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SETTIMANE SOCIALI DEI...
tratto dal n. 10 - 2007

I CENTO ANNI DELLE SETTIMANE SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI

Il bene comune ai tempi della globalizzazione


Parla Savino Pezzotta: «Quello che fino a ieri era l’ambito in cui collocavamo il bene comune è stato stravolto. Ciò che i cattolici possono fare è solo costruire per tutti una “buona vita”»


Intervista con Savino Pezzotta di Roberto Rotondo


“Il bene comune oggi, un impegno che viene da lontano”. Già nel titolo i due filoni su cui poggiava la riflessione della quarantacinquesima edizione delle Settimane sociali dei cattolici italiani, che si è svolta a Pistoia dal 18 al 21 ottobre, erano chiari: la memoria del contributo dei cattolici nella società italiana e le nuove responsabilità che il futuro comporta. Sul primo filone della riflessione i nostri lettori hanno potuto leggere in queste pagine l’intervento alle giornate di Pistoia del professor Andrea Riccardi. Per quanto riguarda il prossimo futuro, invece, abbiamo rivolto alcune domande a un altro dei relatori: Savino Pezzotta, ex segretario generale della Cisl, oggi presidente della Fondazione per il Sud, ideatore del movimento “Officina 2007” nato dopo il successo del Family Day. È anche consultore del Pontificio Consiglio «Iustitia et Pax».

Savino Pezzotta

Savino Pezzotta

Qual è il suo giudizio sulla quarantacinquesima edizione delle Settimane sociali?
SAVINO PEZZOTTA: Ho avuto la conferma di una sensazione che avevo già avuto al Convegno di Verona: ho l’impressione che ci troviamo di fronte a una Chiesa italiana più serena, con la voglia di sottolineare e lavorare su quei temi che sono essenziali per il Paese, una Chiesa con il desiderio di vedere i cattolici presenti con originalità, ma sempre dentro il dibattito reale. Mi sembra che il messaggio di Benedetto XVI, in cui il Papa chiedeva che la “risposta cattolica” tornasse a incidere nella società, sia stato preso seriamente. Inoltre, pur nella differenza delle posizioni, ho rilevato nelle Settimane sociali una capacità di dialogo e una voglia di fare che lasciano ben sperare.
Il tema del Convegno di Pistoia è stato il bene comune oggi. Ma è possibile dare una definizione di bene comune su cui tutti siano d’accordo?
PEZZOTTA: Io credo che il bene comune vada ripensato e definito tenendo conto dei cambiamenti che stanno attraversando il mondo: dalla globalizzazione, al predominio della finanza sull’economica reale, all’invadenza pervasiva della tecnica e della scienza nella dimensione dell’umano. Quello che fino a ieri era l’ambito in cui collocavamo il bene comune è stato stravolto e l’unica cosa che i cattolici possono fare è tornare ad essere sé stessi, e costruire dei percorsi di quotidianità fondati sulla “buona vita”.
Qual è la buona vita che i cristiani possono proporre a tutti?
PEZZOTTA: Un matrimonio fondato sulla fecondità, sulla generatività. Un matrimonio che fa della famiglia uno dei criteri educativi dei propri figli; il rispetto del lavoro; il ripensare l’unità nazionale come il luogo dove realizzare il bene comune non in termini di chiusura, ma nei termini di una apertura agli altri che vengono da fuori. Per il fatto che la cultura del nostro Paese è impregnata di cristianesimo, i cattolici possono fare molto per rilanciare la tensione al bene comune.
E cosa ostacola questa ricerca?
PEZZOTTA: Teniamo conto che viviamo in un sistema politico che sembra, viceversa, centrato sul bene di parte. Questo bipolarismo sgangherato che ha come contenuto solo la demonizzazione dell’avversario, frena e impedisce il bene comune. Per questo è importante essere in campo con delle iniziative concrete, con delle mobilitazioni di popolo come il Family Day o come il Forum delle famiglie, che segnano la nuova stagione della presenza dei cattolici nella società.
Ma alcune di queste iniziative sono state lette come tentativo di imporre a tutti, anche a chi non crede, modelli di vita e leggi che traggono ispirazione dall’appartenenza alla Chiesa cattolica. Perché?
PEZZOTTA: Noi non vogliamo imporre a nessuno di seguire la nostra strada, noi proponiamo una via, un’etica, una condizione di “buona vita”. Siamo disponibili a confrontarci con chi ha posizioni e convinzioni diverse. Il problema è se il confronto è con un pluralismo etico o con un relativismo etico. Perché in una situazione di pluralismo si possono trovare delle forme di valori condivisi, ma se quello che abbiamo di fronte è solo un relativismo per il quale la ricerca del bene, del buono, è impossibile e ognuno può fare quello che vuole, allora penso che al contrario sia qualcun altro che mi vuole imporre una sua visione del mondo. Una visione che è irreale, perché la verità esiste e va cercata.
A livello politico diceva che il bipolarismo ostacola la ricerca del bene. Qual è allora la via d’uscita?
PEZZOTTA: Bisognerebbe avere una legge elettorale che consentisse di esprimere meglio le rappresentanze che ci sono in questo Paese. Uscire da questa idea egemonica dei due poli, perché l’Italia è più plurale dei due poli. Alcune cose si possono fare, non dico trasversalmente, ma facendo convergere le differenze di posizione su quello che è il bene di tutti. La scuola, ad esempio, non può essere cambiata ogni volta che si cambia governo. La scuola è di tutti e tutti dovrebbero trovare forme di collaborazione e di sintesi delle diverse posizioni. Ci sono delle cose che non appartengono alla destra o alla sinistra, ma appartengono al bene comune e su quello bisogna trovare punti di convergenza.
I cattolici in politica sono sempre più spesso definiti come esecutori degli appelli della gerarchia ecclesiastica, appelli a loro volta definiti come attacchi alla laicità dello Stato. Perché?
PEZZOTTA: Il fatto è che, mentre i cattolici conoscono il mondo laico, i laici conoscono poco del mondo cattolico e vanno avanti a pregiudizi. Se avessero meno pregiudizi, capirebbero qual è la differenza tra la comunione coi vescovi e l’autonomia dei laici cattolici in campo sociale e politico. Il problema sta lì, perché l’appartenenza alla Chiesa non preclude al cristiano l’essere un cittadino della Repubblica Italiana, un laico che partecipa al dibattito politico con le proprie idee e la propria autonomia. Sono attento a ciò che dicono i vescovi e ho bisogno che parlino, ma questo non mortifica la mia cittadinanza, la mia responsabilità.
Oggi i cattolici sono una minoranza? E con quali conseguenze?
PEZZOTTA: Se diciamo che i cattolici oggi sono la maggioranza degli italiani diciamo una cosa non vera. Certo la cultura del nostro Paese è impregnata di cristianesimo, ma nella realtà sociologica i cattolici non sono più una maggioranza. Sono un elemento importante di questo Paese. Però non bisogna vivere l’uscita da una civiltà naturaliter christiana come un dramma, ma come una libertà maggiore, quindi bisogna avere la capacità di non chiudersi in modelli settari e battaglie di minoranza.
Tornando alle Settimane sociali, sono state solo accademia?
PEZZOTTA: Alle Settimane sociali è stata posta una questione fondamentale per l’impegno dei cattolici nella società e per il rapporto con il mondo laico: la questione dell’intreccio tra questione sociale e questione antropologica. Va ripresa perché è il punto di snodo della modernità. Dire oggi chi è l’uomo, quali sono i suoi diritti, come devono essere tutelati dal concepimento alla morte, va a impattare tutto ciò che noi diciamo sul mondo del lavoro, della giustizia sociale, della globalizzazione. Su tutto questo possiamo esprimere una posizione originale. Specie nell’attenzione ai più deboli. La sensazione è che bisognerebbe fare di più. Anche a livello politico si potrebbe essere più uniti sui valori, anche se poi si è divisi nelle scelte politiche. Perché non c’è contraddizione tra pluralità ed unità.


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