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CHIESA
tratto dal n. 01 - 2008

L’indole pastorale di ogni mandato ecclesiale


Il segretario di Stato di Sua Santità, il cardinale Tarcisio Bertone, ha concluso a Como le celebrazioni in memoria di un suo antico predecessore: Tolomeo Gallio. Nell’occasione ha concesso al Settimanale della Diocesi di Como un’intervista che riproponiamo ai nostri lettori


Intervista con il cardinale Tarcisio Bertone di Enrica Lattanzi


È stata una visita breve nella durata ma intensa nei contenuti quella del segretario di Stato vaticano cardinale Tarcisio Bertone. Lo scorso 3 febbraio il porporato era a Como per il pontificale che ha concluso le celebrazioni in memoria del cardinale Tolomeo Gallio, a quattrocento anni dalla sua morte. Un «cardinale mecenate» – come lo ha definito il vescovo Diego Coletti –, segretarius intimus di papa Gregorio XIII, prefigurazione di quello che sarebbe divenuto il “segretario di Stato” in senso moderno. Migliaia di fedeli hanno accolto con entusiasmo il cardinal Bertone, il quale ha risposto con grande simpatia e cordialità, assicurando che, al suo rientro, avrebbe condiviso con papa Benedetto XVI il grande calore ricevuto dalla giornata trascorsa nella chiesa di Sant’Abbondio. Oltre al pontificale in Duomo, momenti salienti di domenica sono stati l’incontro con la comunità del seminario, la visita alla Basilica del Santissimo Crocifisso, il momento conviviale al Collegio Gallio e l’accoglienza presso la parrocchia di Bregnano, prima di rientrare, nel tardo pomeriggio, a Roma. Nella tempistica rigorosa il cardinale è riuscito a ritagliare alcuni minuti per rilasciarci un’intervista.

Il cardinale Tarcisio Bertone durante il solenne pontificale celebrato presso la Cattedrale di Como, in occasione del quarto centenario della morte del cardinale Tolomeo Gallio, il 3 febbraio 2008

Il cardinale Tarcisio Bertone durante il solenne pontificale celebrato presso la Cattedrale di Como, in occasione del quarto centenario della morte del cardinale Tolomeo Gallio, il 3 febbraio 2008

Perché è importante ricordare figure come quella del Gallio? Che cosa ha da dirci e insegnarci ancora oggi?
TARCISIO BERTONE: Ci sono diversi aspetti da prendere in considerazione, a partire dalla personalità del cardinal Gallio, dal tempo in cui è vissuto e dall’incarico che ha ricoperto. Di fatto fu il primo segretario di Stato, sebbene il suo ruolo fosse quello di segretarius intimus. Fra le caratteristiche da ricordare e valorizzare vi è innanzitutto l’indole pastorale, che qualifica qualsiasi mandato ecclesiale. Anche quello del segretario di Stato è un ufficio che conserva un orizzonte, una finalità pastorale, avendo sempre ben presenti tutte le situazioni del mondo e le questioni culturali e politiche che è necessario affrontare. Il cardinal Gallio – sebbene non abbia mai osservato l’obbligo di residenza previsto dal Concilio di Trento – è stato vescovo di diverse diocesi: anche nel periodo in cui ricopriva l’ufficio di segretario di Stato era vescovo di Sabina. L’essere vescovo e l’avere un’attenzione particolare nei confronti di una Chiesa locale sta a indicare che ogni incarico non può prescindere da una vasta e nutrita dimensione pastorale. In secondo luogo il Gallio ha incoraggiato la costruzione di chiese o la loro ristrutturazione. Un atteggiamento che mette in luce il suo saper riconoscere il valore del luogo del culto integrale di Dio, una realtà dove le persone convengono per celebrare i riti sacri e la liturgia che alimentano il popolo di Dio. Siamo dopo il Concilio di Trento, la Chiesa sta vivendo un rinnovamento profondo: focalizzare l’importanza delle chiese come punto di incontro dell’assemblea dei fedeli e dei discepoli di Cristo è molto importante. Il terzo aspetto che ha caratterizzato l’operato del cardinal Gallio è quello di aver lavorato alla creazione di istituzioni educative. E questo della formazione, dell’educazione dei cristiani, in particolare dei cristiani giovani, delle nuove leve del popolo di Dio, è un argomento di estrema attualità.
Rimaniamo sul tema “educazione”. La sua visita coincide, temporalmente, con altre ricorrenze importanti: da poco abbiamo ricordato la festa di san Giovanni Bosco e, l’8 febbraio, è san Girolamo Emiliani. Furono due santi che ebbero a cuore l’educazione e l’attenzione alla gioventù. Ma che cos’è educazione?
BERTONE: Educare vuol dire “estrarre” dalle singole persone – secondo i talenti che Dio ha dato a ciascuno – le potenzialità migliori. È questa la missione affidata a chiunque si preoccupi o abbia una qualche ascendenza educativa o formativa. “E-ducere”, ovvero aiutare i ragazzi a esprimere le cose migliori che possono fare. Don Bosco diceva che in ogni giovane, anche nel più delinquente, c’è sempre un punto sensibile al bene, che tocca agli educatori, ai formatori riconoscere e valorizzare. Educare, poi, significa fornire alle nuove generazioni gli orientamenti di vita, sviluppando la capacità di discernere il bene dal male. Educare, insomma, vuol dire curare la personalità morale e sociale, insegnando ai giovani che è fondamentale guardare e pensare anche agli altri, non solo a sé stessi. Ma c’è un’altra grande sfida. Lo ha evidenziato di recente il Papa nella sua Lettera alla diocesi di Roma, dedicata proprio al tema dell’emergenza educativa: ciò che serve, oggi, è dare un nuovo significato al ruolo degli adulti, al loro compito educativo, a cominciare dai genitori per arrivare a tutti i soggetti che hanno qualche impegno in questo ambito. Non è più possibile alienare, abrogare, ridurre le responsabilità che spettano a ognuno secondo le specifiche competenze. Si parla spesso del ponte “famiglia-scuola”. La famiglia, a volte, delega alla scuola, la scuola delega a non si sa chi la propria responsabilità. Non c’è dubbio che nella società contemporanea, più che ai tempi del cardinal Gallio o di don Bosco, vi sia un problema di atmosfera diseducativa. Una mentalità, una forma di cultura – come osserva Benedetto XVI – che portano a dubitare persino del valore e della nobiltà della persona umana, del significato della verità e del bene, in ultima analisi del senso stesso della vita. Quale senso vogliamo riconoscere alla nostra vita? Orizzontale? Infinitesimale? O trascendente? Le provocazioni sono aumentate rispetto al passato, ma dobbiamo affrontarle con coraggio e senza disperazione. È il Papa a invitarci alla speranza, non una speranza fatua, ma affidabile. Fondata su quei pilastri cari a don Bosco: la ragione, la religione, l’amorevolezza.
Il cardinale Tolomeo Gallio in un dipinto conservato presso il Collegio Gallio di Como

Il cardinale Tolomeo Gallio in un dipinto conservato presso il Collegio Gallio di Como

Nella prolusione pronunciata in occasione dell’ultimo consiglio permanente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco ha parlato di un’Italia “a coriandoli”. E anche in ambito internazionale non mancano tensioni e incertezze. Con quale impegno la Chiesa guarda all’uomo, alla società, alla promozione e alla difesa della persona umana in ogni angolo della terra e a ogni stadio della sua vita?
BERTONE: La Chiesa è composta di cittadini. Noi cristiani abbiamo una doppia cittadinanza: una direi terrena, territoriale, che ci identifica con il popolo, con la comunità, e una “evangelica”. Queste due forme di cittadinanza impongono ai pastori, agli uomini e alle donne di Chiesa di lavorare, con spirito di servizio e con preparazione adeguata, per il bene comune. Vi è un diritto, ma più di tutto vi è un dovere, di intervenire, per formare le coscienze, per aiutare tutti a operare a favore del bene comune, in quella che il Concilio chiama la «sana collaborazione tra comunità politica e Chiesa». E il Concilio, cui ci richiamiamo sovente e a cui si richiamano anche i critici degli interventi della Chiesa, dice esplicitamente che ogniqualvolta siano in gioco i diritti fondamentali della persona umana e i diritti della Chiesa come organizzazione istituzionale è giusto intervenire. L’intervento della Chiesa, però, è un dono, non un’imposizione. È confronto, proposta, condivisione di ideali e di valori che appartengono a tutti, di un patrimonio comune, che sono il diritto e la legge naturale.
Perché l’uomo, nonostante il rischio della deriva laicista, continua a credere e ha bisogno di credere in Dio?
BERTONE: Perché l’uomo è un capolavoro di Dio e noi dovremmo coltivare di più la teologia della creazione. Non è questione del creazionismo in certe interpretazioni moderne… Noi siamo opera di Dio e nel nostro cuore c’è questa scintilla della vita di Dio che sboccia, che cresce e che dischiude l’intelligenza e la libertà umana alla dolcezza e al desiderio di Dio. Vorrei aggiungere un altro pensiero. Di fronte alla frantumazione delle ideologie, delle illusioni umane, dell’affidamento ai beni materiali, l’unica sorgente di una speranza affidabile, di una speranza certa e sicura è il fidarsi di Dio, nostro Creatore e Padre, Dio che ci chiama a compartecipare della sua stessa vita. E questo desiderio di Dio, a dispetto di tutti i tentativi umani di cancellarlo – non solo dalla vita pubblica, ma anche dalla vita privata – rinasce e rifiorisce continuamente. Lo abbiamo sperimentato in questi anni, nonostante i numerosi regimi che si sono succeduti nelle diverse epoche e in diversi Paesi del mondo: il desiderio di Dio c’è e aumenta. È un anelito a confrontarsi con la religione anche in chi magari è giunto al termine della propria vita. Abbiamo degli esempi splendidi, anche di personaggi italiani della cultura o dell’arte, che nell’ultima tappa della propria vita si sono aperti, hanno sentito potente e impellente l’aspirazione a riconciliarsi con Dio, fino a dire: «Mio Dio, mio Signore, sono tuo». Come scriveva Pasternak: «Sono un anello nelle tue mani. Adesso riponimi nello scrigno delle cose tue, dei figli tuoi che tu hai plasmato, hai creato e che attendi all’incontro finale».


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