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I MATRIMONI ISLAMO-CRISTIANI
tratto dal n. 08 - 2008

Inchiesta

Tra rispetto e prudenza


Il numero dei matrimoni islamo-cristianiè ancora marginale. Eppure è un fenomeno che preoccupa. Come si comporta oggi la Chiesa


di Gianni Valente



Quando si sono sposati, tredici anni fa, l’ex femminista romana Valentina e il pachistano di casta alta Ahmad ancora non lo sapevano. Non sapevano che il loro matrimonio li avrebbe resi membri ipso facto di una categoria demografica che negli anni a venire avrebbe catalizzato interessi e apprensioni di sociologi e monsignori, politici angustiati del futuro dell’Occidente e giornalisti a caccia di nuovi allarmi sociali. Da allora, la “coppia islamo-cristiana” di Roma – Quartiere Africano – si è trovata sempre più spesso a dover rendere conto a conoscenti ed estranei di quanto il loro vissuto concreto di coppia medioborghese “anomala” assomigli a quello di tanti altri coniugi “normali”: matrimonio civile in comune, due figli con cognome pachistano e nomi cristiani («i miei due piccoli talebani», scherza Ahmad) che quest’anno a scuola hanno seguito l’ora di religione («perché non si può vivere in Italia senza sapere cos’è il cristianesimo») ma non sono battezzati né circoncisi, «perché decideranno loro, quando saranno più grandi: e chissà, cosa ci chiederanno». Intanto, sulla libreria, la Bibbia staziona accanto al Corano. «Ma non ci sentivamo così speciali per questo», butta lì Valentina en passant, «fino a quando, dopo l’11 settembre, per molti siamo diventati un caso strano».
Da quel tempo, anche i matrimoni tra italiani e stranieri di religione musulmana sono entrati nel mirino di chi paventa le derive della società multietnica, o li descrive addirittura come cavalli di Troia per l’islamizzazione strisciante dell’Occidente. E per dare più forza all’allarme, di solito si gonfiano i numeri.

L’invasione che non c’è
Leggende mediatiche riprese di giornale in giornale raccontano di 10mila italiani che già si sarebbero convertiti formalmente all’islam per via matrimoniale. In realtà, non esistono monitoraggi ad hoc in grado di quantificare in maniera attendibile le unioni coniugali tra cattolici e islamici in Italia. Ma tutti gli indicatori e le proiezioni ipotizzabili sulla base dei dati disponibili – a partire dai rapporti dell’Istat – convergono nel confermare l’esiguità quantitativa del fenomeno.
Il dato generale dei matrimoni misti tra italiani e stranieri conosce un incremento esponenziale, collegato ai fenomeni d’immigrazione massiccia dell’ultimo decennio. Ma tutti gli studi del fenomeno prendono atto che il maggior contributo all’impennata dei cosiddetti “matrimoni misti” lo danno gli italiani e le italiane che si sposano con immigrati provenienti dall’Europa dell’Est. Mentre il fenomeno dei cosiddetti “matrimoni con disparità di culto” – tra battezzati e appartenenti ad altre religioni – rimane relativamente marginale.
Se si prendono i dati Istat più recenti, pubblicati a fine maggio e relativi all’anno 2006, si evince che in Italia sono state celebrate circa 24mila nozze con almeno un coniuge straniero, pari al 9,8 per cento dei nuovi matrimoni registrati nel Paese (246mila). Nel 1995 i matrimoni con almeno un coniuge straniero non raggiungevano il 5 per cento del totale. Ma a tale generale progressione i matrimoni di italiani con coniugi presumibilmente musulmani (perché provenienti da Paesi a maggioranza islamica) partecipano con una quota esigua. Sempre nell’anno 2006, su oltre 19mila matrimoni celebrati tra un italiano e una sposa straniera, 716 di esse provenivano dall’Albania e 500 dal Marocco. Su quasi 5mila matrimoni tra uomini stranieri e donne italiane, il numero dei coniugi provenienti da Paesi a maggioranza islamica (Marocco, Albania, Tunisia e Egitto) era relativamente più significativo (1.722, pari al 34,5 per cento del totale). Altro dato eloquente: i matrimoni misti sono celebrati prevalentemente con rito civile, qualunque sia la tipologia della coppia considerata. Nel 2005, il 79 per cento delle italiane che hanno sposato uno straniero e l’88 per cento degli italiani che hanno sposato una straniera hanno scelto il rito civile: percentuali molto più elevate di quelle registrate tra le coppie italiane, dove i matrimoni civili in quello stesso anno non hanno superato il 25 per cento del totale dei matrimoni. Nelle coppie in cui un coniuge è di religione islamica, questa scelta preferenziale della celebrazione esclusivamente civile è ancora più accentuata, come è emerso dai riscontri effettuati dall’analista dell’Istat Federico Di Leo sui dati relativi agli anni 1992-1997. La conseguenza è che i matrimoni celebrati in chiesa, con dispensa canonica, tra musulmani e cattolici in Italia sono davvero pochi. Secondo i monitoraggi più significativi, realizzati dal Centro ambrosiano di documentazione per le religioni, nel periodo 1995-98 essi non superavano i cento ogni anno.

«Un problema di speciale rilievo»
I vescovi italiani, a dire il vero, non avevano aspettato l’attacco alle Torri gemelle. Già nel gennaio 2000 il Consiglio permanente della Cei aveva chiesto di elaborare «orientamenti comuni dei vescovi sulla delicata questione dei matrimoni tra cattolici e musulmani», visto che già allora per il parlamentino episcopale la celebrazione del matrimonio tra una parte cattolica e una musulmana rappresentava un «problema di speciale rilievo per la Chiesa in Italia». Sull’onda dell’allarme montante, perfino l’attendibilissima Civiltà Cattolica aveva perso la tradizionale scrupolosità: in un articolo dell’aprile 2000, l’autorevole rivista dei Gesuiti italiani aveva accreditato la cifra esorbitante di 12mila matrimoni islamo-cristiani celebrati ogni anno nel Bel Paese (nel settembre dello stesso anno, al Congresso nazionale di Diritto canonico dedicato ai matrimoni tra cattolici e islamici, le complesse statistiche elaborate dal citato analista Di Leo indicavano come inferiore a 20mila il dato – in continuo movimento – delle coppie islamo-cristiane già stabilmente formate in tutta Italia).
La «riflessione» promossa dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana è culminata in un documento di «indicazioni» riguardo ai matrimoni tra cattolici e musulmani in Italia, pubblicato sotto il patrocinio diretto della presidenza Cei nella primavera del 2005. «Le implicanze esistenziali ed ecclesiali di questa problematica» scriveva nella presentazione il cardinale Camillo Ruini, a quel tempo presidente dei vescovi italiani, «suggeriscono prudenza e fermezza e richiedono una riaffermata consapevolezza dell’identità cristiana e della visione cattolica sul matrimonio e la famiglia». Il documento targato Cei invitava a «sconsigliare o comunque a non incoraggiare tali matrimoni, secondo una linea di pensiero significativamente condivisa anche dai musulmani». A giustificare tale indirizzo guardingo si stilava una lunga teoria di argomenti non omogenei, che comprendeva tra l’altro: «La fragilità intrinseca di tali unioni, i delicati problemi concernenti l’esercizio adulto e responsabile della propria fede cattolica da parte del coniuge battezzato e l’educazione religiosa dei figli, le interferenze dell’ambiente familiare d’origine, la differente visione del ruolo della donna, la diversa concezione dell’istituto matrimoniale, dei diritti e dei doveri reciproci dei coniugi, della patria potestà e degli aspetti patrimoniali ed ereditari». Ma poi, sul piano concreto, le indicazioni pratiche si esaurivano nel richiamo ai parroci a “marcare” più da vicino le coppie islamo-cristiane che si rivolgono alle parrocchie e alle curie diocesane chiedendo la dispensa per poter celebrare il matrimonio in chiesa nella forma canonica (e che sono, come si è visto, pochi casi eccezionali all’interno del fenomeno). Una vigilanza da esercitare con interrogatori e conversazioni miranti a verificare le reali disposizioni degli sposi promessi e ad «accrescere nei fidanzati la consapevolezza» circa le delicate implicazioni della loro scelta. Fino a prospettare loro l’opportunità di optare per il matrimonio esclusivamente civile, come di fatto avviene per la stragrande maggioranza delle coppie islamo-cristiane: «Qualora i due insistano sulla volontà di sposarsi», si legge infatti nel paragrafo 21 del vademecum emesso dalla presidenza Cei, «potrebbe essere pastoralmente preferibile tollerare la prospettiva del matrimonio civile, piuttosto che concedere la dispensa, ponendo la parte cattolica in una situazione matrimoniale irreversibile».

Cose già viste
Il documento Cei del 2005 paga il suo tributo allo spirito del tempo e agli allarmi sociali da esso enfatizzati. Ma non modifica le norme e i criteri con cui la Chiesa affronta il fenomeno, definiti nel Codice di Diritto canonico. E proprio nell’indicazione di suggerire alle coppie islamo-cristiane la via del matrimonio civile come «pastoralmente preferibile» si ritrovano la flessibilità e l’apertura con cui la Chiesa ha spesso trattato questa delicata materia, avendo come criterio la salvezza delle anime e rimanendo aperta a tutta la varietà delle umane vicende e condizioni.
Tutta la legislazione canonica, con progressivi aggiustamenti, ha ordinariamente proibito sia i matrimoni misti con cristiani non cattolici, sia quelli con disparità di culto – tra un battezzato e un non battezzato appartenente ad altre religioni –, stabilendo spesso le stesse norme proibitive e le stesse condizioni di dispensa per entrambe le fattispecie matrimoniali. L’intento di tali proibizioni è sempre stato quello di proteggere i figli della Chiesa da una condizione che comportava il pericolo di non perseverare nella fede cattolica, o come minimo la difficoltà ad assolvere alle ordinarie pratiche della vita cristiana e a educare i figli nella stessa fede. Per secoli, la condizione posta dalla Chiesa per benedire tali nozze è stata la «conversione dell’eretico o del pagano», e l’assicurazione di far battezzare i figli e di farli crescere nella fede cattolica. Ma già nell’Europa degli scontri tra protestanti e cattolici e delle guerre di religione, le situazioni particolari “costringono” l’autorità pontificia a essere sempre più tollerante, nei casi concreti, davanti al fenomeno inevitabile dei matrimoni misti. A tale maggior tolleranza contribuiscono anche i matrimoni tra reali di confessione diversa, per i quali l’autorità ecclesiastica concede dispense richiamandosi alle «cause urgenti e gravissime» che concernono il bene pubblico e la libertas Ecclesiae nel rapporto con gli Stati. Nella stessa direzione accomodante spinge il pressing delle legislazioni civili in campo matrimoniale. Nel 1762, ad esempio, è il governo belga a esigere la tolleranza della Chiesa verso i matrimoni misti e a richiedere ai preti cattolici di assistere alla loro celebrazione, anche senza la concessione della dispensa. Il punto d’arrivo di questo percorso è il Codice di Diritto canonico del 1917, che non impone più come condizione per concedere la dispensa la conversione del non cattolico, ma introduce al canone 1061 le «cauzioni» che questi deve sottoscrivere e impegnarsi a rispettare: eliminare il pericolo che la parte cattolica abbandoni la propria fede, acconsentire che i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica.
Nella prima metà del secolo scorso, la prassi del Sant’Uffizio nella soluzione di alcuni casi particolari in terra di missione apre la via a un ulteriore ammorbidimento delle regole canoniche in materia. Nel 1938, ad esempio, il vicario apostolico delle Isole della Sonda chiede a Roma se un neofita può unirsi in matrimonio con dispensa a un coniuge pagano, anche quando per la pressione sociale non può in coscienza assicurare l’educazione cattolica della prole: Affirmative, è la risposta del Sant’Uffizio, che aggiunge una nota esplicativa dove si afferma con senso pastorale che in molti casi il non sposarsi porterebbe a gravi conseguenze «cum notabili salutis eternae periculo». Lo stesso anno, a spianare ancor più la strada arriva un’altra risposta del dicastero dottrinale ai vescovi giapponesi, che chiedevano se potevano essere celebrati matrimoni di cattolici con pagani che non garantivano le “cauzioni” richieste dal Codice. In questo caso, il Sant’Uffizio pone come unica condizione essenziale che la «pars catholica» sia sinceramente disposta («sincere parata») a fare tutto ciò che è in suo potere per garantire il battesimo e l’educazione cattolica dei figli. Ma nessuno è tenuto all’impossibile. Una constatazione che sarà pienamente recepita dal Codice di Diritto canonico del 1983. In esso si dice che per ottenere la dispensa il coniuge cattolico deve dichiarare di essere pronto «a evitare il pericolo di abbandonare la fede cattolica». E «promettere di fare quanto è in suo potere perché tutti i figli siano battezzati ed educati alla fede cattolica». Mentre al coniuge non cristiano non viene richiesta alcuna sottoscrizione che lo vincoli a impegni equivalenti, ma solo la presa d’atto delle promesse sottoscritte dalla parte cattolica.

[© Agenzia Sintesi]

[© Agenzia Sintesi]

Cose che cambiano
C’è un concreto caso giuridico che tocca alcune coppie islamo-cristiane e che sembra confermare anche gli allarmi sull’“infiltrazione” di norme coraniche nel diritto matrimoniale così come si è andato definendo in Occidente. La Shari’a tollera che un uomo sposi una «donna del Libro» (ebrea o cristiana), garantendole in linea teorica la personale libertà religiosa. Ma una donna musulmana non può sposare un «politeista» o un «miscredente», categorie all’interno delle quali sono annoverati anche cristiani ed ebrei. Alcuni Paesi a maggioranza islamica, come il Marocco e l’Algeria, per rilasciare l’autorizzazione civile ai matrimoni delle proprie connazionali con uomini occidentali chiedono che il promesso sposo emetta davanti a due testimoni la Shahâda: la professione di fede islamica («Non c’è divinità all’infuori di Dio e Maometto è l’inviato di Dio») che agli occhi della Chiesa, se compiuta consapevolmente, costituisce un atto formale di apostasia dalla fede cattolica. Durante la scorsa legislatura, un disegno di legge bipartisan (decaduto con la fine del governo Prodi) aveva proposto la modifica dell’articolo del Codice civile che regola i matrimoni tra cittadini italiani e stranieri, con l’intento di sbarrare la strada a disparità e sudditanze «ormai giunte alle porte di casa nostra». Già ora comunque la normativa italiana consente che il matrimonio civile con una donna musulmana sia celebrato senza la dovuta documentazione e senza il “nullaosta” internazionale, in quanto la disparità di trattamento prevista dalla legislazione islamica contrasta coi principi di libertà e parità garantiti dalla laica Costituzione italiana. E nel vissuto concreto, i casi personali spesso hanno a che fare coi chiaroscuri della coscienza più che con le tavole chiare e distinte dei diritti e dei doveri. «Proprio ieri», racconta l’algerino Abdallah Tchina, imam della Casa della cultura islamica a Milano, «è venuto a trovarmi un italiano che sta per sposare un’algerina. Continuavo a chiedergli: ma non ti senti ricattato a dover fare la Shahâda? E lui mi rispondeva: sapevo che la mia scelta avrebbe comportato anche questo. Ho la libertà di fare questo passo, e lo faccio senza alcuna costrizione». Alla Casa della cultura islamica di via Padova, da anni organizzano una volta al mese incontri sul tema delle coppie islamo-cristiane: «Qualche tempo fa, abbiamo ascoltato due coniugi, marito islamico e moglie cattolica, sposati da più di vent’anni. La moglie diceva: “Non sarebbe durata, se lui non fosse stato così disposto a rinunciare a qualche cosa”. Il marito diceva lo stesso di lei. Come in ogni famiglia, bisogna parlarsi chiaro prima del matrimonio, su come sarà il futuro, su come saranno educati i figli, sulle rinunce che ognuno è disposto a fare per venirsi incontro. E se proprio non ci si mette d’accordo, la cosa finisce lì. Ognuno troverà poi la sua strada, insieme a qualcun altro». Per Omar Camilletti, giornalista e scrittore italiano convertito all’islam, le situazioni controverse e i conflitti tra i precetti coranici e il diritto matrimoniale secondo parametri occidentali troveranno la loro decantazione naturale col tempo: «A Dio piacendo», dice, «tra qualche anno sarà definitivamente emerso un islam europeo, dove nessuno dovrà rispondere delle leggi della Shari’a vigenti in altri Paesi. Nel frattempo, i matrimoni islamo-cristiani vanno “maneggiati” con cautela: non per assecondare le fobie antislamiche, ma perché, per rendere duraturo questo tipo di unioni, serve una maturità che non è di tutti: ci si scontra con arretratezze e distanze culturali – ad esempio riguardo alla condizione femminile – che di per sé non hanno niente a che vedere con l’islam». Anche secondo Barbara Ghiringhelli, responsabile del Centro ambrosiano di documentazione religiosa, un approccio prudente e flessibile, attento ai mutamenti del vissuto concreto, è quello più consono e utile anche dal punto di vista pastorale: «Chi si occupa di matrimoni islamo-cristiani sa bene quanto siano variegati i “profili” di coloro che sono coinvolti in tali unioni, e quanto le cose stiano cambiando rispetto al quadro di 10-15 anni fa. L’accoglienza di queste coppie deve tener conto di tali differenze, che sono sostanziali, se andiamo a pensare alle diverse culture familiari, ai differenti riferimenti giuridici e ai distinti islam che contraddistinguono le parti del mondo in cui tale religione è presente e da cui provengono le “parti” musulmane. Accompagnare al matrimonio una coppia in cui la parte cattolica è italiana e quella musulmana è albanese è molto diverso che accompagnare al matrimonio una coppia in cui la parte musulmana è egiziana o senegalese. E ancora, affrontare questa problematica con una persona adulta, cresciuta in un Paese islamico e poi trasferitasi in Italia, è molto differente che dialogare con un ragazzo musulmano ventenne arrivato qui magari all’età di quattordici anni». Unicuique suum.


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