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LA FEDE DEGLI APOSTOLI
tratto dal n. 01 - 2008

ET RESURREXIT TERTIA DIE SECUNDUM SCRIPTURAS

«La risurrezione fisica di Gesù Cristo»


Discorso di Paolo VI ai partecipanti al Simposio sul mistero della risurrezione di Gesù, sabato, 4 aprile 1970


Paolo VI al Simposio sulla risurrezione di Gesù nel 1970


Paolo VI in preghiera al Santo Sepolcro

Paolo VI in preghiera al Santo Sepolcro

Gentili signori,
siamo molto colpiti per le parole piene di affetto e fiducia che il reverendo padre Dhanis ci ha rivolto a nome vostro, e ringraziamo il Signore che ci dona questo incontro con specialisti altamente qualificati nel campo dell’esegesi, della teologia e della filosofia venuti a condividere fraternamente le loro ricerche sul mistero della risurrezione di Cristo. Sì, davvero ci rallegriamo molto per questo Symposium, favorito dall’amabile ospitalità dell’istituto San Domenico sulla via Cassia e ci felicitiamo con i responsabili e tutti i partecipanti che cordialmente accogliamo qui, felici di esprimere loro, unitamente alla nostra profonda stima, la nostra particolare benevolenza e il nostro più vivo incoraggiamento.
Per venire incontro alle vostre attese, vorremmo in tutta semplicità offrirvi alcuni pensieri che ci suggerisce questo fondamentale tema della risurrezione di Gesù, da voi felicemente scelto come oggetto dei vostri lavori.

1. C’è bisogno forse, tanto per cominciare, di farvi presente l’importanza basilare che Noi attribuiamo a questo studio, al pari di tutti i nostri figli e fratelli cristiani, e, oseremmo dire, ancor più di tutti loro, dato il posto in cui il Signore ci ha collocato in seno alla sua Chiesa, quale testimone e custode privilegiato della fede? Voi ne siete fin troppo convinti!
La storia evangelica non è forse tutta centrata sulla Risurrezione: senza di essa, che cosa sarebbero gli stessi Vangeli, i quali annunciano la Buona Novella del Signore Gesù? Non si trova forse in essa la fonte di tutta la predicazione cristiana, a cominciare dal primo kerygma, che nasce proprio dalla testimonianza della Risurrezione (cfr. At 2, 32)?
Non è forse il perno di tutta l’epistemologia della fede, senza del quale essa perderebbe la sua consistenza, secondo le parole stesse dell’apostolo san Paolo: «Ma se Cristo non è risorto, allora […] è vana la nostra fede» (cfr. 1Cor 15, 14)?
Non è forse solo la risurrezione di Gesù a conferire senso a tutta la liturgia, alle nostre “Eucaristie”, coll’assicurare la presenza del Risorto che noi celebriamo nell’azione di grazie: «Annunciamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta» (Anamnesi)?
Sì, tutta la speranza cristiana si fonda sulla risurrezione di Cristo, sulla quale si “àncora” la nostra stessa risurrezione con lui. Anzi, siamo fin d’ora risorti con lui (cfr. Col 3, 1): tutta la stoffa della nostra vita cristiana è intessuta di questa incrollabile certezza e di questa realtà nascosta, con la gioia e il dinamismo che ne derivano.

2. Inoltre, non è forse stupefacente che un siffatto mistero, tanto fondamentale per la nostra fede, così prodigioso per la nostra intelligenza, abbia sempre suscitato, insieme all’interesse appassionato degli esegeti, varie forme di contestazione in tutto il corso della storia? Fenomeno che già si manifestò quando ancora era in vita l’evangelista Giovanni, il quale ritenne necessario precisare che l’incredulo Tommaso era stato invitato a toccare con le proprie mani i segni dei chiodi e il costato ferito del Verbo della vita risorto (cfr. Gv 20, 24-29).
Come non ricordare, da quel momento in poi, i tentativi, di una gnosi sempre rinascente sotto molteplici forme, di penetrare questo mistero con ogni risorsa dello spirito umano e cercare di ridurlo alle dimensioni di categorie meramente umane? Tentazione ben comprensibile, certo, e senz’altro inevitabile, ma di cui una temibile china tende a svuotare impercettibilmente tutte le ricchezze e la portata di quello che è innanzitutto un fatto: la risurrezione del Salvatore.
Ancora oggi – e non è certo a voi che Noi dobbiamo ricordarlo – vediamo questa tendenza manifestare le sue ultime drammatiche conseguenze giungendo a negare, da parte di fedeli che si dicono cristiani, il valore storico delle testimonianze ispirate o, più recentemente, interpretando in modo puramente mitico, spirituale o morale, la risurrezione fisica di Gesù. Come non avvertire nettamente l’effetto distruttivo in tanti fedeli di queste discussioni deleterie? Ma – Noi lo proclamiamo con forza – è senza timore che consideriamo tutto questo, perché, oggi come ieri, la testimonianza «degli Undici e dei loro compagni» è in grado, con la grazia dello Spirito Santo, di suscitare la vera fede: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc 24, 34-35).

3. È con questi sentimenti che Noi seguiamo con grande rispetto il lavoro ermeneutico ed esegetico che uomini di scienza qualificati come voi svolgono su questo tema fondamentale. Questo atteggiamento è conforme ai principi e alle norme che la Chiesa cattolica ha stabilito per gli studi biblici; basti qui ricordare le ben note encicliche dei nostri predecessori, la Providentissimus Deus, di Leone XIII, del 1893, e la Divino afflante Spiritu di Pio XII, del 1943, oltre alla recente costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II: non solo vi si trova riconosciuta la giusta libertà di ricerca, ma vi si raccomanda anche lo sforzo necessario di adattare lo studio della Sacra Scrittura alle esigenze d’oggi e di «comprendere in maniera esatta ciò che l’autore sacro ha voluto affermare» (cfr. Dei Verbum, n. 12).
Questa prospettiva suscita l’attenzione del mondo della cultura ed è fonte di nuovi arricchimenti per gli studi biblici. Noi siamo felici che sia così. Come sempre la Chiesa si mostra custode gelosa della rivelazione scritta; e oggi si mostra animata da una preoccupazione realistica: conoscere tutto e ponderare tutto con discernimento, interpretando in modo critico il testo biblico. In tal modo la Chiesa, mentre si dota dei mezzi per conoscere il pensiero altrui, cerca di verificare quanto le è proprio e di offrire occasioni di incontri franchi e confortanti a tanti spiriti retti in ricerca. Anzi, la Chiesa stessa incontra le difficoltà inerenti all’esegesi di testi dubbi e difficili, e sperimenta l’utilità di opinioni diverse. Già sant’Agostino osservava: «Utile est autem ut de obscuritatibus divinarum Scripturarum, quas exercitationis nostrae causa Deus esse voluit, multae inveniantur sententiae, cum aliud alii videtur, quae tamen omnes sanae fidei doctrinaeque concordent» (Ep. ad Paulinum 149, 3, 34: PL 33, 644) [È utile d’altronde che a proposito di passi oscuri delle Sacre Scritture, permessi da Dio affinché fossimo indotti a esercitarci nella ricerca, s’incontrino molte sentenze, purché la divergenza delle interpretazioni non sia in contrasto con la sana dottrina della fede].
E la Chiesa esorta, sempre sotto la guida di sant’Agostino, a cercare le soluzioni attraverso lo studio unito alla preghiera: «Non solum admonendi sunt studiosi venerabilium Litterarum, ut in Scripturis sanctis genera locutionum sciant […], verum etiam, quod est praecipuum et maxime necessarium, orent ut intelligant» (De doctrina christiana III, 37, 56: PL 34, 89).
[Quanto agli studiosi dei testi sacri, non solo li si deve spingere a conoscere i generi letterari in uso nelle Sacre Scritture […] ma anche, e ciò è la cosa principale e più necessaria, a pregare per comprendere].

4. Ma torniamo al tema che è l’oggetto del vostro Symposium. Ci sembra che l’insieme delle analisi e delle riflessioni giunga a confermare, con l’aiuto di nuove ricerche, la dottrina che la Chiesa riconosce e professa per quanto concerne il mistero della Risurrezione. Come notava con finezza e delicatezza il compianto Romano Guardini in una acuta meditazione di fede, i racconti evangelici sottolineano «spesso e con forza che Cristo risorto è diverso da come era prima della Pasqua e dagli altri uomini. La sua natura, nei racconti, ha qualcosa di strano. Il suo avvicinarsi sconvolge, riempie di spavento. Mentre in precedenza “veniva” e “andava”, ora si dice che “appariva” “all’improvviso”, accanto ai viandanti, che “spariva”» (cfr. Mc 16, 9-14; Lc 24, 31-36). Le barriere corporee non esistono più per lui. Non è più legato alle frontiere dello spazio e del tempo. Si muove con una libertà nuova, sconosciuta sulla terra, ma allo stesso tempo viene affermato con forza che Egli è Gesù di Nazareth, in carne e ossa, quello che ha vissuto precedentemente con i suoi, e non un fantasma». Sì, «il Signore è trasformato. Egli vive in un modo diverso da prima. La sua esistenza presente è per noi incomprensibile. Eppure è corporea, contiene Gesù tutto intero [...] anzi, attraverso le sue piaghe, contiene tutta la sua vita vissuta, la sorte che egli ha subito, la sua passione e la sua morte». Non si tratta dunque soltanto della sopravvivenza gloriosa del suo io. Siamo in presenza di una realtà profonda e complessa, di una vita nuova, pienamente umana: «La penetrazione, la trasformazione di tutta la vita, compreso il corpo, per la presenza dello Spirito Santo […] Noi realizziamo questo cambiamento d’asse che si chiama fede e che, invece di pensare Cristo in funzione del mondo, fa sì che si pensi il mondo e tutte le cose in funzione di Cristo […] La Risurrezione sviluppa un germe da sempre presente in lui». Sì, diremo con Romano Guardini: «La Risurrezione e la trasfigurazione ci sono necessarie per comprendere veramente cos’è il corpo umano […] in realtà, soltanto il cristianesimo ha osato porre il corpo nelle profondità più recondite di Dio» (R. Guardini, Le Seigneur, trad. R. P. Lorson, vol. II, Alsatia, Paris 1945, pp. 119-126).
Davanti a questo mistero siamo tutti presi dall’ammirazione e colmi di stupore, proprio come davanti ai misteri dell’Incarnazione e della nascita verginale (cfr. san Gregorio Magno, Hom. 26 in Ev., lettura del breviario della Domenica in Albis). Lasciamoci quindi introdurre, con gli apostoli, nella fede in Cristo risorto che solo può darci la salvezza (cfr. At 4, 12). E siamo anche pieni di fiducia, nella sicurezza della Tradizione che la Chiesa garantisce con il suo magistero, la Chiesa che incoraggia lo studio scientifico e al tempo stesso continua a proclamare la fede degli apostoli.
Cari signori, queste poche semplici parole al termine dei vostri dotti lavori non volevano peraltro che incoraggiarvi a proseguirli in questa stessa fede, senza mai perdere di vista il servizio al popolo di Dio, completamente rigenerato «mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva» (1Pt 1, 3). E noi, a nome di colui «che è morto ed è tornato alla vita», questo «testimone fedele e il primogenito dei morti» (Ap 2, 8; 1, 5), vi impartiamo di tutto cuore, come pegno di copiose grazie per la fecondità delle vostre ricerche, la nostra apostolica benedizione.


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