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I MATRIMONI ISLAMO-CRISTIANI
tratto dal n. 08 - 2008

Inchiesta

«Che la vita familiare non diventi un campo di battaglia per motivi religiosi»


Intervista con José María Serrano Ruiz, canonista, presidente della Corte d’appello della Città del Vaticano


Intervista con José María Serrano Ruiz di Gianni Valente


[© Corbis]

[© Corbis]

José María Serrano Ruiz è stato nominato prelato uditore della Rota Romana il 26 marzo 1970, a soli 37 anni di età. Aveva studiato Teologia all’Università Gregoriana e Diritto canonico all’Università Lateranense. Inoltre aveva tenuto corsi di Diritto romano e Prassi processuale canonica all’Università Pontificia di Salamanca e si era esercitato come giudice nella sua diocesi.
L’inizio della sua attività in Rota è stato segnato dai lavori di codificazione del nuovo Codice di Diritto canonico, approvato nel 1983.
Di lui si è detto che «ha dato un’immagine più umana e più completa del matrimonio e ha sottolineato il valore del mutuo amore dei coniugi» (G. Martina, Storia della Chiesa, vol. IV, L’età contemporanea, 1995, p. 337). Le sue sentenze costituiscono uno dei tentativi più articolati di rinnovamento della giurisprudenza rotale in materia di matrimonio.
In questi anni è stato docente dello Studio rotale, il più alto centro accademico per quanto concerne il Diritto canonico matrimoniale, nonché professore all’Università Urbaniana, all’Angelicum e al Pontificio Istituto Orientale. Attualmente è il presidente della Corte d’appello della Città del Vaticano.

Dal punto di vista canonico, come viene affrontata dalla Chiesa cattolica la questione dei matrimoni misti e dei matrimoni con disparità di culto?
José María SERRANO RUIZ: Il Canone 1086, al paragrafo 1, stabilisce che è invalido il matrimonio tra una persona battezzata all’interno della Chiesa cattolica e una non battezzata. Per essere dispensati da questo impedimento, che è detto impedimento per disparità di culto, occorre adempiere alle condizioni definite nei Canoni 1125 e 1126, che valgono anche per ottenere la dispensa per i matrimoni misti, quelli tra una persona cattolica e un’altra battezzata in una Chiesa o comunità ecclesiale non in piena comunione con la Chiesa cattolica.
Quali sono queste condizioni?
SERRANO RUIZ: La parte cattolica deve dichiararsi pronta ad allontanare i pericoli di abbandonare la fede e promettere sinceramente di fare quanto è in suo potere perché tutti i figli siano battezzati ed educati nella Chiesa cattolica. Queste promesse deve farle solo la parte cattolica, ma l’altro coniuge deve esserne tempestivamente informato. Entrambi devono mostrare di conoscere i fini e le proprietà essenziali del matrimonio, che non devono essere esclusi da nessuno dei due contraendi.
Quali sono i criteri che ispirano questi canoni?
SERRANO RUIZ: Il primo criterio è quello di proteggere la fede, in un contatto intimo, così esclusivo ed escludente quale è il matrimonio. In questo tipo di matrimoni spesso si mette da parte la differenza religiosa perché ritenuta insignificante. Il che non è ammissibile. Poi ci sono altri beni da tutelare: la libertà religiosa, che va protetta, la libertà di sposarsi, che va ugualmente protetta, e i valori naturali del matrimonio: la stabilitas, l’educazione della prole, l’armonia tra gli sposi, l’impegno della indissolubilità.
C’è stata un’evoluzione della legislazione canonica su questo argomento?
SERRANO RUIZ: Sì, e poggia su diversi argomenti, degni di attenzione. Se la Chiesa rispetta la libertà religiosa non può fare discriminazioni tra persone che praticano una religione diversa, e pertanto può ammettere che esista tra loro il diritto naturale al matrimonio. Tenendo ovviamente presente che il matrimonio è un sacramento solo se i coniugi sono entrambi battezzati. Ma un matrimonio tra un battezzato e un non battezzato, celebrato con dispensa per disparità di culto, è nondimeno un matrimonio naturale, con il quale si viene incontro allo ius connubii fondamentale della persona, e ha tutta la forza e i beni del modello naturale del matrimonio, vigenti in tutti matrimoni, anche in quelli tra i non battezzati. La Chiesa riconosce, apprezza e tutela non solo il matrimonio sacramentale, ma anche quello naturale.
A modificare l’approccio canonico hanno anche contribuito situazioni di missione, richieste pastorali.
SERRANO RUIZ: In Giappone, ma anche in Cina, c’è un fenomeno interessante: talvolta i non battezzati chiedono di potersi sposare in chiesa, solo perché trovano suggestivi gli edifici sacri e vogliono dare solennità al loro matrimonio, e la Chiesa ammette questa prassi, che ovviamente non dà alla celebrazione carattere sacramentale: è un matrimonio naturale, che si celebra in chiesa. A questi sposi la Chiesa offre una riflessione sul valore naturale del matrimonio. Chi si sposa in questo modo deve riconoscere il mondo della trascendenza, la presenza di Dio nella storia, e i valori naturali del matrimonio. Del resto, all’epoca dell’Impero romano avveniva in un certo senso il contrario: il matrimonio sacramentale non aveva fisionomia cultuale. Il matrimonio dei cristiani era un sacramento solo perché i coniugi erano battezzati, non perché c’era il prete o la cerimonia. Il matrimonio celebrato secondo le leggi romane, per i cristiani era anche un sacramento.
Lei ha avuto modo di frequentare coppie islamo-cristiane? La condizione di chi vive un matrimonio con un coniuge islamico è di per sé una condizione “a rischio”?
SERRANO RUIZ: Conoscevo una ragazza colombiana, cattolica, che oggi ha due figli e partecipa alla vita della comunità. Si era innamorata di un medico musulmano e si volevano sposare. Lui era musulmano non praticante. Volevano sposarsi in chiesa, con la dispensa per disparità di culto, e io ero disposto a sposarli. Ma al Vicariato di Roma non hanno rilasciato il permesso. Io in quella occasione credevo giusto che si prendessero tutte le garanzie e, per parte mia, ero convinto che quello poteva essere un buon matrimonio naturale. Hanno risposto facendo l’elenco di tutti i problemi cui possono andare incontro coppie di questo tipo. Ma, secondo me, queste situazioni vanno valutate caso per caso. Purtroppo, dopo, vista la risposta del Vicariato, anche il marito si è tirato indietro. Si sono sposati civilmente, e i figli vanno a scuola dai Gesuiti. Ricordo che la signora ha sofferto non poco per questa esperienza.
La parte cattolica, per ottenere la dispensa, promette di fare tutto il possibile per educare i figli nella fede cattolica.
SERRANO RUIZ: Insieme all’educazione dei figli ci sono altri beni di cui tener conto. I figli devono crescere in un ambiente armonico, altrimenti si corre il rischio di inseguire un’idea teorica di educazione, di cui poi loro stessi non avranno la testimonianza tra le mura di casa. Se la vita familiare diventa un campo di battaglia per motivi religiosi, questo non fa bene ai figli. Bisogna aiutare le persone che si trovano in queste situazioni, perché se la vita familiare diventa una lotta, anche la professione della fede assume una rigidità innaturale, da muro contro muro. Bisogna impegnarci nel trovare i beni che uniscono, e poi, nel vissuto concreto, le cose vanno valutate caso per caso.
I sacerdoti e i vescovi arrivano a consigliare il matrimonio civile. L’imam italiano Yahya Pallavicini, nel suo libro Dentro la moschea, considera questa prassi un indizio della chiusura della Chiesa verso i musulmani.
SERRANO RUIZ: Immagino che i vescovi ammettono questa prassi anche per far sì che un eventuale successivo matrimonio canonico abbia più garanzie. Se si contrae un matrimonio canonico con la dispensa per disparità di culto, quel matrimonio naturale – che pure non è un sacramento – è “protetto” integralmente soltanto dalla Chiesa. C’è poi da dire che questa prassi non è consentita in molti Paesi mediorientali, dove non è previsto il matrimonio civile.
Ma non c’è anche un elemento di saggezza pastorale?
SERRANO RUIZ: La Chiesa, dal suo punto di vista, non dirà mai che quel matrimonio civile è un matrimonio, perché la parte cattolica è sempre tenuta al matrimonio canonico. Il matrimonio civile è comunque una scelta che può favorire vincoli di unione, di coesione, di autenticità familiare, e che dunque ha una sua ragione d’essere e funzioni da compiere.


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