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CINA
tratto dal n. 10 - 2003

L’unità e le (vecchie) regole


A settembre un convegno organizzato a Lovanio dalla Fondazione Verbiest ha affrontato la controversa questione delle divisioni che ancora lacerano la Chiesa cinese. Aprendo interrogativi anche su alcune direttive vaticane degli anni Ottanta…


di Gianni Valente


La Chiesa cattolica cinese ha diversi amici sparsi per il mondo. Membri di istituti e congregazioni missionarie storicamente legate all’annuncio cristiano nell’ex Celeste Impero, studiosi, responsabili di fondazioni e centri-studio, sacerdoti e laici che per i motivi e nei modi più diversi seguono le controverse vicende della comunità cattolica in Cina. A questo drappello di “sinologi” cattolici fa capo gran parte delle iniziative concrete che le Chiese locali di tutto il mondo mettono in campo per sovvenire alle esigenze pastorali dei fratelli della Cina popolare, nella perdurante anomalia della loro condizione, con il governo che pretende di nominare i vescovi e controllare tutta la struttura ecclesiale attraverso gli organismi “patriottici”.
Fedeli cinesi in preghiera in una chiesa di Shanghai

Fedeli cinesi in preghiera in una chiesa di Shanghai

Una rappresentanza qualificata di appartenenti e di “amici” della Chiesa cinese si è riunita nei primi quattro giorni di settembre a Lovanio, in occasione dell’European catholic China Colloquium organizzato dalla Fondazione Verbiest, l’istituto di studi collegato all’Università Cattolica di Lovanio e presieduto dal belga Jeroom Heyndrickx, missionario di Scheut. Tra gli oltre cento partecipanti, di 18 Paesi diversi, 47 erano cinesi: 27 provenienti dalla Cina popolare (in gran parte sacerdoti e suore che stanno completando la propria formazione presso università e istituti cattolici in Occidente), gli altri da Hong Kong, Taiwan, Singapore, Macao.
Gruppo di fedeli in preghiera sulla salita verso la chiesa di She Shan durante il pellegrinaggio del 24 maggio

Gruppo di fedeli in preghiera sulla salita verso la chiesa di She Shan durante il pellegrinaggio del 24 maggio

Buona parte delle relazioni più tecniche ha riguardato i problemi della «formazione di ministri per la Chiesa cinese nell’età della globalizzazione». Tra una sessione e l’altra, il convegno ha fornito l’occasione ai presenti di incontrarsi e coordinare i programmi di sostegno per le ormai centinaia di religiosi e sacerdoti cinesi che studiano nelle università cattoliche in tutto il mondo. Ma il convegno, che aveva come motto “Confermarsi reciprocamente nella fede”, ha avuto soprattutto il merito di affrontare senza remore la questione spinosa e spesso mal presentata della divisione a volte lacerante presente nella comunità cinese tra coloro che accettano di essere registrati presso l’Associazione patriottica, tollerandone i condizionamenti, e quelli che si sottraggono al controllo statale, finendo in diversi casi nel mirino delle forze di polizia.
La divisione in seno alla comunità cattolica è un retaggio dei primi decenni del regime maoista. Un “passato che non vuole passare”, anche perché in molte situazioni locali i contrasti dottrinali e teologici si sono saldati con difficoltà personali e di clan o con le rivalità tra gruppi “ufficiali” e “clandestini” per intercettare il flusso di aiuti anche economici convogliato oltre la Grande Muraglia dagli organismi cattolici internazionali e dalle Chiese locali dei Paesi più ricchi. In questo senso, la lettera del vescovo 39enne Joseph Han Zhi-hai ai suoi confratelli cinesi, resa nota in Occidente proprio all’apertura del Colloquio di Lovanio e che 30Giorni ripropone integralmente, è un documento di eccezionale interesse. Per la prima volta un vescovo “non ufficiale”, cioè non riconosciuto dal governo, afferma pubblicamente la propria piena unità di fede con i vescovi che pur muovendosi all’interno delle procedure e degli organismi imposti dal governo professano la propria comunione con il Papa e hanno ottenuto dalla Santa Sede per canali riservati la legittimazione della propria nomina episcopale. Monsignor Han non pone condizioni alla pubblica manifestazione della piena unità sacramentale coi vescovi che accettano di trattare con le autorità civili, né li sprona a troncare tale collaborazione, pur lamentando le ambiguità degli organismi “patriottici” che condizionano la vita della Chiesa.
L’appello del vescovo di Lanzhou a superare gli effetti più laceranti della divisione, come la separazione tra comunità ufficiali e clandestine nelle celebrazioni eucaristiche, chiama indirettamente in causa anche la Santa Sede. Il giovane pastore della comunità non registrata riconosce che «i nostri fedeli si sentirebbero in colpa se partecipassero all’eucarestia in una comunità ecclesiale ufficiale. Alcuni documenti ecclesiali – i “13 punti” e gli “8 punti”– hanno confermato i cattolici delle comunità non ufficiali in questo atteggiamento». Il riferimento è ai cosiddetti “otto punti Tomko”, dal nome dell’allora prefetto della Congregazione vaticana di Propaganda Fide, che nel settembre 1988 inviò a tutti i vescovi del mondo il documento riservato intitolato Direttive della Santa Sede su alcuni problemi della Chiesa nella Cina continentale. In esso, pur ammettendo la possibilità per i cattolici cinesi di ricevere i sacramenti dai preti coinvolti nelle strutture “patriottiche”, si suggeriva di evitare a tal proposito «occasioni di scandali e pregiudizio dell’esatta nozione di fede». Ancora oggi, gli “otto punti” vengono tirati in ballo in maniera strumentale nelle controversie tra clero “ufficiale” e preti dell’area non registrata. In particolare alcuni esponenti delle comunità clandestine si richiamano ad una interpretazione massimalista delle disposizioni vaticane di quindici anni fa per sconsigliare i fedeli dall’avvicinarsi alle chiese “aperte”. I più intransigenti ancora negano il valore delle messe e dei sacramenti celebrati nelle parrocchie registrate presso l’Associazione patriottica.
Nella sua lettera il vescovo richiama i pressanti appelli del Papa alla riconciliazione tra le due “aree” della Chiesa cinese, interpretandoli come un’implicita conferma che anche agli occhi della Sede Apostolica «i precedenti documenti della Chiesa che sconsigliavano celebrazioni eucaristiche congiunte tra cattolici dell’area ufficiale e dell’area non ufficiale non valgono più per i nostri fedeli». Ma tra le righe si può vedere un garbato appello affinché la Santa Sede invii in qualche modo un segnale esplicito che le norme cautelative emesse quindici anni fa non possono essere da nessuno considerate come definitive e permanenti, e che davanti alla nuova situazione non possono essere usate a pretesto per fomentare divisioni gravi che compromettono il bene più prezioso donato alla Chiesa, quello della grazia sacramentale. In effetti, l’esigenza di “passare oltre” le disposizioni vaticane degli anni Ottanta è stata sottolineata più volte durante il Colloquio di Lovanio. Ne ha accennato il cardinale Godfried Danneels nella sua relazione finale (vedi intervista). E vi ha fatto esplicito riferimento anche il professor Yang Huilin, direttore dell’Istituto per gli studi di cultura cristiana dell’Università del Popolo di Pechino. Esponente autorevole di quei settori accademici interessati al cristianesimo che da anni funzionano anche da “ambasciatori” nell’intermittente dialogo tra Chiesa cattolica e dirigenza cinese, il professor Yang ha citato anche la controversa interpretazione delle istruzioni vaticane tra nodi problematici «per la riconciliazione e per lo stabilimento di relazioni ufficiali» (tra Pechino e Santa Sede, ndr). E ha annunciato che il prossimo anno l’Istituto di studi da lui diretto, in collaborazione con la Andrews University (legata alla Chiesa degli avventisti del settimo giorno), organizzerà un convegno sul tema dei rapporti tra Chiesa e istituzioni statali. Argomento selezionato forse anche con la speranza di offrire alla nuova leadership cinese suggerimenti per impostare in maniera laica e moderna i rapporti finora conflittuali con la Santa Sede e le istituzioni ecclesiali.


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