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LIBRI
tratto dal n. 11 - 2007

Il sapore della presenza


Intervista con monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, sul suo ultimo libro, dedicato alle ragioni dei cattolici nel dibattito politico italiano


Intervista con Rino Fisichella di Walter Montini


Rino Fisichella, <I>Nel mondo da credenti. Le ragioni dei cattolici nel dibattito politico italiano</I>, Mondadori, Milano 2007, 140 pp., euro 16,00

Rino Fisichella, Nel mondo da credenti. Le ragioni dei cattolici nel dibattito politico italiano, Mondadori, Milano 2007, 140 pp., euro 16,00

Anche quando non si è in perfetta sintonia, dialogare con monsignor Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense e vescovo ausiliare di Roma, è un arricchimento e un invito a mettere in discussione le proprie ragioni. Le sue risposte allargano l’orizzonte culturale e avresti voglia di continuare a chiedergli sempre qualcosa in più. Così, anche le tante domande suscitate dal suo ultimo libro, Nel mondo da credenti, sembrano non bastare. Ma partiamo da lì.

Qual è l’attegiamento giusto dei cattolici di fronte a quello che nel libro è definito «dramma dell’attuale momento storico»?
Rino Fisichella: Credo che la prima cosa sia prendere consapevolezza del fatto che siamo in un momento di grande cambiamento culturale, in cui si vengono a modificare i paradigmi concettuali sui quali abbiamo sempre riflettuto e che sono spesso alla base dei nostri comportamenti. Penso, ad esempio, ad alcuni elementi basilari come quello di natura, di libertà, di verità, di uomo, di Dio, di diritto. Tutti elementi che si avviano a una profonda trasformazione e di cui, temo, non sempre abbiamo piena consapevolezza.
Come conseguenza, nascono le grandi sfide oggi sul tappeto della storia: il tema della famiglia, quello delle biotecnologie, e quindi delle nuove scoperte scientifiche; il rapporto con la tecnica, il tema della pace mondiale, della sofferenza, della vita, della morte. In una parola, direi che siamo davanti alla grande sfera della sfida etica, che obbliga a prendere in seria considerazione il senso profondo della nostra vita.
Nel suo libro richiama la frase evangelica: «I poveri li avete sempre con voi». Per quale motivo?
Fisichella: Il fatto che Gesù nella sua espressione usi il tempo presente è un dato significativo. Gesù non dice «i poveri li avete avuti» o «i poveri li avrete»; no, parlando al presente, dice: «I poveri li avete sempre con voi».
Questo ci deve far comprendere innanzitutto di quale povertà Gesù parli. In un periodo della nostra storia, anche recente, una lettura eccessivamente sociologica ha identificato i poveri solo ed esclusivamente nell’orizzonte di una divisione di classe. Questo ha dato vita a molti fraintendimenti. Sono convinto, invece, che ci siano altri tipi di povertà: quella determinata dalla non conoscenza dei contenuti della nostra fede, che è una profonda povertà; la povertà culturale; la povertà che nasce dall’arroganza propria dell’uomo che non gli permette di verificare le proprie contraddizioni.
Paolo VI definì la politica «la forma più alta di cultura»; eppure essa oggi è molte volte teatro di scontro tra cattolici e laici. Cosa ne pensa?
Fisichella: Credo che non ci sia alcun bisogno di concepire e vivere la politica in questo modo. Non ci sono scontri di civiltà. Viviamo in un Paese che ha una forte maturità democratica ed è a stragrande maggioranza cattolica. Questi due elementi hanno, a mio avviso, un significato del tutto peculiare: su ogni questione si deve arrivare a un incontro, a un dibattito nel quale devono prevalere le argomentazioni, le ragioni, che non sono frutto dell’ideologia e neppure della fede, ma di un’analisi della ragionevolezza delle nostre posizioni. Dobbiamo essere capaci di analizzare, nella maniera più coerente possibile, orientamenti, giudizi e argomentazioni alla luce della ragione.
Ora, certamente ciò che mi sforzo di fare con questo libro è anche mostrare le ragioni dei cattolici. Ragioni che non provengono, in primo impatto, dal fatto di essere cattolici, ma dal dover utilizzare, nel modo più corretto, la forza della ragione e le argomentazioni che la ragione produce. È per questo che parlo di sfida etica e non di sfida morale. Ed è necessario fare sempre una distinzione, sottile ma significativa: l’etica è la scoperta di tutti quei principi che stanno alla base di una ragione che rettamente riflette su sé stessa, sul reale, sul mondo, su come adottare dei comportamenti che conducono alla felicità. La morale no; la morale si pone nella sequela di Cristo. C’è quindi una distinzione della morale che trova i suoi principi per noi nella fede e nella rivelazione, per gli ebrei nella Torah, per i musulmani nel Corano, e via dicendo. L’etica è una, e non ha bisogno di nessuna qualifica, né “laica” né “cristiana”; non ha bisogno, come tale, di essere né omologata né qualificata; la morale invece sì.
Il rapporto tra fede e politica. Un rapporto in cui si giocano molte questioni di ordine culturale, etico, morale, legislativo...
Fisichella: Sono contento che in questi anni sia ritornata in primo piano la questione del rapporto tra fede e politica. È un tema ciclico: ci sono momenti in cui ci si dimentica che la fede è una realtà pubblica e quindi, come tale, ha anche un’incidenza nella vita politica.
Penso che la ripresa di questa tematica possa soltanto portare a una maggiore consapevolezza sia della nostra responsabilità in ambito politico, sia nell’ascolto di quanti non condividono la nostra fede, ma hanno il desiderio di esprimere il proprio impegno nella politica, e possono confrontarsi con le nostre posizioni.
Certamente il rapporto tra fede e politica è un tema estremamente vasto, ma che non si limita alla relazione con i partiti; è un elemento che ingloba l’orizzonte dei partiti, ma lo immette in quella sfera dell’impegno sociale che consente di dare e far esercitare alla politica uno strumento mediante il quale le relazioni interpersonali escono da quel circuito di individualismo – e quindi anche di egoismo – all’interno del quale sono state riportate, per diventare invece uno spazio di relazionalità interpersonale e sociale. In altre parole, penso che il rapporto fede-politica imponga inevitabilmente di uscire da quella visione individualistica in cui si vuole rinchiudere la persona – e quindi far emergere continuamente il primato del diritto individuale – e far riscoprire che non c’è solo l’individuo, ma individui che vivono in una società. Persone relazionate le une con le altre; con responsabilità sociale. Quindi il diritto individuale deve necessariamente confrontarsi con l’esigenza sociale.
Nel suo libro cita la Lettera a Diogneto, un documento, datato attorno al 150 d.C., che le è caro, in cui si legge: «Il Signore ha dato loro un posto nel mondo».
Fisichella: Quel brano è quanto mai emblematico del ruolo che i cristiani hanno nel mondo.
È una dimensione vocazionale la nostra, una condizione di profonda responsabilità. Per alcuni versi questo brano della Lettera a Diogneto fa riferimento a quello che troviamo nel grande discorso della montagna, quando Gesù dice che noi siamo il sale della terra e come una città posta sopra il monte che deve essere vista.
Non possiamo venir meno alle nostre responsabilità. Essere “sale della terra” significa essere capaci di portare una novità nel mondo, che non proviene da noi. Noi non siamo i primi della classe; siamo però coloro che hanno ricevuto una responsabilità, quella di rendere partecipi tutti del mistero dell’amore di Dio, che è stato vissuto e rivelato da Gesù di Nazareth. Questo ci porta quindi a dover considerare anche che, nel momento in cui non siamo più sale della terra, cioè nel momento in cui ci togliamo dal mondo per vivere in privato, siamo disprezzati dagli uomini. Gesù ci mette in guardia da questo pericolo quando dice che se il sale perde il sapore, non soltanto è gettato via, ma è calpestato dagli uomini. Questa è una parola credo tra le più drammatiche, e per alcuni versi violente, che il Signore ha pronunciato. Gesù dice che non possiamo venir meno in questo, perché il mondo ci disprezzerebbe.
“Limite”, “verità”, “mistero” sono le tre parole che maggiormente ritornano nel suo libro...
Fisichella: È vero. Penso che oggi siamo dinanzi alla grande sfida della verità. La nostra non è una verità teorica; è la verità sul senso della propria esistenza. Ora, davanti a questa scoperta, la grande sfida sulla quale dobbiamo ritornare è proprio il problema della verità, la quaestio de veritate. Davanti alla verità uno degli elementi che vengono a porsi è proprio quello di scoprire chi siamo, e la scoperta di ciò che siamo è insieme la scoperta del nostro limite , di non essere eterni, onnipotenti; è la scoperta di vivere innanzitutto nella dimensione di dipendenza da chi ci ha dato la vita.
Dopo tutto, questo non è neanche nuovo né originale. Uno dei filosofi del ventesimo secolo che più di tanti altri ha parlato di questo è stato Martin Heidegger, che ci ha messo di fronte alla dimensione di differenza ontologica che esiste tra noi e il Creatore. Ma anche senza andare nell’ambito del rapporto fra creatura e Creatore, come pensiamo di non dipendere da chi ci ha dato la vita, dai nostri genitori, da chi ci ha insegnato il linguaggio? La vita è dipendenza: nel mondo del lavoro, nel sistema delle relazioni interpersonali, nella sfera biologica: non dipendiamo forse da un medico quando siamo malati? Il limite è insito nella nostra esperienza quotidiana.
Il mistero è uno di quegli elementi sui quali, per alcuni versi, concentro la mia riflessione che sorge soprattutto dall’esperienza personale.
Proprio a partire dalla condizione del limite, ma anche dalla condizione di proiezione di sé stessi oltre sé stessi, oltre il limite che viviamo, percepiamo che siamo un grande mistero; direi un enigma. E io ritengo che per capire, per trovare la soluzione di questo enigma, dobbiamo avere la forza di immergerci in un mistero ancora più grande: il mistero dell’uomo deve immergersi nel mistero di Cristo.
Dopo tutto, è quanto proviene dal Vaticano II, dalla Gaudium et spes in poi; è la dimensione, l’orizzonte di costruire una nuova antropologia alla luce di Cristo. Ma l’antropologia e la cristologia si possono coniugare in questa parola: mistero.
Lei cita von Balthasar parlando di globalizzazione. Un tema di cui si parla molto, così come quello della tecnica. Molte volte i cattolici sembrano aver paura di non avere strumenti adeguati per esprimere un giudizio...
Fisichella: Su questo non avrei complessi di inferiorità. Non vedo all’orizzonte molti progetti di costruzione di un nuovo umanesimo. Vedo piuttosto una supremazia della tecnica, un tentativo di sottomettere l’uomo alle conquiste tecnologiche; vedo un uomo che si trova sempre più in un labirinto da cui non riesce a tirarsi fuori e, nel momento in cui sembra riuscirci, lo fa alla maniera di Icaro, illudendosi cioè di andare sempre più in alto ma non rendendosi conto di avere ali di cera. Non vedo onestamente un tentativo, da parte delle diverse forze culturali, di porre mano a un nuovo umanesimo che sappia coniugare l’identità personale e il rispetto per la tradizione culturale con la necessità della globalizzazione, nel senso più positivo del termine. Non vedo la capacità di saper far convivere scoperta scientifica ed esigenza etica, in modo da essere rispettosi della vita di ogni singola persona, anche di chi si trova in uno stato di ignoranza, di abbandono, di estrema povertà. Non vedo condizioni reali per creare una nuova umanità e un nuovo umanesimo se l’Occidente è sempre ricco e gran parte del mondo è sempre più povero; se si fanno scoperte in ambito farmaceutico ma se ne limitano i benefici all’Occidente, facendo pagare prezzi impossibili ai Paesi più poveri.
Nel libro ci sono espressioni quasi poetiche che sembrano sfuggite al rigore del teologo: «La nostalgia di Dio nel cuore di ogni uomo», «il senso di infinito che è in ognuno di noi», «il sapore» della nostra presenza nella società contemporanea...
Fisichella: Il teologo non può fare a meno di comunicare in un linguaggio comprensibile i concetti che sono il contenuto della propria ricerca. Sono anche termini ed espressioni a me molto cari perché richiamano la mia esperienza personale. Spesso, infatti, ho incontrato persone che avevano e che hanno la nostalgia di Dio e che sapevano e che sanno gustare, con un sapore del tutto particolare, la bellezza della vita e del mondo.
Credo che non possiamo limitarci a denunciare i mali presenti nel mondo. In un momento come questo, oltre alla denuncia del male, dobbiamo far gustare la bellezza che è presente nel mondo. È la bellezza del creato, delle nuove scoperte che ogni giorno l’uomo fa; è la bellezza del nostro patrimonio artistico e culturale, che possiamo trasmettere alle generazioni future solo se ne gustiamo il sapore.
<I>Il figliol prodigo</I>, Marc Chagall, collezione privata, Saint Paul de Vence, Francia

Il figliol prodigo, Marc Chagall, collezione privata, Saint Paul de Vence, Francia

Il libro è anche un invito a un impegno forte dei cattolici. Ma gli uomini che governano e rappresentano la Chiesa sono altrettanto pronti all’impegno che chiede e suscita?
Fisichella: È una genuina provocazione che accolgo con piacere. Nei giorni scorsi abbiamo celebrato la beatificazione di Antonio Rosmini. Rosmini è stato non soltanto un grande pensatore, ma un uomo di profonda spiritualità. Ebbene, tra le Cinque piaghe della Santa Chiesa, una è individuata nella non idonea formazione del clero. Senza alcuna presunzione o offesa, credo che dobbiamo fare molti sforzi per una rinnovata formazione dei nostri sacerdoti e del laicato. Il Concilio Vaticano II ha provocato e stimolato molto in questo senso: non dimentichiamo il grande sforzo fatto affinché i laici potessero avere una rinnovata formazione con lo studio della teologia. Oggi abbiamo tanti strumenti a disposizione: il Catechismo della Chiesa cattolica, una vasta produzione di testi di spiritualità, di letteratura e di teologia. Eppure ci veniamo a trovare davanti, e lo dico con profonda tristezza, a indagini, fatte proprio nelle settimane passate, da cui si scopre che l’80 per cento circa dei cattolici non ha mai letto i quattro Vangeli. Davanti a questa prospettiva, è inevitabile che dobbiamo un po’ rivedere gli strumenti con i quali fino a oggi ci siamo adoperati. Una sfida culturale per noi deve partire innanzitutto dal poter riprendere tra le mani la Parola di Dio. Pensare che questa Parola sia ascoltata soltanto durante la celebrazione della santa messa e che non ci sia la capacità, invece, per i cristiani di fare una lettura costante dei quattro Vangeli, mi preoccupa non poco. È a partire da un recupero di questo che possiamo poi pensare a tanti altri strumenti che fanno parte del patrimonio letterario e spirituale della nostra tradizione.
Lei ha recentemente affermato che: «Avremo una fede forte se ci sarà una ragione forte e una fede debole con una ragione debole».
Fisichella: Proprio una ragione forte e una fede forte hanno bisogno di porsi dinanzi al tema della verità. Certamente io giudico in maniera negativa la parabola nicciana, soprattutto perché impedendo all’uomo di poter raggiungere la verità, gli impedisce anche di comprendere fino in fondo sé stesso e di esprimersi con piena libertà. D’altra parte, se non è pensabile raggiungere la verità, è consequenziale che rimaniamo soltanto nelle opinioni.
È stato fatto uno studio, qualche anno fa, estremamente significativo. Nelle diverse lingue, una delle espressioni usate più spesso è “secondo me”. Il “secondo me” dà l’idea di come noi ci rapportiamo alle persone e alla verità stessa. Tutto è ridotto a opinione personale, un relativismo che impregna ogni gesto del quotidiano. Un nichilismo vissuto che non porterà lontano. Nietzsche, che pensava di avere tolto e sostituito il fondamento, di fatto ci fa ritrovare tutti in una pozzanghera nella quale sguazziamo. Se ci accontentiamo delle pozzanghere... Penso di no, e andare a riscoprire il fondamento delle cose credo sia una fatica che merita di essere fatta.


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