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STATO E CHIESA
tratto dal n. 10 - 2007

Tracce di storia


Per sano amor di patria, senza trionfalismi da una parte e con sincera letizia dall’altra, il 20 settembre potrebbe essere proclamato festa nazionale del Risorgimento unitario


di Benedetto Cottone


<I>La breccia di Porta Pia</I>, Carlo Ademollo, Museo del Risorgimento, Milano

La breccia di Porta Pia, Carlo Ademollo, Museo del Risorgimento, Milano

Il 20 settembre 1870 segna due grandi eventi storici: 1. il compimento dell’unità d’Italia con Roma capitale, sogno di tante generazioni di italiani; 2. la caduta del potere temporale della Chiesa.
La cosiddetta “breccia di Porta Pia”, come fatto d’armi, non si può dire che sia stata una grande battaglia: durò poco più di quattro ore (dalle 5.15 alle 9.40) e poi le cannonate cessarono. Si ebbero 56 morti e 141 feriti da parte dei bersaglieri e dei fanti italiani e 20 morti e 49 feriti da parte delle truppe pontificie.
Il papa Pio IX protesta subito di fronte al mondo di essere prigioniero nel suo stesso Stato: insorge così la cosiddetta “Questione romana”.
Già dieci anni prima era scoppiato l’urto tra Chiesa e Stato quando le legazioni pontificie (Romagna, Marche e Umbria) furono annesse al Regno d’Italia. Pio IX scrive a Vittorio Emanuele II per riaverle, ma il re, che pure aveva una devozione filiale per il Papa, gli risponde che le legazioni avevano chiesto spontaneamente l’annessione al suo Regno, e lui non poteva certo respingere un voto di quelle popolazioni.
Si apre il conflitto storico tra Chiesa e Stato e, per la verità, la Chiesa, da quel momento in poi, assume nei confronti dello Stato italiano un atteggiamento protestatario e assenteista: «Né eletti, né elettori», sono parole di don Giacomo Margotti, fondatore del quotidiano L’Armonia, organo del cattolicesimo intransigente.
A capire immediatamente la drammaticità della situazione è il genio del più grande uomo politico italiano, Camillo Benso di Cavour, il quale, tempestivamente, fa il primo tentativo di conciliazione, servendosi di due intermediari, il teologo padre Carlo Passaglia e il medico marchigiano Diomede Pantaleoni, ma è netta l’ostilità del Vaticano a ogni trattativa, con grande e sincero dolore di Cavour.
I tentativi di conciliazione si ripetono, e già Bettino Ricasoli, successore di Cavour, prepara una lettera da fare pervenire al Papa attraverso il governo francese, ma questo si rifiuta di inoltrarla.
Anche Napoleone III tenta di fare da paciere e assicura, in caso di accordo, di ritirare la guarnigione francese da Roma, ma il Vaticano risponde di no.
Il papa Pio IX dichiara poi che la Chiesa «può cedere alla violenza ma mai aderire all’ingiustizia».
I cattolici si astengono dalle elezioni politiche, ma cominciano a partecipare a quelle provinciali e comunali, e ci sarà in seguito anche un tentativo di costituire un partito conservatore cattolico, ma il nuovo Papa, Leone XIII, si opporrà («non expedit, prohibitionem importat») prospettando perfino di andare in volontario esilio a Vienna, ma la corte asburgica gli consiglierà di non muoversi da Roma. (Durante il suo lungo pontificato papa Leone XIII formula ben 62 proteste!).
Nel settembre del ’64 arriva la convenzione italofrancese: l’Italia, da un lato, si impegna a non attaccare lo Stato Pontificio, a impedire attacchi contro di esso, e a trasferire la capitale da Torino a Firenze; la Francia, dall’altro lato, si impegna a ritirare le sue truppe da Roma.
Ma il Vaticano non è affatto tranquillizzato, e dopo poco più di due mesi Pio IX manifesta la sua intransigenza con l’enciclica Quanta cura e con l’annesso Sillabo.
Tuttavia l’emanazione del Sillabo non impedisce a Pio IX, poco dopo, confortato da don Bosco, di prendere l’iniziativa personale verso Vittorio Emanuele II per coprire le famose sedi vescovili allora vacanti; il re acconsente e invia a Roma l’onorevole Francesco Saverio Vegezzi, ma la missione fallisce.
Malgrado tutto, però, comincia nella Chiesa a farsi strada la tendenza conciliatorista: il padre benedettino Luigi Tosti scriverà nel 1887 l’opuscolo La Conciliazione, il cui protagonista è don Pacifico, al quale subito risponderà l’intransigente polemista antiliberale don Davide Albertario con il suo don Belligero.
Nel ’66 fallisce un altro tentativo di conciliazione su iniziativa di Ricasoli, che invia a Roma il consigliere di Stato Michelangelo Tonello, sostenuto dalla signora McKnight, ben nota e stimata in Vaticano.
Il governo italiano reagisce con le famose leggi per la liquidazione dell’“asse ecclesiastico”; e la reazione del Vaticano si fa immediata e violenta, con la scomunica degli eventuali compratori dei beni della Chiesa.
Scoppia la guerra franco-prussiana e arriva la fatale giornata di Sedan, con la caduta di Napoleone III e il ritiro da Roma delle truppe francesi. Pochi giorni dopo, il 20 settembre 1870, si ha la breccia di Porta Pia, e Pio IX, come si è detto, protesta immediatamente.
In dicembre Giovanni Lanza, capo del governo, fa votare in Parlamento la Legge delle Guarentigie, riconosciuta poi come il capolavoro giuridico del liberalismo italiano. Ma il papa Pio IX protesta con l’enciclica Ubi nos, e rifiuta sia le Guarentigie sia la dotazione annua di 3.225mila lire.
Cade la destra storica ma la sinistra che subentra fa, in fondo, la stessa politica.
Durante il periodo crispino, contrassegnato da un acceso anticlericalismo, lo stesso Crispi cerca una via d’intesa con il suo corregionale, nonché suo fiero avversario, cardinale Rampolla, ma ancora una volta interviene, come s’è visto, papa Leone XIII con il suo «non expedit», e anche questo tentativo fallisce.
All’acceso anticlericalismo crispino, il papa Leone XIII reagisce accentuando il tono delle sue proteste.
<I>Pio IX</I>, Antoine Chatelaine, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, Firenze

Pio IX, Antoine Chatelaine, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, Firenze

Tuttavia comincia a manifestarsi nel mondo ecclesiastico qualche perplessità sull’atteggiamento assenteista assunto dalla Chiesa e lo stesso papa Leone XIII pone sei quesiti a monsignor Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona, sulla possibilità di mutare il comportamento della Chiesa. Bonomelli, dopo avere esaminato i quesiti proposti, conclude che ai cattolici italiani conviene prendere parte attiva alla politica italiana, ma il Papa purtroppo non accetta il consiglio e continua a protestare.
Il governo italiano, a sua volta, reagisce e si succedono arresti di vescovi e di preti e viene persino destituito da sindaco di Roma il duca Torlonia.
Crispi nel 1895 dichiara festa nazionale il 20 settembre, ma lo spirito di quella decisione è palesemente anticlericale.
Con l’era giolittiana e con il nuovo papa Pio X si smorza il dissidio tra Stato e Chiesa: è l’era dei compromessi.
Pio X nel 1904 scioglie l’“Opera dei Congressi”, creata come organizzazione politica dei cattolici (una sorta di Democrazia cristiana ante litteram); sospenderà poi, sia pure non totalmente, il non expedit e nominerà il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana, così che saranno eletti in Parlamento i primi tre “cattolici deputati”; e infine darà il suo assenso al cosiddetto “Patto Gentiloni”, del 1913, che avrebbe concesso agli elettori cattolici di votare a favore di quei candidati liberali che avessero accettato pubblicamente, ma anche in segreto, i famosi sette punti proposti da Gentiloni.
Nel 1906 monsignor Geremia Bonomelli pubblica la pastorale La Chiesa e i tempi nuovi che contiene alcune luminose riflessioni: «Niente più protezioni, niente più convenzioni, protocolli, concordati, che stipulati oggi vengono lacerati domani».
Quando a Roma il sindaco Ernesto Nathan organizza una serie di plateali manifestazioni anticlericali, il papa Pio X protesta, ma è significativo il fatto che per la prima volta la protesta non viene inserita negli atti della Sede apostolica; e Giolitti non la raccoglie.
Scoppia la Prima guerra mondiale, e il nuovo papa Benedetto XV fa la tradizionale protesta, ma molto blanda; condanna il nazionalismo; dichiara la neutralità della Chiesa ma lascia liberi i cattolici italiani di difendere la patria con le armi, e il cattolico Filippo Meda, che era ministro delle Finanze nel gabinetto Boselli, parte per il fronte. Quando poi Benedetto XV definisce la guerra «una inutile strage», non c’è alcuna reazione da parte del governo italiano.
Cessata la guerra, riprendono in segreto le trattative per la conciliazione: Francesco Saverio Nitti ha numerosi colloqui con il cardinale Gasparri, suo amico personale; Vittorio Emanuele Orlando si intrattiene ripetutamente con monsignor Cerretti e predispone alla fine una bozza di trattato e di concordato; ma purtroppo la proposta fallisce.
Nell’ambito ecclesiastico si muove don Luigi Sturzo, il quale fonda il Partito popolare italiano (Ppi), autonomo dalle gerarchie e aconfessionale. Sorge il fascismo e il suo capo, Benito Mussolini, inizia una politica di avvicinamento alla Chiesa. Il nuovo Papa, Pio XI, è un convinto conciliatorista.
Pio XI, per la prima volta dopo il 1870, benedice la folla dalla loggia di San Pietro.
Don Luigi Sturzo, che è intransigente nei confronti del fascismo, viene invitato dalla Curia papale a non continuare con gli attacchi al regime e, alla fine, egli si ricorda di essere sacerdote, si dimette dal Partito e se ne va in volontario esilio.
In questo periodo sono molti i popolari che aderiscono al fascismo e vengono così riprese le trattative con la Chiesa.
Il cardinale Gasparri, tramite il senatore Santucci, si incontra con il ministro guardasigilli fascista Alfredo Rocco, ma il papa Pio XI fa cadere il progetto proposto da Santucci.
Subentra alla fine con il cardinale Gasparri lo stesso Mussolini, e l’11 febbraio 1929 vengono firmati a Roma il Trattato, il Concordato e la Convenzione finanziaria.
Dispiace soltanto che la Chiesa abbia concluso questi accordi proprio con un miscredente, il quale aveva firmato quei solenni documenti solo con il proposito di rafforzare il suo regime e che, appena due mesi dopo, avrebbe tuonato a Montecitorio che «nello Stato la Chiesa non è sovrana e nemmeno libera».
Senza volere elencare tutti gli altri incresciosi fatti di urto con la Chiesa intervenuti durante il periodo fascista, basta qui concludere che la tormentata vicenda del conflitto tra lo Stato e la Chiesa oggi è finalmente e definitivamente chiusa.
La Provvidenza opera attraverso quelle che «paiono traversie e sono opportunità»: così diceva il filosofo Giambattista Vico.
Per molti anni infatti la Chiesa cattolica è rimasta convinta di aver subìto una iniquità con la perdita del potere temporale, e che quell’evento sia stato per essa una «traversia», e dunque necessarie e giuste le proteste.
<I>Vittorio Emanuele II</I>, anonimo, Museo Civico Fattori, Livorno

Vittorio Emanuele II, anonimo, Museo Civico Fattori, Livorno

Ma a togliere la maschera a quella «traversia» e a farla apparire «opportunità» provvede proprio un Papa: Giovanni XXIII, il quale, in occasione del centenario dell’unità d’Italia, nel 1961, benedice l’evento e parla di un disegno della Provvidenza «motivo di esultanza sulle due rive del Tevere». L’anno successivo è il cardinale Giovanni Battista Montini, che diverrà poi papa Paolo VI, ad affermare in Campidoglio che: «La Provvidenza, quasi giocando drammaticamente negli avvenimenti, tolse al papato le cure del potere temporale perché meglio potesse adempiere la sua missione spirituale nel mondo».
Viene così riconosciuto autorevolmente che il 20 settembre ha sollevato la Chiesa da un peso non più sostenibile.
Infatti, se la Chiesa avesse continuato a esercitare il potere temporale, come avrebbe potuto mai dare delle risposte alle richieste che fatalmente avrebbe avanzato la coscienza del mondo moderno? Risposte che possono essere date soltanto con le riforme?
Come avrebbe potuto mai un papa capo temporale deliberare di concedere “la libertà di insegnamento”, “la libertà di coscienza”, “la libertà di culto religioso”? E tante altre leggi che ormai sono in vigore in tanti Stati del mondo?
La Chiesa, del resto, non poteva non avvertire lo spirito dei tempi nuovi e infatti ha agito prontamente in conseguenza: il Concilio Vaticano II ha annullato il Sillabo con tutte le sue 80 proposizioni, una delle quali condannava la libertà di discussione, e oggi la Chiesa cattolica è «la Chiesa del dialogo»; c’è stato persino un cattolico militante, padre Balducci, che ha proposto alla Chiesa addirittura riti di espiazione per il «secolare errore del potere temporale».
Sono passati 137 anni e, con la conciliazione tra Stato e Chiesa, è evidente che non è tanto lo Stato che garantisce la libertà della Chiesa, quanto piuttosto la Chiesa che riconosce la libertà, l’autonomia e la laicità dello Stato.
E allora è cosa giusta che, per sano amor di patria, senza trionfalismi da una parte e con sincera letizia dall’altra, il 20 settembre venga proclamata festa nazionale del Risorgimento unitario.


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