», esprimeva lo stato d’animo di disagio nel veder ricevuto con rispetto dai governi nemici l’inviato romano, senza che si acquisissero segni di cambiamento. Per essere obiettivi, nel groviglio dei protestatari vi erano alcuni curiali che definivano deboli anche vescovi che pure avevano sofferto in proprio angherie e prigione. Ricordo il primo arrivo in Roma dell’arcivescovo di Varsavia Wyszynski, accolto alla stazione da due officiali minori della Segreteria, mentre a cento metri il Sacro Collegio era al Grand Hotel a festeggiare i principi di Monaco in visita ufficiale. La quarantena riservata al cardinale mi sembrò veramente assurda. Poco dopo fui lietissimo di averlo ospite d’onore al pranzo ufficiale dato per il segretario generale del Partito comunista polacco Gierek, cui il protocollo aveva attribuito a fatica il rango di capo di Stato. Questi approcci non erano cedimenti o atti di rassegnazione; e del resto anche per gli interlocutori non era agevole far capire ai loro “compagni” che non si trattava di tradimenti dell’ateismo di Stato o di debolezza verso la borghesia.
Nello stesso 1990 mi ritrovai con lui in un’altra suggestiva occasione: la sessione speciale che l’Onu dedicava ai problemi dell’infanzia, con una straordinaria partecipazione di capi di Stato e di governo, tra cui – serenissimo e nell’apparenza dimentico del suo calvario – l’emiro del Kuwait in esilio. L’occasione fu adatta per spiegare a molti la posizione della Santa Sede nei confronti dell’Iraq che aveva invaso lo Stato vicino e ne rifiutava la restituzione, sfidando la reazione militare del mondo. L’obbligo di non abbandonare i tentativi per far ravvedere Saddam Hussein non era da molti compreso; e circolavano le consuete accuse alla Chiesa cattolica di un pacifismo poco costruttivo. Casaroli non aveva certo bisogno di avvocati difensori, ma fui lieto nei due giorni newyorkesi di poterlo affiancare in qualche utile contatto informale.
Non era casuale che tra i non rassegnati alla ineluttabilità del ricorso alle armi vi fosse anche il governo di Mosca, presieduto da Michail Gorbaciov. Con lui il cardinale Casaroli aveva avuto un incontro approfondito nel giugno 1988, quando si era recato con una delegazione di altissimo livello a partecipare alle celebrazioni del millennio della Russia cristiana (una rievocazione poco prima impensabile). Giancarlo Zizola intitolò il suo servizio per Panorama sul colloquio del Cremlino: Monsignor Perestrojka e, riferendosi al resto del mondo, scrisse una frase molto indicativa: «La pazienza dei cinesi è infinita; quella di Casaroli è eterna».
Un altro incontro a New York l’avevo avuto nell’ottobre 1985 (celebrazioni per il quarantennale dell’Onu). Dette lettura in assemblea di un messaggio del Papa che entrava nel merito dei rimedi per scongiurare le crisi. Espressa da altri, l’idea di un disarmo universale poteva rasentare l’utopia, ma alla sede apostolica si riconosceva da tutti la profondità del magistero, apprezzandosi anche la netta condanna espressa sul colonialismo. Naturalmente, proprio per questo punto, si ebbero riserve; e anche il consueto mormorio su un preteso terzaforzismo ecclesiale. Non credo che partecipassero a questo semplicismo di classificazione i massimi statisti Usa; potrei anzi escluderlo. Perché non molto tempo prima avevo potuto raccogliere (da Reagan, Bush e Shultz) commenti molto positivi sui colloqui che il cardinale aveva avuto in una visita a Washington. Con sorpresa era stata accolta la dichiarata disponibilità a contribuire alla riapertura del negoziato sui territori occupati utilizzando canali di contatto palestinesi e anche le strutture ecclesiastiche nel Medio Oriente. Il tema era allora (ed è ancora oggi) di grande imbarazzo per la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato. L’idea di una possibile... mano vaticana a quei politici non credo dispiacesse; ma i consiglieri duri dominavano irriducibili. Arafat era uno dei demoni con il quale non era lecito interloquire.
Unanime era stato invece l’apprezzamento per la deplorazione fatta dalla Santa Sede della decisione di Andropov di interrompere le conversazioni di Ginevra.
Tornando alla guerra del Golfo, gli sforzi per ammorbidire Saddam Hussein e scongiurarla si rivelavano ogni giorno più inefficaci. Roma era il crocevia delle residue speranze. Daniel Ortega traversò due volte l’Oceano con l’illusione di riuscirvi; e Primakov, incaricato speciale di Gorbacov, non risparmiava sforzi. Anche il primo ministro iraniano, Rafsanjani, si consultò con noi fino all’ultimo. A voci messe in giro di una possibile proposta di mediazione di Casaroli fece seguito una smentita; ma era accompagnata dalla dichiarazione di disponibilità a utilizzare il cardinale Etchegaray per «uscire dal vicolo cieco nel quale le speranze di dialogo sembrano impantanate...». Il lasciare uno spiraglio aperto era sentito come un dovere e con fermezza si volle ricordare la posizione costante della Santa Sede: l’inutile strage denunciata da Benedetto XV; il «tutto è perduto con la guerra» di Pio XII e il «mai più la guerra, mai più» di Paolo VI. Tutto questo non era fatto per suscitare simpatie di circoli americani verso il Vaticano, che con sensibile confusione veniva accomunato da quei mezzi di informazione ai libici, ai tunisini, ai palestinesi e ad altri... non allineati.
Alla fine del 1990, dopo una breve proroga dei nuovi limiti di età fissati sia per i vescovi che per la Curia, Casaroli lasciò la Segreteria di Stato. Ritenni doveroso indirizzargli da Palazzo Chigi questo messaggio:
«Nel momento in cui Ella lascia il Suo altissimo incarico, mi è particolarmente gradito ricordare i lunghi anni di lavoro comune e i nostri assidui contatti su tutti gli argomenti, che l’attualità ha portato alla nostra attenzione, come pure i rapporti di amicizia personale, cordiale e sincera, che abbiamo sempre intrattenuto.
Vorrei rendere omaggio al ruolo così significativo ed importante che Vostra Eminenza ha svolto nel quadro delle relazioni internazionali, per il consolidamento della missione universale della Chiesa in tutte le aree del mondo ed in particolare nei contatti con l’Europa dell’Est, prefigurando e preparando sviluppi la cui portata era spesso difficile immaginare.
Desidero anche sottolineare la Sua azione feconda ed efficace nel contesto dei rapporti tra l’Italia e la Santa Sede, il cui felice sviluppo in tutti i campi tanto si è potuto giovare della Sua presenza attiva e discreta. Confido che tali relazioni potranno ulteriormente rafforzarsi in futuro con il Suo successore.
Formulo di cuore gli auguri più fervidi all’Eminenza Vostra e Le invio l’espressione del mio devoto ossequio.
Giulio Andreotti».

Immediata fu la risposta:
«Il telegramma che Vostra Eccellenza ha avuto la cortesia di inviarmi in occasione della mia cessazione dall’ufficio di Segretario di Stato di Sua Santità mi ha particolarmente toccato: per l’amabilità delle Sue espressioni, per la generosità delle Sue valutazioni, per la cordialità che da esso trapela. Gliene sono profondamente grato. Considero anche un privilegio l’aver avuto modo in lunghi anni di servizio alla Sede Apostolica di avere contatti così frequenti di lavoro e personali con una persona che come Vostra Eccellenza tanto e tanto attivamente ha operato nel campo dei rapporti internazionali ed in quello delle relazioni fra l’Italia e la Santa Sede nei quali ho potuto anch’io agire in spirito sempre di amore alla pace e alla concordia fra i popoli e di buona e feconda intesa con un paese per tanti titoli non solo a me ma alla Santa Sede caro e vicino. Raccomando a Dio la Sua persona e la Sua attività che auguro lunga e ricca di frutti e di soddisfazioni.
Con cordiale ossequio,
Agostino cardinale Casaroli».

In aggiunta a questo dispaccio ufficiale ricevetti una simpatica lettera nella quale, prendendo lo spunto dal titolo del mio ultimo libro diceva: «[...] me ne riprometto un piacevole svago ed un arricchimento (almeno teorico dato che il poco potere di prima mi è quasi del tutto sfumato di mano)».
Ma non era così. Gli osservatori attenti continuarono a guardare a Casaroli cercando di conoscerne apprezzamenti e intuizione. Nel 1994 L’Unità gli dedicava un’ampia intervista, raccogliendone l’auspicio di una trasformazione dell’Onu come strumento per una iniziativa mondiale unitaria contro la povertà e il sottosviluppo. Era il giorno del suo ottantesimo compleanno. Tre anni dopo, in occasione del riuscitissimo viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba, qualcuno ricordò – e a lui non dispiacque – che a L’Avana Casaroli si era recato fin dal marzo 1974.


La eco che ha avuto la morte del cardinale è stata profonda. Sono stati rievocati eventi e linee-guida che sul momento non tutti avevano compreso e condiviso. Talvolta con il suo stile sempre sottile e garbato aveva rammentato certe ironie all’annuncio che la Santa Sede avrebbe aderito al Trattato di non proliferazione nucleare. Le aveva contrastate ricordando l’irridente interrogativo di Stalin sul numero di divisioni di cui la Santa Sede poteva disporre. Casaroli mi mostrò un giorno un ritaglio di Le Monde del 1971 che dedicava l’editoriale al suo primo viaggio a Mosca. Si riportavano le sue parole: «Ho l’impressione che sia scoccata una scintilla e che i dirigenti del Cremlino abbiano accettato l’idea del dialogo». Che la stampa sovietica avesse ignorato la visita non aveva gran significato. Il bizantinismo dei comunisti comportava questo ed altro; e la Chiesa è abituata a non avere fretta. È il grande insegnamento al quale Casaroli si è sempre ispirato e lascia come suo imperituro ricordo.
La morte del cardinale ha coinciso con la pubblicazione del diario di monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI, sui terribili giorni della cattura e dell’assassinio di Aldo Moro. La prefazione di questo saggio è stata l’ultimo atto del cardinale, che visse la tragica vicenda italiana del 1978 con una intensa partecipazione. Così si esprime al riguardo: «[...] Non aveva certo meritato la sorte inflittagli da un pugno di brigatisti tanto audaci e decisi quanto privi di ogni autorevolezza morale a giudicare e, ancor meno, ad erigersi ad esecutori impietosi di arbitraria condanna. Ma ancor più grave e minaccioso era il sogno di tradurre in realtà, con la violenza, un progetto di società dove la violenza, appunto, avrebbe dovuto essere norma di diritto e di governo».


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