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SETTIMANE SOCIALI DEI...
tratto dal n. 10 - 2007

I CENTO ANNI DELLE SETTIMANE SOCIALI DEI CATTOLICI ITALIANI

La Chiesa compagna del popolo


Nella loro storia, le Settimane sociali hanno dato vita a dibattiti sulla dimensione sociale del cristianesimo, sul rapporto con l’Italia del potere e del quotidiano


di Andrea Riccardi


Un’immagine dell’ultima <I>Settimana sociale</I> che si è svolta a Pistoia e Pisa dal 18 al 21 ottobre 2007

Un’immagine dell’ultima Settimana sociale che si è svolta a Pistoia e Pisa dal 18 al 21 ottobre 2007

Alle origini della pretesa di essere sociali
Cent’anni dalla prima Settimana sociale. Si può fare la storia di questa istituzione? Alcuni potranno. Per me, l’interesse è considerare le quarantacinque Settimane come osservatorio della storia del cattolicesimo italiano. Sì, cent’anni di cristianesimo italiano lungo un secolo che è, per l’Italia, il secolo della nazione, il primo dello Stato unitario. Fino all’Ottocento, il grande e solo fatto unificante della penisola fu il cattolicesimo. Per questo – notava Rumi – l’Unità fu pensata in modo neoguelfo. Ma l’Italia non nasce dal grembo della Chiesa e progressivamente non le appartiene più unanime. Il Novecento è il secolo più secolarizzato. Ed è il secolo del cattolicesimo che si fa movimento sociale e politico.
In cent’anni, attraverso le Settimane, appaiono i dibattiti sulla dimensione sociale del cristianesimo italiano, sul rapporto con l’Italia del potere e del quotidiano. Le Settimane sono ufficiali, ma raccolgono idee, uomini e le migliori energie del cattolicesimo. Chi si immerge negli Atti, constata, con sorpresa, come talune risposte o questioni, sentite oggi nuove, ritornino di stagione in stagione. Chi sottolinea le svolte, leggendo gli Atti ha l’impressione, tra tante diversità, di un fluire continuo di vissuto, che fa la storia della Chiesa. Storia sociale, politica…, ma anche storia della carità in senso largo (questa meno nota). La Chiesa è compagna di sempre del popolo italiano, come nessun’altra istituzione. Viene da più lontano del giovane Stato. È quel che il vecchio vescovo Monterisi disse, con orgoglio, a Badoglio che lo rimproverava di non cedergli il seminario nel 1944 e che lo aveva apostrofato: «Lei è italiano?»: «Quando il popolo è rimasto solo e stremato dalle sofferenze della guerra io, vecchio di 76 anni, col mio clero, sono rimasto al mio posto a conforto e sollievo della popolazione, il maresciallo Badoglio è scappato a Pescara».
Rimasti al proprio posto a conforto e sollievo del popolo: la vita di un pastore o della Chiesa è sociale, fin dalle fibre più ecclesiali. La Chiesa e il popolo: sembra retorica, ma è presenza dentro il vissuto degli italiani. Gli italiani lo sentono, specie nei momenti difficili. La Chiesa parla sempre agli italiani, perché, da antica compagna della storia italiana, ha maturato un invidiabile senso della realtà, anzi, direbbe Paolo VI, un’esperienza di umanità. Così nelle Settimane rifluisce un’esperienza pensata, proposta, discussa. Tuttavia, nei primi decenni dell’Unità, la Chiesa non ha posto nel quadro istituzionale dello Stato, a cui i cattolici non partecipano. Ugualmente si sente portatrice di un’idea di bene per il Paese: «Quel sommo e immutabile bene», di cui parla Leone XIII nella Immortale Dei del 1885, lo stesso che Monterisi rivendica di fronte a Badoglio. Con Leone XIII, la convinzione di essere portatori di sommo bene si articola sul terreno sociale. L’affermazione di una Chiesa che è sociale lega posizioni diverse: da monsignor Benigni, personaggio poco chiaro e antisemita, che lotta insieme contro gesuiti e massoni, e nel 1907 pubblica la sua Storia sociale della Chiesa, fino al cardinale De Lubac, teologo del Vaticano II, con il suo Cattolicismo. Gli aspetti sociali del dogma nel 1938.
Le Settimane nascono per illustrare ai cattolici e agli italiani i volti del bene comune: parlano all’interno, ma mai solo e non dell’interno bensì del Paese. Cominciano a Lione nel 1904, poco dopo la rottura tra Francia anticlericale e Santa Sede. La Settimana di Lione esprime una vivace generazione cattolica, militante e sociale, offrendo «una dottrina all’impegno cattolico sociale». La Spagna segue nel 1906, anche se la stagione più incisiva è col franchismo, dal 1949 al 1970, quando i cattolici trovano spazio di influenza nel regime del generalissimo. Dal 1908, il Belgio celebra la sua Settimana. Le Settimane belghe entrano in crisi con l’affievolirsi dell’unità del Paese, oggi arrivato alla scomposizione nell’indifferenza europea, crisi emblematica per noi tutti. Troviamo le Settimane nel 1908 in Messico, in Uruguay, più tardi in Cile e Brasile. In Canada vanno dal 1920 al 1959. In Germania non arrivano mai, per l’esistenza del Katholikentag, convegno nazionale dei cattolici, non sugli aspetti sociali.
Le Settimane affermano che la Chiesa ha da dire sul terreno della società, perché è nel sociale. Nell’età liberale, esprimono un rifiuto del posto assegnatole dai regimi liberali, cioè del solo culto. Le leggi sull’asse ecclesiastico sopprimono monasteri, vita religiosa, opere caritative, lo spessore sociale, lasciando solo le parrocchie e le diocesi, sostenute dallo Stato. La Chiesa è ridotta a struttura di servizio religioso pubblico a una società che allora aveva una morale pubblica quasi coincidente con quella cattolica. Rifiuta uno spazio solo cultuale, quasi cappellano della società civile (voluto dalla borghesia liberale anche con un’idea di riforma ecclesiastica e spirituale). Respinge il posto di servizio civile religioso (come aveva voluto la Rivoluzione, ma anche come si era profilato nell’anglicanesimo, ed è proposta di riduzione ricorrente della vita ecclesiale); non rinuncia allo spessore sociale della sua vita e azione. Vuole essere un popolo diverso attorno al Papa e ai vescovi dentro la società italiana («un movimento» – aveva affermato Lamennais nella crisi della Restaurazione). Intende parlare dell’Italia e a nome dell’Italia, un Paese di cui crede di conoscere il bene.

Giuseppe Toniolo, organizzatore della prima Settimana sociale nel 1907, con Niccolò Rezzara, già segretario generale dell’Opera dei Congressi

Giuseppe Toniolo, organizzatore della prima Settimana sociale nel 1907, con Niccolò Rezzara, già segretario generale dell’Opera dei Congressi

Cattolici sociali tra liberali e socialisti
Questa è la storia del movimento cattolico dall’Opera dei Congressi, tempo di Leone XIII (1878-1903), fervido di idee e di azioni. Ma anche tempo del grande conflitto triangolare otto-novecentesco: borghesia, Chiesa, movimento socialista: tre poli in lotta tra loro, anche se le distanze tra l’uno e l’altro si accorciano o si allungano secondo le congiunture. Cattolici esterni al potere sentono la necessità di agire per un «ridestamento», disse Toniolo a Pistoia, «sul piano sociale, perché il mondo cambia, i socialisti avanzano, ci sono profonde miserie, i cuori operai e contadini si estraniano alla fede». Il professore crede – scriveva – in «una economia umana… per cui all’uomo operoso venga seguace e alleato il capitale». Nel 1908, di fronte alle agitazioni agrarie dell’Emilia, Toniolo commentò: «Guai a chi arriva secondo». Si sente che l’orologio della storia è mosso da altri. Come entrare nella storia, se non si fa politica? La risposta è: con la battaglia sociale, più efficace di una politica peraltro preclusa dalla Questione romana. Toniolo lottò per condensare le intelligenze cattoliche sugli studi sociali, perché bisognava ripartire dalle idee per orientare la storia nazionale. Convinto con Marx che il capitalismo moderno portasse allo sfruttamento del proletariato, Toniolo, contro Marx, riteneva che le idee non fossero sovrastrutture, ma muovessero la storia da strutture portanti. Le Settimane investono sulle idee per dar carne all’opposizione cattolica, per dirla con Spadolini: non solo “no” allo Stato usurpatore da fuori della storia. Non l’esclusiva difesa degli interessi cattolici o del papa, ma una visione di bene generale del Paese. L’opposizione si fa proposta nella storia sociale.
Il tempo dell’esordio è il confronto-scontro con l’altra Italia, laica, anticlericale e socialista, di cui si vede un saggio a Pistoia: «Un giorno una folla miserabile per denaro ed educazione era trascurata e lasciata nel suo basso fondo», dice Minoretti; «ieri presero dei sassi e li lanciarono ignobilmente contro il professor Toniolo […]. Non sprezzo, non insulti contro questi poveretti, ma compassione fatta di amore e di lavoro, perché giungano a quel grado di cultura…». Perché questa gente si estrania dalla Chiesa? La domanda angustia i cattolici europei da Leone XIII in poi. Sono figli di un mondo cambiato: dell’anticlericalismo borghese e di un movimento di redenzione sociale (il socialismo), più pericoloso del primo, perché allontana il popolo. La dottrina sociale mostra una Chiesa che interpreta quello che sente essere il bene dell’Italia. Non attraverso la politica. È la prima stagione delle Settimane, dal 1907 al 1913, con i suoi temi: azione sociale, condizione operaia, lavoro, cooperazione, scuola, famiglia, problemi agricoli, economia, organizzazioni professionali, libertà civili dei cattolici. Le Settimane si aggruppano in blocchi: dal 1907 al 1913 con Pio X; dal 1920 al 1934; dal 1945 al 1970; dal 1991 a oggi. La cadenza varia, a differenza di quella più o meno annuale dei francesi.
La Settimana del 1907 nasce con Pio X (1903-1914), dopo lo scioglimento, nel 1904, del grande strumento dell’opposizione cattolica, l’Opera dei Congressi. Il movimento cattolico è tenuto nelle mani della Santa Sede, ma si opera la distinzione tra azione del clero e del laicato; si promuove l’azione sociale ma si guarda alla politica. La Settimana, in questa strategia, raccoglie idee e pensieri per i cattolici dentro il Paese reale, più vicini di qualche anno prima ai meccanismi politici del Paese legale. È organizzata dall’Unione popolare, diretta da Toniolo, dopo la fine dell’Opera dei Congressi. Con l’Unione elettorale, sorta per riorganizzare le forze cattoliche sul piano locale, nel 1913 si va al cosiddetto Patto Gentiloni: l’appoggio, nelle prime elezioni a suffragio universale maschile, a candidati in larga parte liberali, che sottoscrivono sette punti che stanno a cuore alla Chiesa. Non è una proposta politica cattolica, ma un sostegno negoziato ai moderati. Per fermare i socialisti, si riduce la distanza della Chiesa dal blocco liberalgiolittiano. Due poli della lotta triangolare si accostano: cattolici e borghesia.
Le Settimane finiscono nel 1913, prima della guerra. L’ultima, nel XVI centenario dell’editto di Costantino, per i cattolici sulla soglia della politica, ha come tema: «Le libertà civili dei cattolici». Cosa chiedono i cattolici allo Stato? La laicità non sia laicismo, i cattolici nei corpi consultivi, le congregazioni religiose libere, la Chiesa in libero possesso dei suoi beni, l’insegnamento libero, il matrimonio indissolubile… Sono storie lontane. Ma la politica della Chiesa, se così posso dire, non ha i brevi tempi di una legislatura o quelli, oggi brevissimi, del dibattito televisivo; corre su scansioni lunghe, forse perché non sottoposta a elezioni o sondaggi, soprattutto perché aderente al vissuto. Il cattolicesimo d’opposizione, rigurgitante di iniziative sociali, con l’attenuarsi del non expedit, al crepuscolo dell’egemonia liberale, con il suffragio universale che riversa le masse in politica, dichiara la sua visione per l’Italia: la ricerca del “bene comune”, interesse dei cattolici.

Andrea Riccardi

Andrea Riccardi

La Chiesa tra prospettiva di un regime cattolico e Stato fascista
La Grande guerra, con la mobilitazione delle masse e l’esperienza del dolore, cambia la politica, dominata dalla classe dirigente liberalborghese. Don Sturzo, con la fondazione del Partito popolare, lancia un’iniziativa politica cattolica, non confessionale, partito di popolo, non della Chiesa, portatore di idee ed esperienze di decenni di opposizione in modo originale: un partito più esigente e autonomo degli accordi clericomoderati sulla scia del Patto Gentiloni. L’arrivo tardivo dei cattolici come partito politico mostrò sì l’originalità della loro proposta, ma non salvò la vacillante democrazia parlamentare dall’avvento del fascismo.
Gli anni del fascismo (e di Pio XI) registrano un quadro inedito. Il regime oscilla tra un modello autoritario alla Salazar e uno totalitario: tanto mondo cattolico spera di cattolicizzarlo. La Conciliazione non è un concordato difensivo, ma anche uno strumento di conquista cattolica di un regime autoritario. Speranze e delusioni si alternano in Pio XI. A che servono le Settimane? Il presidente delle Settimane, padre Gemelli (dal 1926), usa cautela nella gestione dei temi del congresso pubblico in un regime senza dibattito libero. Nel 1924 si parla dell’autorità sociale della dottrina della Chiesa (l’acuto padre Cordovani, maestro dei Sacri Palazzi, discute i limiti dell’autorità dello Stato); nel 1926 di famiglia; nel 1927 di educazione cristiana; nel 1928 di unità religiosa. Nell’anno della Conciliazione, la Settimana è sull’opera di Pio XI. Come dire il bene comune, quando il regime si riserva il monopolio di esprimere la nazione?
L’Italia del Concordato non ha bisogno delle Settimane: se ne tengono solo due, nel 1933 sulla carità e nel 1934 sulla professione. C’è in mezzo la crisi del ’31 sull’Azione cattolica. La Settimana del 1931 salta per la crisi con il fascismo. Le Settimane poco si addicono a un clima illiberale. Il regime presenta vari profili: può essere considerato cattolico da chi lo vuole, guardando alla dottrina fascista e alle sue organizzazioni come prezzo da pagare al dittatore. Ma la realtà è che il regime non si fa cattolicizzare. Mussolini è più realista verso il papato e la Chiesa di buona parte dei dirigenti liberali; ma non rinuncia a imporre un’impronta totale al Paese, più che nazionalista. Il regime occupa la società, educa i giovani, mobilita le masse, vuole creare un uomo nuovo. Lo si vede dopo le leggi razziste e con il culto della guerra.
I cattolici erano stati all’opposizione di Stato e borghesia liberali, rifiutando di essere cappellani del Regno. Che spazio in un regime sempre più totale? Cercano percorsi alternativi: creare nell’Italia fascista una classe dirigente per orientare il futuro. Gemelli lavora attraverso l’Università Cattolica: «Dobbiamo piuttosto prendere coscienza di un passato che tramonta», dice alla Settimana del 1933, «e partecipare, animandolo col nostro spirito, al ciclo sociale che comincia». Monsignor Montini, sostituto della Segreteria di Stato, animatore degli Universitari cattolici e fino al 1933, loro assistente (quando si deve dimettere per la sua linea religioso-educativa e antifascista), promuove i Laureati cattolici, fucina della classe politica del dopoguerra. Guarda al di là del fascismo, di cui auspica il superamento. Monsignor Bernareggi, presidente delle Settimane nel 1934, è assistente dei Laureati: «Non è soltanto questione di una scuola, ma della vita stessa, che si è fatta spesso nemica del Vangelo» dice nell’ultima Settimana. Formazione di classi dirigenti e naturalmente stare in mezzo al popolo, per stare nella storia. Di fronte c’è solo un protagonista, il fascismo, che intende occupare tanto spazio sociale...
Ma viene la guerra. La Chiesa rivela il suo radicamento popolare nello smarrimento del conflitto. Essa sa che le guerre cambiano quasi più delle rivoluzioni, immettono masse desiderose di protagonismo. Nel «tutto è perduto con la guerra, niente è perduto con la pace» di Pio XII all’alba del conflitto sta la consapevolezza che la vecchia Europa, con orrori e grandezze, si perderà con tante vite umane nella guerra. Nello smarrimento italiano della guerra, grandeggia la figura di Pio XII con la Chiesa. Mai, da secoli, c’è stato un rapporto così diretto tra Papa, popolo e Italia: una pagina inedita di storia sociale e religiosa. Tramonta la monarchia sabauda; il Papa acquista un ruolo di guida spirituale nella vita nazionale che, nonostante le polemiche, gli resta per decenni.

Alcide De Gasperi con Giorgio La Pira a Firenze nel 1952

Alcide De Gasperi con Giorgio La Pira a Firenze nel 1952

Il laboratorio dei cattolici al potere
Come ricostruire il Paese? Il partito cattolico, voluto da De Gasperi e da Montini, nasce – questa volta sì! – come partito della Chiesa; valorizza le energie preparatesi negli anni Trenta: è espressione di un protagonismo di cattolici, inedito nella storia unitaria. Si ritrova con altre presenze di partiti (e grosse, talune!), ma finisce per occupare una posizione forte e centrale. Governa con alleanze, ma da posizione di forza. Si crea un blocco cattolico, di cui la Dc è espressione politica, forte di una rete di associazioni e della cultura sociale cattolica. Le Settimane sono utili. Si susseguono con scansione annuale dal 1945 al 1966, saltando il 1950 e il 1963. Nel 1968 e nel 1970 ci sono le due ultime Settimane. Dal 1945 al 1966, un solido blocco di Settimane ha come interlocutore la classe democristiana che costruisce lo Stato, la nuova economia italiana (anche a partecipazione statale), reti assistenziali in un Paese che si inurba e in mondi di antica miseria toccati dalla rivoluzione del benessere.
Nella prima Settimana, nel 1945, “Costituzione e Costituente”, si ritrova il meglio del cattolicesimo italiano pensante, da De Gasperi a La Pira, ai Laureati cattolici, ai vescovi. Infatti l’Italia democristiana ha due classi dirigenti di cattolici: quella politica e quella episcopale, unite, ma non confuse, non sempre unanimi in tutto, ma convinte nel sostenere l’esperienza unitaria dei cattolici in politica. Questo quadro dura fino agli anni Novanta, anche attraverso la crescita della Cei, timidamente nata nel 1952 e rafforzatasi dopo il Vaticano II. Le Settimane sono un laboratorio comune.
Nel 1945 il dibattito è serrato. Ci sono differenze, perché ci sono idee. Il cardinale Dalla Costa vuole la Costituzione fondata sulle radici cristiane; La Pira, vicino a lui, insiste però sulla persona come fondamento (ed è noto il suo ruolo alla Costituente). Afferma Ferruccio Pergolesi: «Il nazionalismo in senso stretto, che fa della nazione lo scopo supremo e la suprema regola d’azione, deve cedere il passo a un universalismo che orienti […] verso il bene supernazionale della comunità civile». La democrazia sostituisce la nazione, utilizzata con cautela dopo il fascismo. C’è la volontà di radicare la nuova Italia nell’«unità del genere umano». È un modo di pensare l’Italia differente dal passato liberale e fascista. Le Settimane, centrate sui problemi italiani, hanno aperture al mondo, come la decolonizzazione del 1961. C’è di più: fin dal 1945, si sente la necessità di ancorare la democrazia italiana alla comunità internazionale. Per parlare dell’Italia, bisogna dire anche dove e con chi stia nel mondo.
La democrazia italiana si integra nell’Occidente, entra nella Nato: malgrado le perplessità di monsignor Tardini, di Dossetti e altri, i democratici cristiani, De Gasperi, Montini non hanno dubbi. La scelta dell’Europa (ardita per un cattolicesimo diffidente e proiettato più sull’idea di un’unione cattolico-latina che su Paesi laici come la Francia o protestanti) vede impegnato lo stesso Pio XII, che non teme la formazione di un insieme dove i cattolici non saranno egemonici, ma accanto a laici e protestanti. L’idea è che l’Italia democratica da sola non regga e che si debba inserire in una realtà internazionale fatta di comunità più che di azione diplomatica. Il bene comune nazionale si collega – in tale visione – al «bene comune universale». Ne parla la Settimana del 1948 sulla comunità internazionale: è il frutto della dura lezione della guerra, e di una visione. La sovranità dello Stato va ridimensionata – dice Messineo – nella coesistenza con altri Stati e dal diritto naturale. Si auspica, nel mondo del dopoguerra, una missione per l’Europa.
L’andamento delle Settimane è centrato sull’Italia: lavoro, vita rurale, sicurezza sociale, impresa, popolazione, famiglia, scuola, economia ed etica, tempo libero, emigrazione, mezzi di comunicazione e via dicendo. I cattolici sono al potere per la prima volta nella storia unitaria e, per così dire, orientano la storia. Ma che vuol dire fare un’Italia cattolica? La morale pubblica, per lo più, coincide con quella cattolica. I cattolici propongono percorsi concreti per trasformare il Paese, uscire dalla miseria secolare, dare sicurezza ai lavoratori, creare un’economia dinamica e anche uno Stato imprenditore. Alla Settimana del 1949, il gesuita De Marco tiene la prolusione, partendo dalla «cosiddetta liberazione» del 1945: «Quanto a liberare i popoli dal bisogno era tutt’altra questione. Una liberazione di tal genere non è opera di un giorno né di un popolo solo, ma il risultato di un complesso di fattori d’ordine individuale e collettivo, privato e pubblico, nazionale e internazionale; in particolare poi per i Paesi economicamente deboli e per giunta usciti […] dalla guerra».
L’Italia è vista come un cantiere privato e pubblico, nazionale e internazionale, dove i cattolici che fanno politica, pensano, operano sul terreno economico, per «liberare dal bisogno». Le Settimane, un po’ gli Stati generali, pulsano del senso di una grande impresa. È il periodo più fecondo, in cui il pensiero dei cattolici, unito al senso di una responsabilità politica epocale, si sente sfidato dal movimento comunista sul terreno del voto e della realtà sociale.
Le Settimane sono italiane, ma anche papali. Si sente l’influenza della visione di Pio XII. Il cardinal Siri, presidente delle Settimane dal 1949 al 1970, sostenne: «Il Comitato permanente deve essere nominato dal papa. Perché, guardi, levare le nomine al papa significa distruggere». In quegli anni, il papa è il punto di unità dei cattolici italiani. Di fatto non esiste la Cei. Le Settimane sono le grandi assise dei cattolici italiani, fino al Convegno nazionale del 1976. Hanno nel presidente il riferimento che collega la Santa Sede con la situazione italiana. Siri difese le Settimane con forza dopo il loro accantonamento: «Siccome debbono essere guida di popoli, debbono come qualunque guida antivedere le questioni», dichiarò nel 1987. E alludendo alla politica italiana, disse: «Sarebbe diverso il clima se le Settimane avessero continuato… E il clima influisce sulla credibilità e sulla non credibilità della gente. E può sempre condizionare anche i fatti nazionali».
Per più di vent’anni il cardinal Siri ha svolto una funzione con prossimità particolare a Pio XII, che lo avrebbe voluto a Roma come collaboratore autorevole. Il cardinale, affiancato dal 1957 da monsignor Nicodemo di Bari, ebbe forte la convinzione dell’originalità cattolica: «Il mondo lo dobbiamo affrontare, non dobbiamo misurare il nostro comportamento sul metro di quello che ciecamente desidera». Siri era convinto che i cattolici fossero portatori di un grande disegno per l’Italia; anche se, da realista, conosceva le forze e gli uomini. Il governo era per lui la più alta forma di servizio, unendo un grande disegno e il realismo delle scelte concrete.
Sull’apertura a sinistra scoppiò il dibattito con Moro nel 1963. Critico sulla politica dei democristiani, da sempre Siri aveva rifiutato l’idea di un altro partito cattolico, a destra della Dc, che il partito romano avanzava dal dopoguerra. Per lui era prioritaria una volontà unitaria, non solo ecclesiale, ma politica. In un decennio, la Dc era divenuto il partito nazionale, che assommava la legittimazione cattolica, occidentale, economica, popolare. Aveva guidato la più incisiva trasformazione economico-sociale del Paese; viveva però il logorio del governo fatto da formule instabili, ma nella sostanziale continuità del gruppo dirigente. C’erano grandi e logoranti problemi nel rapporto tra il disegno cattolico, le scelte di governo, l’equilibrio degli interessi particolari, l’usura del potere.
Il cattolicesimo, dal secondo dopoguerra, ha fatto storia sociale e politica da protagonista, come mai. Tale storia è stata scandagliata dal dibattito politico, dalla morale, da uno sguardo teologico, dalla stampa, dalla magistratura: c’è ora, con il distacco del tempo, il grande lavoro da fare: scriverne la storia per comprendere l’impatto dei cattolici, al governo con altri, di fronte a varie opposizioni, ma al centro del sistema.

La crisi e la ripresa delle Settimane sono quarant’anni di storia: la recezione del Vaticano II. Questa storia – mi diceva sempre padre Congar – non è solo vicenda del postconcilio, ma anche del ’68 e del seguito, insomma dell’ultima rivoluzione europea, fallita politicamente, ma dal forte impatto antropologico
Il tempo della crisi
La crisi e la ripresa delle Settimane sono quarant’anni di storia: la recezione del Vaticano II. Questa storia – mi diceva sempre padre Congar – non è solo vicenda del postconcilio, ma anche del ’68 e del seguito, insomma dell’ultima rivoluzione europea, fallita politicamente, ma dal forte impatto antropologico. Frutto di una generazione che non ricordava la guerra, in un clima di benessere, il ’68 introdusse una spinta antigerarchica con il culto della frattura (instauratrice per dirla con de Certeau): nella Chiesa, nella scuola, nella famiglia… Una ventata di soggettivismo e di gusto della propria esperienza portò alla critica del blocco cattolico. Tolse al Partito comunista il monopolio dell’opposizione; corrose la legittimazione della Dc, mettendo in contraddizione il suo essere partito di potere e di formazione cattolica. Tanti sono i protagonisti della vita politica: “base” è parola mitica. Non più solo i partiti e le istituzioni. In pochi anni il cattolicesimo italiano si ritrovò con un volto marcatamente al plurale. I cattolici in diaspora? Nelle due ultime Settimane emerge l’affievolita volontà di essere presenti insieme politicamente e socialmente. Sociale diventa altra cosa: talvolta l’esperienza solidale, talvolta il politico, certo un protagonismo articolato e differenziato…
Ci sono due storie da seguire: la Dc e la Chiesa. La Dc vive una progressiva delegittimazione: con l’usura del potere, la contestazione dei cattolici, le scelte a sinistra, lo scarso entusiasmo dei giovani, l’affievolirsi del retroterra culturale e delle motivazioni. Né la Dc sa parlare al mondo post ’68. Nel 1978, alla morte di Paolo VI, grande costruttore della Dc nel dopoguerra, dopo l’assassinio di Aldo Moro (che scuote i basamenti del sistema), il partito è ancora forte elettoralmente, ma con poco retroterra di energie, idee. Al Convegno ecclesiale del 1976 si dibatté della Dc: Pietro Scoppola rivendicò il pluralismo dei cattolici; don Ruini prospettò la «laicizzazione della Dc», pur mantenendo da parte della Chiesa un’«indicazione non vincolante». Il partito si indebolisce finché – negli anni Novanta – smarrisce la centralità e non riesce a gestire il residuo, ancorché consistente, consenso elettorale. È la fine di un mondo sotto la pressione della società civile, dei media, di poteri non partitici, protagonisti poi degli anni successivi. Non più la Repubblica dei partiti, ma un impasto inedito tra personalità e media, tra impennate di movimenti sociali, attività di governo, formazioni politiche. Si registra l’eclissi della volontà di essere insieme dei cattolici sul terreno politico.
Nel 1976, Paolo VI confessa a monsignor Bartoletti (che lo appunta): «Bisogna ricominciare da zero per riprendere una coerenza e una convergenza dei cattolici. Ha mostrato ancora fiducia nella possibilità del movimento cattolico, pur pronunziando giudizi negativi… Bisogna educare uomini (laici) che sappiano amare e servire la Chiesa». Su questo la Chiesa si concentra. Sono gli anni di Paolo VI e di un Paese più secolarizzato, in cui però l’eclissi del religioso, profetizzata molto presto, non ha avuto l’ampiezza prevista. Paolo VI aveva un vasto progetto di riforma ecclesiale da gestire gradualmente con la sua autorità, ma si trova a che fare con una Chiesa non solo al plurale, ma divaricante: «Ci avessero fatto lavorare in pace, avremmo cambiato profondamente la Chiesa», diceva monsignor Manziana riferendo il sentire dell’amico Montini. La Chiesa di Paolo VI sembra travolta: «Tutti poi si è sconvolti dal dilagante fenomeno della contestazione», scrive il cardinale Colombo al presidente della Cei Urbani nel 1969, «e l’episcopato italiano offre quasi l’impressione di non sapere che cosa dire, e di aspettare per vedere come vanno a finire le cose. Un giorno non sarà rimproverato di pavido silenzio?».
La presenza unitaria si smarrisce in politica e nel sociale. Politicamente un certo numero di cattolici si orienta a sinistra e, talvolta, teorizza la scelta come opzione che scaturisce dalla fede. La presenza unitaria si smarrisce anche a livello ecclesiale: una crisi unica nella storia religiosa, niente da paragonare al periodo unitario. Paolo VI punta sulla costruzione di una Chiesa italiana attorno alla Conferenza episcopale. È un lavoro lento, complesso, paziente. Ruota attorno alla prospettiva di evangelizzare il popolo italiano, «erede d’una ottima, ma un po’ stanca e consuetudinaria, formazione religiosa», dice alla Cei nel 1978. Il Papa conosceva bene il cattolicesimo italiano dagli anni Venti; aveva avuto un ruolo notevole dal 1937 come sostituto (era il tramite per la Chiesa italiana); dal 1955 era stato arcivescovo di Milano. A lungo aveva riflettuto sui suoi problemi e sognato un futuro di grande rinnovamento.
Alla fine del suo pontificato, nel 1978, salutava la Cei come speranza: «Fatto singolare e magnifico che l’Assemblea dell’episcopato italiano per sé stessa documenta e illustra l’unione canonica della Chiesa in Italia». Attorno alla Cei si sviluppano le iniziative pastorali che danno spessore comune al cattolicesimo italiano: bisogna attrarre le pluralità perché non siano dispersione. È il primo Convegno dei cattolici nel 1976 a Roma, per il presidente Poma di «importanza storica eccezionale […] per la partecipazione dei rappresentanti di tutte le componenti ecclesiali»: «Anche se in passato vi sono stati congressi e Settimane sociali». L’evangelizzazione, cuore della vita ecclesiale italiana, si coniuga con la «promozione umana», espressione dell’Evangelii nuntiandi, che riassume quel fascio di impegni sociali, educativi, in favore dei poveri... che i cattolici vivono, perché non hanno lasciato il terreno sociale e dei poveri, anche se vi stanno in modo meno organizzato (e sono una grande risorsa per il Paese).
Del resto, con il Concilio, con un più marcato pluralismo politico-sociale, aleggia il dubbio se e come sia possibile la dottrina sociale: come stare insieme nella storia se non solo in una prospettiva religiosa. La Populorum progressio del 1967 colloca la questione sociale nei rapporti tra Nord e Sud; l’Octogesima adveniens del 1971 confessa che è difficile esprimere una parola generale sui grandi problemi sociali, ma ammonisce sulla ideologizzazione della politica, sul marxismo. Il Papa invita all’azione sociale, «perché dietro il velo dell’indifferenza c’è nel cuore di ogni uomo una volontà di vita fraterna e una sete di giustizia e di pace che si devono far fiorire». In una prospettiva sociale “larga”, la Cei collega l’azione sociale per l’evangelizzazione alla ricerca di una comunicazione maggiore tra cattolici.

Giovanni Paolo II interviene al convegno ecclesiale “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”, 
Loreto, aprile 1985

Giovanni Paolo II interviene al convegno ecclesiale “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”, Loreto, aprile 1985

Giovanni Paolo II in un’Italia spaesata
Il quadro è difficile per motivi ecclesiali e per l’instabilità politica: è tempo di crisi quando irrompe Giovanni Paolo II. Non parlerò degli ultimi tempi che, non solo per le persone viventi, poco si adattano anche a un primo giudizio storico. Il più lungo pontificato del secolo richiede, per comprenderlo, uno studio capace di abbracciare un quarto di secolo, un lungo ministero, che è davvero complesso. Non mi sono ritrovato nella lettura che ne dà un noto storico italiano, Giovanni Miccoli, In difesa della fede. La comprensione dell’eredità di Giovanni Paolo II rappresenta – anche solo per l’Italia – un appuntamento intellettuale e culturale decisivo. Invece, in un mondo cangiante e sulla notizia, il rischio è archiviarlo nel revisionismo o nella pigrizia intellettuale. Da un punto di vista storico e intellettuale non capisco come i cristiani italiani, talvolta alla ricerca di antenati nella loro storia sociale dell’altro ieri, non affrontino in modo serio il tempo di Wojtyla che è ancora l’oggi.
Papa Wojtyla ha avuto la capacità di leggere il cattolicesimo italiano, più della Cei di allora che ne notava solo taluni segmenti. Non ha creduto alla fatale decadenza del cristianesimo italiano, che molti prevedevano. Ha creduto che andasse capito qual era: un cattolicesimo di popolo, segnato da una complessità, che non vuol dire divaricazione. Le semplificazioni delle geometrie pastorali o dei piani non rendevano giustizia a un mondo non riducibile ad unum, né organizzabile geometricamente. Andava ravvivato e guidato con carisma. Wojtyla ha sconvolto la distinzione weberiana tra carisma e ufficio, unendoli entrambi con originalità. Il suo è stato un governo carismatico, creatore di unità nella complessità. Il cattolicesimo si esprimeva in modo plurale: era frutto del postconcilio o di una ventata di soggettivismo, ma anche di stratificazioni storiche, spirituali e pastorali, di differenze tra Nord e Sud. Bisognava ravvivare il gusto di una storia da scrivere insieme e con gli italiani.
Per papa Wojtyla il cattolicesimo non andava razionalizzato, magari per corrispondere a un modello: è cattolicesimo vero, ma plurimo, quello italiano. Una stratificazione di vissuti, di opera dello Spirito, di storia di santità. Lontano dall’idea del piano, Wojtyla vedeva un cristianesimo di popolo orientato a comunicare il Vangelo. Non rinunciava al mondo dei santuari e alla pietà, piuttosto accantonati nella pastorale postconciliare. Ma ha prestato attenzione alla cultura. Il Papa amico degli intellettuali è stato sensibile a un cristianesimo di popolo, quello dei santuari, della vita parrocchiale, quello dei movimenti e delle nuove comunità (così diversi tra loro), che si inserisce nella Chiesa italiana con dignità. Nessuno di questi segmenti deve essere lasciato cadere perché costituisce una strada per la fede stessa. In questa realtà plurima il Papa vedeva il frutto dell’azione dello Spirito, fede del popolo, santità e iniziative carismatiche. Sentiva la grande storia che pulsava in questo mondo. C’era storia spirituale da respirare nei santuari, nel contatto con la gente, nel ritessere il senso di una vasta comunità di popolo cristiano. Il suo genio non è razionalizzare, ma guidare la complessità, la realtà di un popolo dalla storia cristiana bimillenaria. In questo è genio molto contemporaneo, ma dal sentire antico.
Il Concilio, per lui, è sorgente di uno slancio di un popolo che evangelizza. A tutti i livelli, ribadisce il primato del credere e dell’evangelizzare; ma è convinto che abbia una ricaduta profonda sulla vita sociale. In questo non ha il pudore del cattolicesimo italiano, vissuto da ospite nello Stato liberale. Ludovico Montini una volta mi disse: «È combattendo nella Prima guerra mondiale che ci siamo guadagnati il nostro essere italiani». Wojtyla non ha questi problemi. È un polacco che si sente vescovo italiano. Non ha le perplessità del cattolicesimo postconciliare che trasuda distinzioni e sente il lungo governo della Dc come un peso. Ben profonda e provata è, per lui, la presenza del cristianesimo nella storia nazionale. Non sente il fascino o la vocazione della minoranza, anche se non pretende l’egemonia.
A Loreto, nel 1985, Giovanni Paolo II spiega ai cattolici: «Anche in una società pluralistica e parzialmente secolarizzata, la Chiesa è chiamata a operare, con umile coraggio e piena fiducia nel Signore, affinché la fede cristiana abbia, o ricuperi, un ruolo-guida e un’efficacia trainante…». La fede vissuta del popolo cristiano deve avere un ruolo guida in un Paese che il Papa non considera totalmente secolarizzato, anzi in buona parte cristiano, ma a rischio di fratture a partire dal soggettivismo. Un ruolo guida nella storia, che viene da lontano: «Tutta la sua storia e la sua cultura sono impregnate di cristianesimo e intimamente intrecciate col cammino della Chiesa a partire dai tempi apostolici». Il Papa parla di «ricchezza di carismi»: «Grande varietà e vivacità di aggregazioni e movimenti, soprattutto laicali, che caratterizza l’attuale periodo postconciliare». Dice: «A tal riguardo mi piace ricordare l’antica e significativa tradizione di impegno sociale e politico dei cattolici». Conclude: «Questo insegnamento della storia circa la presenza e l’impegno dei cattolici non va dimenticato…». In questa visione rinascono le Settimane auspicate a Loreto. Si ricomincia nell’anno della Centesimus annus, quando il Papa rilancia la dottrina sociale. Parte anche il progetto culturale che, paradossalmente, si collega a un cristianesimo di popolo, cioè a un cristianesimo che non ha rinunciato a pensare e a parlare con gli altri. Illustra bene questa prospettiva, in cui fu impegnato, monsignor Naro, intellettuale e estimatore di un cattolicesimo di popolo, attento alla questione sociale e a quella antropologica.
Wojtyla – lo si voglia accettare o no – ha un’idea d’Italia. Di fronte a un Paese che negli anni Novanta rischia di frammentarsi e che cerca nuovi equilibri politici senza trovarli, il Papa ha un’idea d’Italia. Considera, ad esempio, il Mezzogiorno e quella che Pietro Borzomati ha chiamato la “Questione meridionale ecclesiale”: conosce le risorse del Sud religioso in un cattolicesimo che ha pensato più al Nord. Risponde (da Papa) alla questione soggiacente (inespressa per timore) alle tante domande che ci poniamo sul futuro, come scrive Lucio Caracciolo: «A che serve l’Italia?». Chiede infatti ai partecipanti alla Settimana del 1991: «Qual è il progetto di Dio sulla nostra storia? Sulla storia di questa nuova Europa che si va faticosamente ridefinendo? Su quest’Italia in Europa?».
L’idea sull’Italia si esplicita nel 1994, quando, in un periodo di crisi, propone una «grande preghiera per l’Italia e con l’Italia». Allora considera «valutazione errata» affermare che «una forza di ispirazione cristiana avrebbe cessato di essere necessaria». Tre sono le eredità qualificanti il Paese: la fede, la cultura e l’unità (anche di quest’ultima si sente difensore intransigente). L’Italia democratica dà un servizio cristiano e umano all’Europa e al mondo. Afferma: «Sono convinto che l’Italia come nazione ha moltissimo da offrire a tutta l’Europa. Le tendenze che oggi mirano a indebolire l’Italia sono negative per l’Europa stessa e nascono anche dallo sfondo della negazione del cristianesimo».
Queste idee non facevano l’unanimità dei cattolici italiani. Il suo non è stato un pontificato esente da critiche, anche se oggi lo si dimentica con la logica (già vista con gli ultimi quattro papi almeno) di esaltare il papa morto per criticare il vivo. Va detto che, però, Giovanni Paolo II ebbe anche la capacità di coinvolgere (non sempre convincere) tanti con la simpatia verso gli uomini e la sincerità comunicativa del suo credere, divenendo un grande leader nazionale. La sua è una pastoralità da capire. Credeva – citando Pertini – che «la Chiesa possa fare molto di più di quanto si ritiene generalmente. Essa è una grande forza sociale che unisce gli abitanti dell’Italia, dal Nord al Sud. Una forza che ha superato la prova della storia». La domanda è ancora aperta. Forse bisognerebbe avere il coraggio non solo di dire tante cose al nostro Paese, ma di provare a dire cos’è l’Italia, cos’è in Europa, cos’è nel mondo. Non è l’idea di cui ha bisogno un Paese che sbanda nella vertigine della globalizzazione? Certo richiede una concentrazione di intelligenze… Aveva ragione Toniolo: spesso le idee muovono la storia. Ma talvolta è più facile agire insieme che pensare assieme.

La domanda è ancora aperta. Forse bisognerebbe avere il coraggio non solo di dire tante cose al nostro Paese, ma di provare a dire cos’è l’Italia, cos’è in Europa, cos’è nel mondo. Non è l’idea di cui ha bisogno un Paese che sbanda nella vertigine della globalizzazione? Certo richiede una concentrazione di intelligenze… Aveva ragione Toniolo: spesso le idee muovono la storia. Ma talvolta è più facile agire insieme che pensare assieme
Senza conclusione
Riflettendo su cent’anni, lo storico vede anche il radicamento cattolico nel mondo meno noto della preghiera, dei santuari, della liturgia: non isolandosi da questo mondo, i cattolici fanno storia sociale, ma la loro originalità, concretezza e tenacia si radica in tale realtà spirituale che poco lo storico sa narrare e quasi per niente il cronista. La storia spirituale si intreccia con quella sociale. Storia spirituale, storia sociale, storia della carità… attraversano generazioni e luoghi del Paese, e ne hanno modellato la geografia e l’identità. Cento anni di storia mostrano che i cattolici non sono da soli l’Italia né hanno il monopolio del futuro: tutt’altro, ma rappresentano una risorsa importante per tutti e per pensarne il futuro. Hanno saputo dire al Paese parole importanti nelle ore di smarrimento. Penso a Pio XII nel 1943, a Paolo VI nel 1978 con la morte di Moro.
Da un così ricco vissuto, emerge una parola importante per il Paese che, tra smarrimenti e ripiegamenti, è entrato nella vertigine della globalizzazione, dove il confronto con i giganti della storia, quelli asiatici, o con le scosse di un mondo confuso, fa indulgere a rassicurarsi e difendersi sul particolare perimetro che si possiede. Ma se non si accetta la sfida, ci si rattrappisce come Paese (dal livello intellettuale a quello imprenditoriale), ci si taglia fuori dal futuro, che è non solo storia italiana, ma storia del mondo. Questo vale per l’economia, ma anche per la politica e la cultura. Va detto allora che cosa dev’essere il nostro Paese nel mondo e di fronte a sé stesso, al di là delle quotidiane trovate della politica.
Il Convegno di Verona ha parlato di speranza. Vanno tracciate figure e percorsi di speranza per i cristiani e anche per gli italiani. Raramente sono gli intellettuali a indicarli nella Chiesa. Talvolta i pastori. Spesso i santi. O i martiri. Ho in mente padre Puglisi, martire di una carità pastorale, che, da prete, scosse tanto il quartiere Brancaccio da essere condannato a morte. C’è un bene, non proprio, per cui si può morire. O penso a Vittorio Bachelet, ucciso, nel 1980, perché la sua presenza mite e forte appariva minacciosa a un pensiero folle, che pur amava citare santa Caterina da Siena («se sarete quello che dovete essere metterete fuoco all’Italia»).
Con serena semplicità, afferma Benedetto XVI nella Deus caritas est: «La forza del cristianesimo si espande ben oltre le frontiere del cristianesimo». Cent’anni di cristianesimo italiano nella società, con la sua grandezza e le sue fragilità, sono una forza che va oltre le sue frontiere e scrive la storia: nel locale e nel regionale, tra la gente, i poveri, nel governo del Paese, nell’intraprendere iniziative... Cent’anni di storia sociale, spirituale, di carità, nel loro intreccio, dicono al Paese – ed è anche una lezione umana e storica – che non si può vivere per sé stessi, chiusi in sé stessi, solo per proteggersi (come Paese, categoria, individui), ma pensare agli altri, intraprendere per loro, amarli, governarli, aiutarli, servirli, guidarli, educarli, accompagnarli (e tanto altro…). Sono un modo di stare nella storia. Lo storico lo vede. Il contemporaneo lo percepisce. Questo vuol dire vivere il futuro e la speranza, non sopravvivere in una specie di autismo sociale. Non è solo una lezione per un individuo, per una comunità cristiana, ma un segreto umano. Alla fine è anche l’anima per un Paese.


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