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SACRO COLLEGIO
tratto dal n. 05 - 2008

«Erano tutti contentissimi»


Il cardinale Bernardin Gantin, decano emerito del Sacro Collegio, ricorda la gioia dei cardinali dopo l’elezione di papa Luciani


Intervista rilasciata a 30Giorni nell’agosto/settembre 2003 di Gianni Cardinale


«L’ho detto già molte volte e non lo dirò mai abbastanza: Paolo VI riempie il mio ricordo e il mio cuore di vescovo e di africano. Con tanto rispetto e affetto lo chiamiamo “papa Paolo VI l’africano”: è stato il primo successore di Pietro che ha messo piede nel nostro continente. Lo ha fatto nell’estate del 1969 consegnandoci un grande messaggio: è arrivata l’ora in cui voi potete e dovete fare un cristianesimo africano, la responsabilità è vostra. Quindi per noi africani la sua morte fu una immensa ferita». Il cardinale Bernardin Gantin, 81 anni, è sempre commosso quando ricorda la figura di Paolo VI. E anche quando rievoca quella di Giovanni Paolo I. Nel 1978 era cardinale da un anno e ricopriva incarichi nella Curia romana da sette, dopo che dal 1956 era stato ausiliare e dal 1960 arcivescovo di Cotonou, nel natìo Benin. Successivamente, dal 1984 al 1998 sarebbe stato prefetto della Congregazione per i vescovi. Dal 1993 al novembre 2002 è stato decano del Sacro Collegio. Attualmente [agosto 2003] è decano emerito ed è tornato a vivere nella sua Africa. Per ricordare quell’estate del 1978, 30Giorni lo ha raggiunto telefonicamente a Parigi, dove si trova per un breve periodo di convalescenza.

Il cardinale Gantin in udienza con Giovanni Paolo I, il 28 settembre 1978

Il cardinale Gantin in udienza con Giovanni Paolo I, il 28 settembre 1978

Cosa ricorda del 6 agosto 1978, quando papa Montini spirò?
BERNARDIN GANTIN: Ero in viaggio per la Nuova Caledonia dove avrei dovuto celebrare la solennità dell’Assunta, il 15 agosto. Mi trovavo a Wellington, in Nuova Zelanda, quando la mattina il nunzio Angelo Acerbi mi diede la terribile notizia. Non le dico lo sconvolgimento del mio cuore. Si sapeva che era affaticato, ma non fino a questo punto… Annullai subito il resto del viaggio. Insieme al nunzio e all’allora cardinale Reginald J. Delargey, mi recai dal primo ministro a comunicargli ufficialmente la morte del Papa. Non dimenticherò mai, mai, le parole di questo uomo, un non cattolico, che poco tempo prima era stato ricevuto in udienza da Montini: «Paolo VI è morto ma non dimenticherò mai la mia ultima visita in Vaticano, risento ancora nelle mie mani il calore del cuore del Papa». Che bello!
Quindi tornò a Roma?
GANTIN: Subito. Ricordo che all’aeroporto di Fiumicino un nugolo di giornalisti accoglievano tutti i cardinali che arrivavano da tutto il mondo. Uno di loro prese la mia valigia e cominciò a tempestarmi di domande, chiedendomi anche per chi avrei votato al conclave! Ovviamente risposi che non lo sapevo e che se anche lo avessi saputo non l’avrei certo detto a loro…
Nell’Urbe partecipò ai funerali di Montini…
GANTIN: Fu per me un momento di trepidazione, di grande preghiera, di commozione, di comunione col mio popolo africano: Paolo VI nel 1971 mi aveva fatto l’onore di chiamarmi a collaborare con lui nel governo della Chiesa universale.
Cosa può dire di quel primo conclave del 1978?
GANTIN: Faceva caldissimo. Soprattutto negli alloggi del Palazzo Apostolico. All’epoca non c’era la bellissima Domus Sanctae Marthae attrezzata appositamente per questa evenienza. Ci riunimmo con timore e tremore. Ma lo Spirito Santo non volle tardare nel darci un successore di Paolo VI, nel donarci questo santo Pontefice che veniva da Venezia, il quale avrebbe detto al suo autista prima di entrare in conclave: “La nostra macchina non va, portala ad aggiustare, così appena è finito torniamo subito a casa”. Invece non ci sarebbe più tornato. Dorme ancora nella Basilica di San Pietro.
Aveva già conosciuto Luciani da patriarca di Venezia?
GANTIN: Non intimamente. L’avevo incontrato a Venezia per una riunione di carattere ecumenico. Era un uomo molto affabile, semplice, umile. Ricordo che aveva voluto ospitare a pranzo tutti i partecipanti anche se eravamo molti e quindi stemmo piuttosto stretti a tavola... In quella occasione ho saputo che aveva visitato l’Africa, il Burundi.
Subito dopo l’elezione scambiò qualche parola con lui?
GANTIN: Ci fu una cena con tutti i cardinali e lui passò a salutarci tavolo per tavolo. Non ricordo chi erano i miei tre o quattro commensali, ma rammento che erano tutti contentissimi.
Lei è stato l’unico a ricevere una nomina curiale da Giovanni Paolo I nel suo breve pontificato. Papa Luciani, infatti, il 4 settembre da propresidente la nominò presidente del Pontificio Consiglio «Cor unum». Non solo, Giovanni Paolo I la ricevette in udienza nell’ultimo giorno del suo pontificato, il 28 settembre.
GANTIN: Sì, è stata l’ultima udienza concessa ad un capo di dicastero. Eravamo in quattro: il Papa, io, il segretario di «Iustitia et Pax», il gesuita Roger Heckel, e quello del «Cor unum», il domenicano Henri de Riedmatten. Gli altri tre sono tutti scomparsi, solo il sottoscritto è superstite di quella udienza. Ricordo che in quell’occasione Luciani mi disse che prima di venire a Roma per il conclave aveva promesso di andare a Piombino Dese, paese della diocesi di Treviso, a visitare la parrocchia guidata da don Aldo Roma. Impossibilitato a mantenere questa promessa, mi chiese di andare al suo posto. Lo feci e da lì è nato un legame forte tra me e Piombino Dese, di cui sono cittadino onorario. Un legame in memoria di questo Papa che ci ha fatto incontrare.
Come seppe della morte di Giovanni Paolo I?
GANTIN: Lo venni a sapere in modo un po’ paradossale. Pur essendo un ecclesiastico del Vaticano lo seppi da fuori Italia. Erano circa le sei e trenta di mattina del 29 settembre, mi stavo preparando per andare a celebrare la messa, quando un mio amico mi chiamò dalla Svizzera per dirmi che il Papa era morto. Rimasi senza parole. Ma come, è morto il Papa che mi ha ricevuto ieri mattina…
Lei come lo aveva trovato in quella udienza?
GANTIN: Molto bene. Fu lui a spostare le sedie affinché potessimo fare una fotografia in cui si vedessero tutti i presenti. Conservo ancora quella foto come una delle cose più preziose. Nessuno poteva immaginare che poche ore dopo lui sarebbe andato nell’Eternità, presso il Signore.
Quindi partecipò al secondo conclave di quel 1978. I libri che ne parlano riportano una frase che lei avrebbe pronunciato in quell’occasione: «I cardinali sono sconvolti e cercano il da farsi nel buio»…
GANTIN: Eravamo sconvolti per la morte di Giovanni Paolo I. Erano momenti di grande sconforto, ci sentivamo orfani, addoloratissimi. Ma non senza speranza. Lo Spirito Santo che ci aveva assistito non poteva abbandonarci.
La Congregazione delle Cause dei santi ha dato il nulla osta per il processo di beatificazione di papa Luciani…
GANTIN: Non sono più a Roma. Non posso pronunciarmi, anche perché ero membro di questa venerata Congregazione. L’iter in questi casi è molto lento e prudente. Ma se dovessi esprimere il mio pensiero ricorderei che Luciani è stato un uomo che merita di essere proposto come modello ed esempio di adesione totale alla volontà di Dio. Anche se nel cuore questa obbedienza al Signore produce dolore, e un senso di piccolezza e di debolezza di fronte alle grandi responsabilità cui si può essere chiamati.
Quale può essere il significato di un pontificato breve come quello di Giovanni Paolo I?
GANTIN: È il Signore che dispone tutto. Gli uomini propongono e la Provvidenza dispone. Certamente non è stato senza senso per il presente e per il futuro. La brevità non impedisce la fecondità. Questa per me è una grande lezione: lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, non dal nostro pensiero e dal nostro sentire personale.


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