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ITALIA
tratto dal n. 04 - 2008

LE BORSE DI STUDIO PER STUDENTI STRANIERI

Facoltà di dialogo e di sviluppo


Afghanistan, Palestina, ma anche India, Russia, Cina. Sono i Paesi da cui provengono oggi i giovani che hanno ottenuto dal nostro Ministero degli Esteri una borsa per studiare nelle università italiane. Per l’Italia questa iniziativa rappresenta da sempre un investimento per la pace, e una rete di rapporti di amicizia con molti Paesi emergenti


di Giovanni Ricciardi


Universitarie cinesi in un ateneo italiano

Universitarie cinesi in un ateneo italiano

Ramallah, novembre 2007. I funzionari del Ministero degli Esteri vengono a incontrare gli ex borsisti palestinesi che in questi anni hanno avuto la possibilità di fare un’esperienza di studio in Italia. Sono soprattutto studenti che hanno seguito un corso di formazione all’Istituto agronomico del Mediterraneo di Bari, ma anche medici che si sono specializzati nel nostro Paese grazie ai programmi della Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo. La sala si riempie, sono molto contenti che qualcuno sia venuto a incontrarli per capire se il periodo trascorso in Italia si sia tradotto in opportunità fattive di lavoro e di sviluppo. La risposta è positiva, e insistono perché questa opportunità sia concessa al maggior numero possibile di connazionali. Per questi palestinesi è stata un’esperienza unica di vita e di arricchimento professionale; per il loro Paese, una risorsa vitale di competenza e professionalità.
Negli stessi giorni, arriva a Milano un gruppo di donne afghane. Sono dottoresse in Medicina che sotto il regime dei talebani non avevano più avuto la possibilità di aggiornarsi. La nostra ambasciata a Kabul ne ha accolto l’esigenza, e il Ministero degli Esteri ha concesso loro borse di studio per uno stage di tre mesi presso l’ospedale San Raffaele.
Le vie della politica estera italiana non passano soltanto per gli incontri di vertice e le grandi missioni di pace, ma anche attraverso questo strumento apparentemente marginale, le borse di studio, con cui il nostro Paese offre a studenti di tutto il mondo, ma in particolare di Paesi in via di sviluppo, la possibilità di formarsi in Italia per un periodo più o meno lungo. A volte si rivelano un investimento prezioso non solo per chi ne ha beneficiato, ma anche per chi lo ha realizzato, un investimento capace di creare nel tempo ponti di comunicazione privilegiati con l’Italia. Una corrente di simpatia che si trasforma in opportunità economiche, culturali e turistiche.

Uno strumento potente e duttile
«Siamo coscienti del fatto che si tratta di uno strumento molto potente, che cambia natura a seconda dei contesti in cui viene utilizzato», spiega Andrea Luca Lepore, responsabile dell’ufficio che eroga le borse di studio di competenza della Direzione generale per la promozione e cooperazione culturale del Ministero degli Esteri. «Lo scopo primario delle borse è quello di creare una forma di amicizia con l’Italia in persone che sono probabilmente destinate a entrare a far parte della classe dirigente del Paese di provenienza. Ma c’è di più: con la globalizzazione, uno strumento che prima era prevalentemente politico-culturale diventa anche economico; le borse cioè possono anche servire a creare dei canali capaci di rendere più facili le relazioni economiche. Ad esempio, nell’Est europeo, dove l’interesse per la lingua italiana sta crescendo in maniera incredibile, le borse sono state spesso un modo per offrire ai dipartimenti di Italianistica delle università la possibilità di far venire nel nostro Paese per un anno gli studenti migliori a perfezionarsi. Ma quello che era un mezzo per la diffusione dell’italiano nel mondo, oggi diventa anche una possibilità di sviluppo economico: le nostre aziende che investono in Polonia o in Ungheria, per fare solo degli esempi, hanno bisogno di persone che sappiano parlare in loco la nostra lingua».
Per questo le risorse impiegate in questo campo non hanno subito negli ultimi anni dei tagli di spesa. Oggi l’Italia assegna alle borse di studio per studenti stranieri un budget complessivo che si aggira intorno ai 20 milioni di euro. Quantificare il numero delle borse non è semplice: alcune offrono l’intero corso di studi universitari, sulla base di accordi bilaterali e di bandi di concorso che le nostre ambasciate diffondono all’estero; altre finanziano, come si è detto, periodi più brevi per lo studio della lingua italiana, o stage di formazione professionale e master post lauream. Si aggirano comunque intorno alle 3mila all’anno, più altre ottocento gestite dalla Cooperazione allo sviluppo sulla base di progetti mirati.
Certo, i problemi non mancano: le borse coprono in genere le tasse universitarie e danno un assegno mensile di sussistenza che però non si adegua progressivamente al costo della vita: «Ottocento euro al mese potevano bastare qualche anno fa, ma oggi come oggi non sono più sufficienti a coprire le spese dell’alloggio e del vitto, che soprattutto nelle grandi città sono cresciute in modo esponenziale. Molti studenti sono costretti a lavorare o a farsi mandare soldi da casa. Per questo vorremmo portare le borse almeno a mille euro mensili», spiega il dottor Lepore, «ma trovare le risorse non è facile, a meno di ridurre il numero dei borsisti».

Nuovi scenari: India, Russia e Cina
Oggi l’Italia spende meno per attirare studenti europei – che possono usufruire di progetti finanziati da Bruxelles, come l’Erasmus e il Socrates – e cerca di aprirsi a nuove realtà, specialmente India, Cina e Russia. «Con la Cina c’è stata negli ultimi anni una grossa azione di richiamo», spiega ancora Lepore: «Per attirare questi studenti all’inizio non veniva richiesto il possesso del gao cao, il diploma che consente l’accesso alle università cinesi, ma da quest’anno l’abbiamo reintrodotto per privilegiare anche la qualità di chi si candida a studiare in Italia. Da qualche anno a questa parte abbiamo invece promosso, insieme alle Camere di commercio, all’Ice e alla Direzione generale per la cooperazione economica, la nostra partecipazione alle grandi “fiere dell’educazione” che si svolgono in India, con un padiglione in cui si offrono borse di studio in Italia, integrate con stage. L’iniziativa, chiamata “Invest your talent in Italy”, ha avuto un enorme successo. Adesso ne stiamo studiando gli aspetti legislativi per estenderla in altri Paesi senza dover ricorrere a progetti speciali».
In altri casi, attraverso le borse di studio si cerca di aprire porte di dialogo con Paesi distanti non solo geograficamente. È il caso della Corea del Nord, a cui l’Italia ha recentemente offerto questa opportunità per sostenere l’apertura di una cattedra di Italianistica all’Università di Pyongyang. Oppure le borse servono per dare un apporto economico a iniziative come il progetto “Rondine-Città della Pace”, una “cittadella universitaria” in provincia di Arezzo che promuove esperienze di studio in Italia facendo convivere fianco a fianco giovani provenienti da aree in situazione di conflitto o di post-conflitto, come ceceni e russi, georgiani e abkhasi, israeliani e palestinesi.

Una scommessa per il futuro di tanti Paesi
Anche la Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo eroga borse di studio concentrando la propria attività su aree particolarmente delicate come l’Africa subsahariana, i Paesi del Mediterraneo e del Vicino Oriente, l’Europa sudorientale, senza trascurare l’America Latina e l’Asia, e dedicando particolare attenzione alle regioni del mondo martoriate dai conflitti o che ne sono appena uscite, sulla base delle priorità stabilite dalla nostra politica di cooperazione. «Favorire lo sviluppo significa anche formare specialisti che siano in grado di portare un contributo professionalmente significativo una volta tornati in patria. Per questo molti Paesi», spiega Fabrizio Nava, responsabile di questo settore, «ci chiedono di formare medici, specialisti in agronomia, funzionari della pubblica amministrazione ed esperti in materie come l’ingegneria o la gestione aziendale, e noi rispondiamo volta per volta a queste richieste concedendo borse individuali per la frequenza di corsi presso università italiane, generalmente post lauream, o sostenendo progetti mirati che sono sviluppati dalle università stesse o da organizzazioni non governative. È un lavoro molto impegnativo che dà però risultati importanti nel medio e lungo periodo». Gli chiediamo di farci qualche esempio: «Potrei citare la storia di due palestinesi che hanno usufruito delle nostre borse: il primo, dopo essersi laureato in Architettura a Venezia nel 1995, è attualmente direttore della Pianificazione archeologia di Gerico; l’altro, specializzato in Nefrologia a Perugia col massimo dei voti, si occupa oggi del reparto di Nefrologia dell’ospedale di Nablus. Ma l’elenco potrebbe continuare. Ricordo anche il caso di una dottoressa yemenita che, con la specializzazione in Ginecologia ottenuta alla Sapienza di Roma, è ora responsabile del reparto maternità dell’ospedale di San’a; o quello di una ex borsista angolana che oggi è viceministro dell’Urbanistica e Ambiente del suo Paese».
Sono solo alcuni esempi che però esprimono, ancora meglio delle cifre o delle statistiche, l’importanza di questo settore della politica estera italiana, che si traduce in opportunità di vita e di sviluppo che sarebbe un peccato trascurare e forse varrebbe la pena incrementare. In questa direzione erano andate le parole dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quando, il 14 dicembre 2003, parlando ai rettori delle università italiane, aveva pubblicamente espresso questo auspicio: «Dobbiamo avere più studenti stranieri nelle aule dei nostri atenei, in modo che possano studiare fianco a fianco con i nostri ragazzi. Dobbiamo darci anche obiettivi quantitativi, misurabili di anno in anno, di crescita degli studenti e di allargamento delle aree geografiche».


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