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tratto dal n. 11 - 2007

Un uomo di Curia non troppo curiale


Un ricordo del cardinale Giovanni Benelli a venticinque anni dalla morte: uomo di profonda fede e grandissime qualità intellettuali, anche se chi non lo capiva lo soprannominò ironicamente “Sua Efficienza”


di Girolamo Grillo


Joseph Ratzinger, Giovanni Benelli e Bernardin Gantin durante il concistoro del 27 giugno 1977, in cui furono creati cardinali da Paolo VI insieme a Luigi Ciappi e Frantisek Tomásek

Joseph Ratzinger, Giovanni Benelli e Bernardin Gantin durante il concistoro del 27 giugno 1977, in cui furono creati cardinali da Paolo VI insieme a Luigi Ciappi e Frantisek Tomásek

Venticinque anni fa il cardinale Giovanni Benelli ci lasciava per raggiungere la casa del Padre. Ci lasciava un uomo che ha sempre messo al primo posto la sua fede; che ha sempre messo la sua vita al servizio completo della Chiesa. Chi non lo capiva lo considerava fondamentalmente un uomo di potere, forse un cardinale da “Stato Pontificio” come quelli dipinti e denigrati dal pittore comunista Scipione. Ma chi scrive può dire di averlo conosciuto veramente, avendo lavorato per anni accanto a lui nel suo ufficio.
Non mancò chi lo soprannominava ironicamente “Sua Efficienza”, come se essere attivo ed energico fosse un difetto, soprattutto in un ambiente come la Curia a volte troppo improntata al “troncare e sopire” manzoniano. E invece si può affermare che in Vaticano esistono persone di profondissima fede e spesso di grandissime qualità intellettuali oltre che morali; ma non sempre uomini così poco interessati al potere in sé stesso come fu il sostituto della Segreteria di Stato monsignor Giovanni Benelli.
Benelli è stato uno di quei rari uomini i quali, pur essendo giunti a una posizione di indubbio prestigio, non hanno mai considerato il potere come una finalità del proprio agire. Uomini rari per i quali il comando in sé non ha la minima attrattiva, se non per quanto riguarda ciò che permette di realizzare qualcosa di buono. L’autorità era quasi un accidente necessario che, forse, poteva acquistare un significato positivo solo se intesa come possibilità di esplicare maggiormente il compimento della missione da lui scelta: quella di porre interamente la propria vita al servizio della Chiesa, degli ideali di fede che essa rappresentava, e del bene comune (della sua Italia, della cattolicità e dell’umanità intera).
Uomo profondamente umano e antiretorico, chiaro e schietto come tutti i toscani, Giovanni Benelli è stato in questo una persona profondamente antimachiavellica, per la quale alcuni concetti come quello secondo cui “l’agire politico deve essere guidato soltanto dalle ragioni inerenti all’efficacia dell’esercizio del potere” non avevano alcun significato.
Perché non è chi non veda come la tentazione di essere “qualcuno”, tentazione umana e insieme “fumo diabolico”, potrebbe esistere anche in quelle stanze, sebbene non in tutti. Altra dote non comune di Benelli era, infatti, il suo essere antiretorico, mai teatrale, alieno del tutto da ogni sfarzo e da qualunque vanità. Un uomo schietto, semplice, ma risoluto, di forte carattere; un uomo leale che non nascondeva quel che pensava. Un uomo di Curia non troppo “curiale”.
Era un uomo d’azione, guidava la Segreteria di Stato con la stessa sicurezza con cui guidava l’auto: non usava l’autista, cosa all’epoca non affatto scontata nelle stanze vaticane. Era pronto a rischiare di persona per quello in cui credeva. Prova di quanto poco gli importasse mantenere il potere in sé, senza nulla perdere del proprio prestigio, è data anche dalla vicenda dell’abrogazione del divorzio in Italia. Non si deve pensare che la Chiesa fosse, come si disse, sicura di vincere. All’epoca la scienza dei sondaggi non esisteva e la politica non nasceva dal marketing. Così che nel momento in cui il Pci aveva deciso di non cercare un “precompromesso storico” disinteressandosi ufficialmente del referendum, il rischio di perdere si era concretizzato (è questa una storia complessa, non ancora ben definita). Papa Montini e Benelli decisero allora di fare quello che credevano giusto, a ogni costo. Benelli rischiò non poco, mettendo in conto anche una possibile sconfitta personale.
Oggi però riusciamo a comprendere che, anche al di là del fatto contingente del divorzio, il Papa e il sostituto della Segreteria di Stato avevano capito come fosse doveroso porre un argine alla deriva morale, la quale, partita in nome della lotta all’ipocrisia, sarebbe degenerata nella rivoluzione sessuale, il cui esito fatale non poteva che essere la mercificazione del corpo attraverso la totale desacralizzazione del sesso e della persona umana. Persona che, oggi, vive nella sessualità un’esperienza forse più che peccaminosa, perché avvilente, fatta appunto di riduzione dell’amore a merce di consumo, o di omologazione e imitazione dei modelli della cultura dominante.
Benelli, forse, era un uomo scomodo, come è stato affermato da qualcuno. Era anche, però, un uomo di dialogo tra culture diverse. Sapeva essere un uomo umile quanto coraggioso, pronto a rimettersi in gioco, come quando dovette lasciare la Curia – perché mandato a Firenze – in uno dei momenti più difficili e torbidi della storia della Chiesa moderna.
Paolo VI con Giovanni Benelli durante il concistoro del 27 giugno 1977

Paolo VI con Giovanni Benelli durante il concistoro del 27 giugno 1977

Firenze era la città di Elia Dalla Costa, di Giorgio La Pira, di don Lorenzo Milani, ma anche di don Enzo Mazzi e della sua “frattura”: piena di fermenti ecclesiali come di problemi. Una ricchezza culturale e spirituale, eredità del Concilio, che rischiava di perdersi nelle incertezze e negli eccessi di quegli anni.
Benelli seppe affrontare da par suo questa nuova sfida. Proprio perché uomo d’azione, era anche uomo di grande modernità e di grandissima apertura culturale e sociale. E così si presentò alla sua diocesi, echeggiando le parole del mistico predecessore Dalla Costa: «Desidero solo essere il buon pastore: questa è l’unica mia aspirazione. Non appartengo più a me stesso, ma a voi, diletti figli. Saranno per voi il mio cuore, la mia mente, la mia vita. Il mio cuore perché ami Dio e voi; la mia mente perché non pensi che a Dio e a voi; la mia salute perché si esaurisca servendo Dio e voi».
E così fu. Non appartenne più a sé stesso, ma alla sua nuova città. Cedette per beneficenza i propri beni personali; spese la sua vita per la propria diocesi, in quell’attivo e instancabile apostolato. È risaputo della grandissima stima che non solo il suo papa Montini, ma anche Wojtyla – un uomo per certi tratti simile – avevano per lui. È noto che anche per l’allora giovane Ratzinger provava una grandissima stima; quindi si è sicuri che Giovanni Benelli oggi sia più che tranquillo per il futuro della sua Chiesa, apprezzando non poco gli uomini che la guidano. In quanto al ricordo per i venticinque anni della sua morte, certamente per la sua totale assenza di vanità avrebbe apprezzato un basso profilo: pochi ricordi sinceri di chi l’ha conosciuto, buone opere, e il coraggio di porre ogni propria energia al servizio di Cristo, di Maria e del prossimo, seguendo il suo esempio.
L’esempio di colui che «sempre ha servito la Chiesa e mai si è servito della Chiesa», secondo la scultorea sintesi fatta per lui da papa Wojtyla, in occasione del suo funerale nella Cappella Sistina.


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