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REPORTAGE DA CUBA
tratto dal n. 02/03 - 2008

Intervista con Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo di San Cristóbal de La Habana

Un’apertura che cresce



Intervista con il cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino di Davide Malacaria


Sono passati dieci anni dalla visita di papa Giovanni Paolo II a Cuba. La ricorrenza cade in un momento di transizione del regime cubano. Chiediamo lumi sulle speranze della Chiesa cattolica in questo momento di passaggio al cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana dal 1981 e cardinale dal 1994 per volontà di Giovanni Paolo II.

Il cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana

Il cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo dell’Avana

La Chiesa cubana può considerarsi una Chiesa viva e feconda?
Jaime Lucas Ortega y Alamino: La Chiesa a Cuba è vitale, ma non penso che la vitalità escluda le difficoltà, anzi ritengo che vitalità e difficoltà siano, in qualche modo, complementari perché le difficoltà esigono sforzi e ci scuotono dalla sonnolenza. Penso che le difficoltà sperimentate per molti anni a Cuba dalla Chiesa ci abbiano portato a usare la nostra immaginazione pastorale. Ad esempio, una grande difficoltà per la Chiesa cubana è stata quella di non poter costruire chiese nei nuovi quartieri delle città, nelle zone rurali e nei nuovi insediamenti; da qui la necessità di utilizzare abitazioni private e di creare piccole comunità di venti, trenta persone o poche di più. Queste case di preghiera o di missione, come vengono abitualmente chiamate, sono centri di catechesi per i bambini, di catecumenato per gli adulti e vi si predica la parola di Dio. In molte di esse si svolge anche una vita sacramentale. Nell’arcidiocesi dell’Avana sono più di cinquecento. In queste piccole comunità in qualche modo rivive l’esperienza degli inizi della Chiesa e il problema più grande è la loro cura pastorale nel momento in cui iniziano ad avere vita sacramentale. Il sacerdote può celebrarvi l’Eucaristia una volta al mese, ma la comunità si riunisce ogni settimana intorno a diaconi, religiose e soprattutto animatori laici formati per questa missione. E ancora: le difficoltà ci hanno portato a integrare in modo molto dinamico i laici nella pastorale. Insomma, le difficoltà generano vitalità nella Chiesa, almeno questo è ciò che è successo nel nostro Paese. La pratica religiosa a Cuba è molto bassa. Solo il 3 per cento circa della popolazione va a messa la domenica, mentre i battezzati sono più del 65 per cento. Quando ho iniziato come arcivescovo, i battesimi erano seimila l’anno, oggi sono 25mila-26mila e tra questi battezzati ci sono anche degli adulti. In molti luoghi, per mancanza di chiese e di sacerdoti, è difficile celebrare la messa domenicale. Ma ci sono altri indicatori della religiosità del nostro popolo. Ad esempio, nel cimitero dell’Avana c’è una grande cappella in cui si celebra il 75 per cento di tutti i funerali della capitale. La religiosità cubana è molto “latinoamericana”, popolare, con grandi pellegrinaggi nei santuari, nei luoghi di culto, dove accorrono, nei periodi forti dell’anno, come Natale e Pasqua, decine di migliaia di persone. Già da dieci anni, il 25 dicembre è un giorno di festa, non più feriale, e da quest’anno i bambini hanno usufruito di lunghe vacanze nel periodo natalizio: dalla vigilia di Natale all’Epifania. Questo favorisce il recupero delle tradizioni natalizie e il riunirsi in famiglia. Il numero delle vocazioni, anche se lentamente, sta crescendo. Abbiamo un seminario nazionale con sessanta seminaristi, all’Avana, e si sta costruendo una nuova sede fuori dalla città.
La visita di Giovanni Paolo II a Cuba: qual è l’importanza di quel gesto a distanza di dieci anni?
Ortega y Alamino: La visita di papa Giovanni Paolo II è stata un passo più che un gesto. Il passo del Papa ha lasciato solchi nella vita della Chiesa e nel cuore dei cubani, ma anche un’impronta nella nostra storia nazionale. Tutta la visita è stata significativa: il Papa ha dato l’immagine del buon pastore che, piegato dagli anni e dalla malattia, sembrava riprendere forza in ogni situazione. Per me il momento culminante è stato la visita ai malati del lebbrosario di San Lazzaro, è stato vedere come li toccava e si chinava su di loro... Per altri, la messa nella piazza della Rivoluzione in cui è confluito un milione di persone. Quella messa così imponente e così sentita ha dato a molti un’immagine forse sconosciuta del popolo cubano e ha mostrato agli stessi cubani come la Chiesa fosse presente e viva.
Durante la sua visita Giovanni Paolo II auspicò che Cuba si aprisse al mondo e il mondo a Cuba. Che ne è stato di questo auspicio?
Ortega y Alamino: Credo che il Papa non si riferisse alle relazioni diplomatiche di Cuba con altri Paesi, perché Cuba aveva già relazioni di quel tipo, né ad altre di tipo commerciale o economico. Per capire le parole del Papa occorre ricordare il periodo precedente alla sua visita. Un periodo simile a quello attraversato dalla patria del Papa polacco. Per ragioni economiche, ideologiche e commerciali Cuba è stata sempre molto legata ai Paesi dell’Est e all’Unione Sovietica. Lì hanno studiato molti cubani, da lì giungevano i tecnici e gli esperti stranieri che venivano a lavorare Cuba, il russo era una delle lingue che si insegnavano nelle scuole. La nostra isola però si trova nel cuore dell’America e ha molto in comune per cultura, lingua e religione con l’America Latina. La nostra cultura è europea, spagnola in particolare, anche se ha subìto molto anche l’influsso africano. Per questo noi siamo parte del mondo occidentale cristiano. Giovanni Paolo II conosceva la nostra cultura. Auspicando che Cuba si aprisse al mondo e il mondo a Cuba egli chiedeva che la nostra isola potesse reinserirsi in quel mondo a cui culturalmente appartiene e che il mondo potesse aiutare Cuba a realizzare ciò. Credo fosse questo il concetto espresso dal Papa. Ritengo che, dopo dieci anni, l’apertura al mondo occidentale sia avvenuta, purtroppo anche nei suoi aspetti più deleteri, ovvero il secolarismo, l’edonismo e il consumismo. L’apertura a questo mondo sempre più globalizzato comporta benefici e rischi, ma è così che si sta manifestando. Gli effetti della visita, se esaminati dal punto di vista ecclesiastico, sono stati molteplici. La Chiesa è stata confermata nella propria missione e i suoi pastori rafforzati: la Chiesa cubana è stata conosciuta nel mondo per la sua vitalità e il suo entusiasmo e il Papa ha fatto conoscere la Chiesa allo stesso popolo cubano. È stata la prima volta che i cattolici hanno avuto l’opportunità di scendere in piazza: qualcosa di nuovo ha avuto inizio e niente potrà ritornare come prima.
Nella lettera ai cattolici cinesi, Benedetto XVI ha ribadito che la Chiesa non deve lottare per cambiare i regimi, ma annunciare il Vangelo.
Ortega y Alamino: Vero. Questa è l’impostazione che la Chiesa cubana ha assunto nei confronti dei suoi fedeli e del governo. A Cuba c’era il sospetto che la Chiesa volesse cambiare o destabilizzare il potere. Questa diffidenza può aver trovato terreno fertile a causa delle strette relazioni tra il Partito comunista e i suoi omologhi dell’Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica, ma nella nostra isola non c’è mai stata nei confronti della Chiesa, quanto a restrizioni e controllo, una politica simile a quella dell’Ungheria, della Polonia o della Cecoslovacchia. Il governo cubano ha sempre mantenuto relazioni diplomatiche con la Santa Sede. A Cuba la Chiesa non ha dovuto mai sottostare, nella nomina dei vescovi o dei parroci, all’approvazione statale, né è stato mai fissato un numero chiuso per i seminaristi e altro. Tuttavia la vita della Chiesa si è svolta sempre sotto lo sguardo restrittivo del governo, che ha temuto strumentalizzazioni politiche. Le parole di Benedetto XVI ci hanno fatto ricordare i decenni passati, quando la Chiesa cubana e la Santa Sede si sforzavano, tra pregiudizi e diffidenze, di presentare la Chiesa così come il Papa ha fatto nel paragrafo della lettera ai cinesi, che lei ha prima citato. Questo è il cammino della Chiesa sempre e ovunque, non ce ne può essere un altro e lo dico ora guardando a ciò che è stato il nostro recente passato, dato che oggi a Cuba le cose sono cambiate.
In un’intervista a 30Giorni, anni fa, lei lamentava la difficoltà a ottenere i visti di ingresso per i religiosi, il poco spazio nei media e l’impossibilità di poter svolgere un’opera di educazione cattolica. Ora?
Ortega y Alamino: Oggi è più facile ottenere la concessione di visti per i missionari stranieri. È una cosa abituale, e nella pratica, dopo la visita di papa Giovanni Paolo II, si è andata trasformando, e ora è una cosa che gestiamo insieme. Abbiamo anche facilità nell’importare libri: bibbie, catechismi, riviste e altro. Abbiamo potuto pubblicare una serie di riviste locali e nazionali. All’Avana c’è anche un centro di bioetica chiamato “Juan Pablo II”, che presta un servizio nazionale. Il centro produce una serie di testi, adottati anche a livello universitario, e i suoi membri sono chiamati come relatori nelle tesi di laurea in Bioetica. Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione ufficiali, prima di quella storica visita avevo già fatto una prima apparizione in televisione. Poi, dopo che papa Wojtyla si è ammalato, è venuta la televisione e mi ha chiesto di parlare delle sue condizioni di salute. Alla sua morte, infine, i giornali sono usciti con grossi titoli in prima pagina che dicevano: «È morto un buon pastore». Ho letto quegli articoli entrando in conclave: è stato emozionante. In televisione hanno trasmesso anche la messa che ho celebrato nella Cattedrale per la morte del Papa, alla quale hanno partecipato il presidente e tutto il governo. I servizi informativi hanno “coperto” tutti i momenti dell’agonia e della morte di Giovanni Paolo II, come anche l’elezione di Benedetto XVI. Attualmente c’è molta informazione sul Papa: qualsiasi dichiarazione viene trasmessa in televisione e le si dà un ampio spazio, che a volte ci sorprende. E ci sono le condizioni per avere ancora più spazio. I vescovi cubani possono parlare nelle stazioni radio provinciali che sono molto ascoltate, in particolare in occasione di importanti feste religiose come il Natale o la festa della patrona di Cuba, la Virgen de la Caridad del Cobre. Ora stiamo sollecitando la possibilità di avere un programma fisso. Resta però il nodo dell’educazione, per sciogliere il quale bisogna lavorare ancora molto. Quando mi intervistano ripeto sempre la stessa cosa: la Chiesa non può rinunciarvi. Anche se, quando parliamo di educazione cattolica, ci può essere nei nostri anziani solo la reminiscenza dei grandi collegi e delle istituzioni che un tempo la Chiesa aveva a Cuba, i quali, non godendo di sovvenzioni statali, sussistevano grazie alle rette degli studenti. Per questo le scuole cattoliche sono state accusate di attuare un’educazione classista. Però ritengo che oggi ci siano diverse possibilità per la Chiesa di essere presente nell’ambito dell’educazione senza dover ritornare a situazioni passate, che nemmeno la Chiesa vuole.
Piazza della Rivoluzione all’Avana durante la santa messa celebrata 
da Giovanni Paolo II, il 25 gennaio 1998

Piazza della Rivoluzione all’Avana durante la santa messa celebrata da Giovanni Paolo II, il 25 gennaio 1998

La Chiesa cubana ha condannato l’embargo cui è sottoposta Cuba...
Ortega y Alamino: La prima condanna dell’embargo da parte della Conferenza dei vescovi risale al 1969. È una costante della Chiesa opporsi a questo come a qualsiasi altro embargo. Stiamo vedendo in questi giorni, ad esempio, la crisi che l’embargo ha causato ai palestinesi nella Striscia di Gaza, dove inizia a esserci una penuria di mezzi di sussistenza che colpisce tutti. Non si tratta solo di scarsità di alimenti, ma anche del necessario per l’assistenza sanitaria. E ciò avviene anche da noi. Anche i vescovi nordamericani hanno più volte fatto dichiarazioni contro l’embargo che affligge la nostra isola. Per noi il rifiuto dell’embargo è una questione di principio. Ci auguriamo che cessi. Il Papa lo ha detto molto chiaramente quando è venuto nel 1998. Al termine della sua visita, ha parlato di «misure economiche restrittive imposte dall’esterno del Paese, ingiuste ed eticamente inaccettabili».
Cuba sta vivendo un momento di transizione. I suoi auspici?
Ortega y Alamino: Noi vescovi cubani, in occasione del messaggio di Natale, abbiamo parlato proprio di questo: in questo periodo sono nate aspettative nella popolazione, c’è stata una possibilità di discussione nei luoghi di lavoro, nei centri di studio, nelle organizzazioni sociali; c’è stato perfino un invito da parte del presidente Raúl Castro a un confronto chiaro, aperto e sincero. In un’altra occasione ho definito tutto questo come un processo in sé interessante, perché la possibilità di discutere in questo modo è qualcosa di nuovo a Cuba. E promettente. Durante le ultime elezioni, nel corso di un’intervista, Raúl Castro ha detto che il nuovo Parlamento avrà molto lavoro da svolgere riguardo alle questioni relative al trascendente, che devono essere affrontate con calma... Mi sembra che tutto questo sia foriero di aspettative e speranze. Sarebbe molto duro per la gente se tali speranze venissero disattese, ma non credo accadrà. Potrà esserci dell’impazienza per quanto riguarda i tempi d’attuazione, ma credo che si stia già vedendo qualcosa di nuovo. La Chiesa, durante quest’anno e mezzo in cui Fidel Castro ha lasciato il potere a causa della malattia, non ha sperimentato nella sua attività nessun tipo di cambiamento in senso negativo. Anzi, continua a esserci quello spirito di apertura nato con la visita di papa Giovanni Paolo II e che è andato via via crescendo. Come poi sarà il futuro, non è materia di analisi...


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