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EDITORIALE
tratto dal n. 10 - 2007

Memoriette personali


Fui personalmente coinvolto nelle vicende del calcio, subito dopo la sfortunata partita inaugurale del nuovo stadio romano nel 1953. Forse sbagliarono a scegliere come antagonista la forte squadra ungherese. Comunque, la rabbia popolare fu forte e la Federazione (Barassi) chiese l’intervento del governo per limitare il numero degli stranieri nelle singole squadre


Giulio Andreotti


Non è la prima volta che il ricorso ravvicinato di tipici fatti delittuosi suscita dibattiti sulla inadeguatezza delle norme vigenti e su concreti modi per migliorarle.
Il discorso tocca fatalmente la filosofia di base, con la contrapposizione tra i fautori della pena come rieducazione dei rei e quanti invece accentuano il ristoro dell’ordine giuridico violato. Comunque, che la detenzione rieduchi è tesi poco partecipata. Molti anzi credono che la vita in comune – nelle celle o nelle ore di “aria” – peggiori le persone incarcerate.
L’opinione pubblica è divisa e spesso contraddittoria, in funzione – come accennato – agli eventi pubblicizzati.
Senza mai entrare in discorsi su singole persone, ho chiesto qualche volta il parere su questo tema di fondo (rieducazione) a cappellani dei carceri. Sono prudenti e riservati, ma non escludono che la detenzione porti a riconsiderare – in chiave critica – il passato “criminale”. Naturalmente questo non viene accettato dalla scuola che incentra tutto sulla personalità fisiopsichica dei soggetti.
L’anno scorso visitai il carcere romano di Regina Coeli insieme al ministro Mastella; e ci intrattenemmo a lungo a conversare con i detenuti, con un modulo aperto (e molto vario anche da soggetto a soggetto). A prescindere dal frequente accenno alla rispettiva innocenza, colpiva una certa rassegnazione per le sbarre. Oltre al ritornello (ritenuto generale nel passato) della affermata innocenza e delle conseguenti denunce di errori giudiziari, vi è un abile aggiramento del tema, caricando sulla società contemporanea colpe e deficit individuali.
Altro accento molto frequente è sulle troppe ingiustizie della società contemporanea. I facili successi di molti rendono ancora più incisiva la delusione di chi resta al palo o quasi.
Vi sono, anche limitandoci a comparazioni interne italiane, casi non sporadici di crescite accelerate dei livelli di vita; e, anche se meno frequenti, marce indietro non sempre obiettivamente comprensibili.

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Campo Testaccio, 1942

Campo Testaccio, 1942

In noi vecchi è spontanea la comparazione con quello che era il calcio di un tempo, prima che dilagasse la commercializzazione delle relative strutture. Ricordo la sorpresa quando si vide per la prima volta – nel mio caso a Testaccio – un cartellone pubblicitario. Sembrava una profanazione del tempio. Stupore – almeno in noi tifosi – destò anche l’annuncio che molte società diventavano giuridicamente Spa. Si disse che a volerlo erano state le banche, spinte a trasferire i debiti tra tifosi e risparmiatori (più tifosi che risparmiatori, in verità).
Per un certo tempo funzionarono i soci vitalizi (con discreto versamento una tantum e posto fisso in tribuna per più stagioni). Ma la svalutazione monetaria rese non più redditizio il capitale anticipato. E fu giocoforza intervenire faticosamente d’autorità per annullare i relativi contratti associativi.
Fui personalmente coinvolto nelle vicende del calcio, subito dopo la sfortunata partita inaugurale del nuovo stadio romano nel 1953. Forse sbagliarono a scegliere come antagonista la forte squadra ungherese (che batté l’Italia 3 a 0). Comunque, la rabbia popolare fu forte e la Federazione (Barassi) chiese l’intervento del governo per limitare il numero degli stranieri nelle singole squadre. Qualche difficoltà pratica – ma ristretta – la crearono gli “oriundi”, con artificiose ricostruzioni di paternità italiane.

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Servizio di leva, 1940

Servizio di leva, 1940

Per le vicende talvolta bizzarre della mia vita, mi trovai – come soldato di Sanità addetto al Collegio medico legale – a fare i verbali delle visite superiori di controllo disposte nei confronti di sospettate licenze compiacenti date ad atleti in servizio di leva (o richiamati in servizio).
È ben immaginabile la mia emozionata curiosità nel vedere sul lettino Meazza o Piola. Qualche ufficiale medico chiedeva loro – senza contropartite – autografi da dare a figli o nipoti.
Per una delle curiosità giuridico-amministrative non infrequenti, io ero addetto al nominato Collegio medico legale diretto dal generale Alfredo Bucciante e sito al secondo piano di Villa Fonseca (dietro l’ospedale del Celio), considerato giuridicamente zona di operazione (al piano di sotto la Commissione pensioni era solo zona di guerra). Così ebbi curiosamente il diritto di fregiarmi delle stellette di guerra.
Di fatto, la mia fragile struttura fisica, provata dalle scomode notti in caserma, mi fece fruire di un provvido riconoscimento di idoneo solo al servizio limitato. Ma presto mi riconobbero ulteriormente debilitato e fruii di due semestri di convalescenza, seguiti da un rientro definitivo a casa. Un giorno fui richiamato, a sorpresa, e appresi che ero creditore di una discreta cifra (mi sembra otto lire al giorno) per tutto il periodo di convalescenza.
Quando, alcuni anni prima, alla visita di leva ero stato ritenuto adatto ai soli servizi sedentari (più tardi si chiamarono più elegantemente “di ridotta attività militare”), ero rimasto male nel vedere i colleghi di università andare al Corso allievi ufficiali (tanto più che, con poca carità, il maggiore medico che ci smistava previde per me un breve residuo di vita. Quando quindici anni dopo divenni ministro della Difesa, lo cercai, ma il poverino era deceduto).
Questo valse per me alla Difesa e lo stesso alle Finanze (avventizio nel 1937 e ministro nel 1955).
Non posso certo lamentarmi. Il mio cursus honorum politico mi consentì di poter essere utile a coloro che mi avevano trattato bene, dandomi per esempio il tempo necessario da dedicare alla presidenza della Fuci (Federazione universitaria cattolica) dove, proprio perché lasciato a Roma, potei sostituire Aldo Moro, destinato invece militarmente extra Urbem. Di qui l’essere conosciuto da monsignor Montini e da questi segnalato a De Gasperi come soggetto adatto alla vita politica.
Al Collegio medico legale ero stato apprezzato dal presidente, il generale medico Alfredo Bucciante. Mi fece collaborare anche a un suo lavoro sulle pensioni di guerra, andando anche a Firenze per curarne la stampa.
Il generale Bucciante fu nominato consigliere della Corte dei Conti, e più che giustamente, potendo dare un contributo specifico al poderoso e difficile lavoro delle pensioni di guerra. Stupidi avversari politici si misero a gridare allo scandalo per la promozione del generale Bucciante e ottennero un provvedimento di epurazione. Potei però in piena coscienza sollecitare un intervento riparatore del presidente De Gasperi e tutto tornò nel giusto binario.
Sono passati tanti anni ma ricordo questo periodo con particolare incisività. A parte il generale Bucciante, due... superiori mi trattarono con bontà e comprensione: il colonnello medico di complemento Luigi Ficacci, primario ospedaliero romano, e il maggiore medico Edoardo Pandolfi, calabrese, anche lui di complemento. Sono stati due punti fermi nella mia maturazione.
Un vecchio adagio avverte che nulla è inutile nella vita. Sono sempre più convinto che è così.

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In udienza da Giovanni XXIII, 22 gennaio 1959

In udienza da Giovanni XXIII, 22 gennaio 1959

Anche se fin da bambino ho appreso che bisogna voler bene al Papa e non a un Papa, dovevo nel contempo rilevare che per mia madre il Papa era Pio X, mentre per la zia (classe 1854), in casa della quale ero nato e vivevo, esisteva solo Pio IX, al quale era andata più volte in gioventù a baciare la mano durante la passeggiata quotidiana in via Giulia; che si concludeva con una affettuosa benedizione data verso Palazzo Farnese dove era la prestigiosa sede di riserva dei re di Napoli.
Una terrazza in comune con i Rossignani nella casa natale di via dei Prefetti mi portò a contatto con la famiglia dell’importante monsignor Eugenio Pacelli (la sorella era sposata al commendator Pio Rossignani e le due figlie mi facevano spesso dono di squisiti cioccolatini). In verità non apprezzavo allora l’importanza del personaggio, essendone colpito molto, ma molto meno di quanto avveniva per i giocatori della Roma che venivano a prendere i pasti nell’adiacente ristorante di piazza Firenze.
Una ventina di anni più tardi monsignor Pacelli fu eletto papa e, come presidente di uno dei settori dell’Azione cattolica (la Fuci), beneficiai anche di esaltanti udienze private. Le complicazioni belliche avevano ridotto di molto il numero delle udienze dei vescovi ad limina; e il tempo che il Papa ci dedicava era molto ampio. Voleva, tra l’altro, essere informato in dettaglio sullo stato d’animo dei militari che erano al fronte e sul recepimento dell’opera dei cappellani.
Con papa Roncalli avevo avuto un contatto particolare a Venezia, per assecondarlo nel trasferimento del seminario minore nel sottosuolo dell’Isola della Salute.
L’atto fu perfezionato alla Domus Mariae alla vigilia del conclave e mi chiese che ne pensavo del chiacchiericcio di quei giorni. Telefonai subito a Milano, dove si stampava la mia rivista Concretezza, perché preparassero la copertina con il Roncalli.
Indimenticabile l’udienza che mi dette insieme alla famiglia, intrattenendosi con una affabilità per me quasi imbarazzante (ogni tanto socchiudevano la porta, ma non dava importanza e continuava a parlare specialmente con i miei figli che erano in estasi).
Con il patriarca Luciani mi ero incontrato solo una volta. Era venuto a Palazzo Chigi per manifestare la sua preoccupazione per la lotta sottile che si stava sviluppando contro le banche cattoliche.
Da Papa lo vidi al Laterano nel giorno della sua presa di possesso e mi fece arrossire dicendo di aver firmato personalmente la benedizione a mia figlia che andava sposa (in verità non abbiamo mai avuto il chirografo; forse sono stati pochi e sono finiti da qualche amatore).
Ero a fare un comizio a Mantova quando fu eletto Giovanni Paolo II.
Non mi colpì la nazionalità non italiana. Avevo conosciuto splendidi cardinali di altra nazionalità – Spellman, ad esempio – e non davo rilievo al passaporto. Fui invece sorpreso dall’età. Non mi tornavano i conti con un Papa che aveva due anni meno di me.
Per il resto, non avevo avuto mai occasione di incontrarlo, ma su Concretezza avevamo commentato quasi enfaticamente un suo discorso al Sinodo.
Il 6 agosto 1979 mi invitò ad assistere alla messa nella cappella della Villa di Castel Gandolfo, con i parenti di Paolo VI. Fui folgorato dall’accoglienza perché mi disse: «Lei conoscerà meglio di me questo palazzo». E fu di una paternità obbligante.
Lungo gli anni successivi la situazione internazionale si ingarbugliò e in Polonia si ebbe il colpo di Stato di Jaruzelski, creandosi disagio nei rapporti tra i Paesi Nato e quelli del Patto di Varsavia.
Al ministro degli Esteri tedesco Genscher era stato, con cortesia, rifiutato un viaggio a Varsavia. Io invece non solo non ebbi ostacoli, ma fui sollecitato.
Con Giovanni Paolo I a San Giovanni, 23 settembre 1978

Con Giovanni Paolo I a San Giovanni, 23 settembre 1978

Fui in udienza da Sua Santità, sia prima della partenza che al ritorno. Jaruzelski mi aveva spiegato che con lo stato d’emergenza aveva bloccato l’invasione russa (più tardi Gorbaciov lo confermò). Mi trovai, prima, durante e dopo quel viaggio, in una situazione particolare. Il Santo Padre era interessato a raccogliere le mie impressioni e a loro volta i dirigenti polacchi si dimostrarono più desiderosi che io parlassi del Papa, che non attenti ai problemi bilaterali e della Nato.
Circa l’Italia politica, il Papa fu molto rispettoso e quasi distaccato. Più di un vescovo, che durante l’udienza pontificia si lamentava dei politici italiani, si era sentito rispondere: «Se non esistono alternative migliori da coltivare, lavorate con gli interlocutori che vi sono».
Il Papa mi offrì un altro momento privilegiato il giorno del suo storico viaggio ad Assisi. Mi invitò alla sua messa privatissima in un monastero della zona e mi partecipò il suo stato d’animo particolarmente sensibilizzato. L’invito a piccole delegazioni di tutte le provenienze (compresi alcuni pellirosse) non era condiviso da molti esponenti della Curia, compreso il cardinale Oddi, che in effetti fu quel giorno lì con un atteggiamento non proprio plaudente.
Un momento straordinario fu anche quello dell’udienza giubilare ai politici di tutte le nazioni. Ci riservò una messa e due incontri, con omelie davvero straordinarie.
Altra pagina storica fu quella della sua visita al Parlamento italiano, con un discorso perfetto, che chiudeva definitivamente la breccia di Porta Pia (mi disse qualche giorno dopo che si era ispirato al discorso che a Porta Pia aveva fatto nel centenario del 20 settembre il cardinale vicario Angelo Dell’Acqua).
Nel rito del commiato da Giovanni Paolo II il cardinale Ratzinger parlò di una finestra del cielo da cui il Pontefice ci guardava e ci benediva. Sta ora per elevarlo agli altari.
Questo suscita una commozione tutta particolare. L’espressione loquitur si addice straordinariamente a questo santo successore di Pietro.


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