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PROFILI
tratto dal n. 04 - 2008

Un qualche cosa che assomiglia alla felicità


L’11 aprile si è spento a Roma padre Giuseppe Ferrari, meglio conosciuto come “padre Peppino”. Oratoriano, per più di sessant’anni viceparroco di Santa Maria in Vallicella, la “Chiesa Nuova” in cui riposa san Filippo Neri, padre Peppino è stato un amico di 30Giorni. Per ricordarlo, pubblichiamo l’omelia che padre Edoardo Aldo Cerrato, procuratore generale degli Oratoriani, ha tenuto proprio nella Chiesa Nuova il 14 aprile, in occasione delle esequie


di Edoardo Aldo Cerrato


Padre Giuseppe Ferrari e, sullo sfondo, la facciata della chiesa di Santa Maria in Vallicella

Padre Giuseppe Ferrari e, sullo sfondo, la facciata della chiesa di Santa Maria in Vallicella

Grazie per questa partecipazione commossa e straordinariamente numerosa che attesta la stima e l’affetto di cui padre Peppino è circondato!
Fare l’omelia in questa messa esequiale è facile perché l’immagine dolce e cara di padre Peppino è nella mente e nel cuore di tutti noi; ma al tempo stesso è difficile perché sono numerosissimi i ricordi che si intrecciano nella mente, e non se ne vorrebbe tralasciarne alcuno: ogni ricordo, infatti, è come una preziosa pennellata di colore che delinea il volto ridente di padre Peppino, che porteremo in cuore…
Nel momento in cui si attendeva la chiusura della bara, sabato scorso, qualcuno ha detto: «Sul volto di Peppino c’è un lieve sorriso: non ne eravamo abituati, perché il suo sorriso è sempre stato aperto e grande…».
È vero: padre Peppino non sorrideva lievemente: anche nei momenti di sofferenza che non gli sono mai mancati – come a ogni persona; e a lui, così sensibile, forse ancor più che ad altri –, padre Peppino sapeva accogliere chiunque con un sorriso che era ben più che un sorriso lieve!
Della sua gioia si può dire ciò che si deve dire della gioia di padre Filippo, quando lo si osserva nella sua autenticità, come faceva padre Peppino, il quale ogni giorno – me lo disse una volta – leggeva qualche pagina su san Filippo Neri; e non paginette edulcorate e blande, ma scritti solidi, scaturiti da ampie e intelligenti riflessioni: quelle dei suoi autori preferiti, che erano stati anche suoi amici…: da don Vannutelli a don De Luca, a Nello Vian… e altri.
Questa gioia non è principalmente il frutto di un buon temperamento, ma il risultato di una profonda adesione dell’uomo a Gesù Cristo, il Quale, lungi dall’eliminare ciò che è umano, lo raffina e lo potenzia facendo fiorire nel cuore e sul volto una pace che è più spesso per gli altri che per colui che la possiede: la «gioia indicibile e gloriosa» di cui parla san Pietro, che ne fece esperienza nel suo incessante discepolato vissuto all’insegna del «Vieni e seguimi!».
Cari fratelli e sorelle, altri, meglio di me, sacerdoti e laici, potrebbero parlare di padre Peppino, anche per una più lunga frequentazione.
So che non riuscirò a delineare tutto ciò che egli è stato: occorrerebbe un libro per farlo. Ma sono certo che la benevolenza dei presenti mi perdonerà l’inettitudine.
La parola di Dio che abbiamo ascoltato getta fasci di luce sulla sua figura e ci illumina a comprenderne il vero significato.
Credo però che il riferimento a questa pace, testimoniata dal volto dell’indimenticabile sacerdote della Chiesa Nuova, sia la sintesi della sua vita che ognuno porta in cuore.
Aveva le sue paure, padre Peppino; aveva i suoi momenti di sconforto, come li ebbe padre Filippo; aveva anche i suoi scrupoli… E se Filippo incessantemente ripeteva: «Scrupoli e malinconie fuori di casa mia», è perché, probabilmente, anch’egli non ne era esente. La bellezza di una umanità redenta da Cristo non è data dalla sua perfezione naturale, ma dalla adesione al Salvatore che libera, innalza, fa crescere e rende l’uomo capace di dare più di ciò che egli stesso pensa di poter offrire.
E, così, padre Peppino si è trovato a dare tutto: il suo tempo, le sue energie, la sua intelligenza, la sua sensibilità, la sua capacità di intessere rapporti, la sua generosità nell’interessarsi di tanti nelle gioie e nei dolori della vita…
Di persona: non solo con il ricordo nella preghiera, ma con la presenza o con uno scritto (la sua attenzione alla posta!), con una telefonata, con un segno concreto di partecipazione a tanti eventi o al ricordo di essi, tenuto vivo nella sua memoria prodigiosa, in cui non mancavano neppure i numeri di telefono, per i quali spesso addirittura non doveva consultare una agenda…
Che grande umanità, fiorita dall’innesto dell’umano su Gesù Cristo!
La modestia e la semplicità di padre Peppino potevano, talora, farlo apparire debole; ed era invece forte come una quercia, anche nelle prove più dure. Resisteva nelle traversie della vita non per cocciutaggine, ma per un amore che gli aveva scaldato il petto e lo colmava di una forza che è la perseveranza di cui parla il Signore nel Vangelo.
Incredibile il suo fascino sui bambini, fino alla fine, dal momento che ha continuato a fare il catechismo della prima comunione fino a qualche settimana prima di morire…
Incredibile la sua pazienza con le file di persone che venivano a chiedergli aiuto…
Incredibile la sua dedizione di eterno viceparroco della Chiesa Nuova, la sua disponibilità a ogni forma di ministero sacerdotale, e l’amorosa meticolosità con cui organizzava gli incontri dell’oratorio secolare…
Incredibile quante lacrime ha asciugato, quanti cuori ha consolato, a quante persone è stato vicino...
Chi gli ha reso qualche servizio, durante gli ultimi mesi di quasi immobilità – e li ringraziamo tutti di cuore, anche senza farne l’elenco –, ha sentito di farlo non per dovere di carità verso un anziano, ma per amore verso un padre!
Tra le letture bibliche proposte dalla Chiesa per la santa messa esequiale abbiamo scelto il Vangelo in cui risuonano le parole del Signore nel giudizio: «Venite, benedetti del Padre mio […], perché mi avete accolto, mi avete dato da mangiare, mi avete visitato, mi avete vestito».
Risulta difficile ascoltarle senza ripensare alla vita di padre Peppino: alla sua semplicità e umiltà, alla perseveranza e alla fortezza con cui egli ha fatto tutto questo per amore di Cristo.
Ha accolto tutti padre Peppino, “privilegiando i piccoli” verrebbe da dire; ma non è esatto: padre Peppino non ha privilegiato nessuno: ha dato tutto a tutti, secondo il bisogno di ciascuno, perché per lui tutti erano piccoli, anche i grandi del mondo, e tutti erano grandi: a ognuno si rivolgeva con il rispetto affettuoso di chi riconosce in ogni persona meriti e limiti, ma soprattutto la dignità di figli di Dio.
Lo hanno apprezzato uomini di cultura e persone semplici. Ha conosciuto ed è stato stimato da molte persone collocate, nella società e nella Chiesa, in un posto di rilievo. Tutti hanno trovato in lui, sempre, un padre e un amico.
Cinque anni or sono, nella festa del suo sessantesimo di sacerdozio, ebbi la gioia di consegnargli, al termine della messa, la “Croce pro Ecclesia et Pontifice” conferitagli dal santo padre Giovanni Paolo II: quel riconoscimento – l’unico che un figlio di san Filippo possa ricevere senza contravvenire alle costituzioni della Congregazione – non si trova più tra le cose di padre Peppino: ricordo che subito dopo la messa regalò la Croce a due bimbe perché – diceva scusandosi – «je piaceva la scatola rossa»…
In quella circostanza dissi di lui ciò che desidero ripetere con profonda convinzione: «Padre Peppino e la Chiesa Nuova: un binomio inscindibile! Ma poiché la Chiesa Nuova, la dilettissima Vallicella, con la sua comunità e le sue opere pastorali, è inseparabile da padre Filippo, anche padre Peppino e san Filippo sono, di conseguenza, per noi dell’oratorio, un binomio caro e prezioso… Non c’è oratoriano, infatti – anche tra i più giovani – che sia passato alla Vallicella almeno per una visita al sepolcro e ai luoghi del nostro santo padre (san Filippo Neri) e non conservi impresso nella memoria il ricordo di un sacerdote sempre disponibile e gentile, la cui semplicità non riesce a celare una profonda cultura attinta a studi seri e a tante letture, raffinata dall’interesse per le belle lettere e da un culto del passato che non è memoria nostalgica delle cose vecchie, ma amore giovanile per ciò che di perenne c’è nello scorrere del tempo e della storia.
Sessant’anni [dicevo allora, ma oggi sono sessantacinque] di presenza sacerdotale nella chiesa che padre Filippo volle grande e bella, uniti ai dieci che il giovane Peppino visse da studente e da chierico nella Casa vallicelliana prima dell’ordinazione, sono un dono per il quale tantissimi romani – laici e sacerdoti – esprimono la loro riconoscenza, ma lo sono pure per l’oratorio tutto, grazie al posto che la Chiesa Nuova ha nel cuore di ogni figlio di san Filippo.
L’interno della chiesa di Santa Maria 
in Vallicella, affidata alla Congregazione dell’Oratorio da Gregorio XIII

L’interno della chiesa di Santa Maria in Vallicella, affidata alla Congregazione dell’Oratorio da Gregorio XIII

Posso, infatti, testimoniare che non c’è Casa dell’oratorio, nelle diverse nazioni, in cui non abbia trovato qualche confratello che mi chiede: “E padre Peppino? Come sta?”».
Cari Amici, pensare a padre Peppino e ricordare la sua presenza alla Chiesa Nuova è percorrere la storia di quasi un secolo di vita vallicelliana, con gli avvenimenti che l’hanno caratterizzata e le tante persone che egli ha qui incontrato e con le quali ha condiviso il cammino: persone grandi che hanno impresso talora un’orma significativa nella storia d’Italia e della Chiesa universale; e persone umili il cui ricordo rimane solo nel suo cuore di prete.
La Chiesa Nuova, la parrocchia, l’oratorio secolare, la comunità dei Padri di Roma devono moltissimo alla presenza operosa di padre Peppino. La sua umanità, ricca di spiritualità filippina, è sotto gli occhi dell’Urbe, ma rimane stampata nel cuore anche dei tanti che lo hanno incontrato giungendovi da varie nazioni, e ne conservano un ricordo incancellabile.
È stata una grande gioia, qualche anno fa, vedere sulla rivista 30Giorni il servizio dedicato da Paolo Mattei a Santa Maria in Vallicella. Vi si legge: «Padre Peppino lo conoscono tutti da queste parti. È il viceparroco. Egli ride di cuore se si fa cenno al suo eterno ruolo di “vice”, l’acme di una “carriera” ecclesiastica iniziata più di sessant’anni fa, dopo gli studi a Propaganda Fide, dove ebbe come insegnante di archeologia cristiana Giulio Belvederi e tra i compagni di scuola Raphaël Bidawid, che diventerà patriarca di Babilonia dei Caldei. Alla Chiesa Nuova ha tirato su intere generazioni col catechismo per la prima comunione. Ha confessato chissà quanta gente. Gli sono passate davanti agli occhi tutte le trasformazioni di una città e del suo popolo, fatto di generone e di poveracci, di sopravvissuti alla guerra e di figli della televisione, di “statali di ottavo grado ma vicini a zompà ner settimo”, come racconta Gadda nel Pasticciaccio brutto di via Merulana, e di funambolici pattinatori su skateboard. Sta qui praticamente da sempre».
Chiudendo il suo articolo Paolo Mattei cita le parole di padre Peppino: «Un po’ dello spirito di Filippo qui è rimasto». In questo momento dell’estremo saluto terreno desideriamo dargli atto, amici, che quello «spirito di Filippo che è rimasto», in lui è stato vivissimo e che la sua presenza alla Chiesa Nuova oggi come ieri, continua a essere per tutti noi ciò che Gadda diceva: un «nun socché, un quarche cosa che rissomija a la felicità».
Sia lodato Gesù Cristo.


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