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PIO XII
tratto dal n. 09 - 2008

A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE DI PAPA PIO XII

Pio XII: il Papa più citato nel Concilio Vaticano II


Il cardinale Siri, nell’Aula sinodale in Vaticano, alla presenza di Giovanni Paolo II, l’8 ottobre 1983, affermò: «Se si studiano gli indici del Vaticano II, si può agevolmente rilevare che, dopo quelle tratte dalla Sacra Scrittura, le citazioni più numerose sono quelle ricavate dagli scritti di questo Pontefice»


del cardinale Fiorenzo Angelini


Il tema sul quale sono stato invitato a condividere alcune riflessioni può essere affrontato sotto diversi aspetti: tanti quanti sono stati i temi e i problemi che il Concilio ha esaminato e sui quali si è pronunciato. Mi limiterò, tuttavia, a richiamare l’attenzione su due soltanto di questi aspetti: l’uno, che direi storico; l’altro che chiamerei teologico-spirituale.
L’aspetto storico attiene allo stretto rapporto tra l’evento del Concilio Vaticano II e il contributo dato da Pio XII alla sua preparazione; l’aspetto teologico-spirituale mette in luce, a mio giudizio, come nel suo impegno finalisticamente indirizzato alla celebrazione del Concilio, Pio XII abbia offerto un’ulteriore prova della sua figura non soltanto di grande pontefice, ma di uomo di Dio, di santo pontefice.
Lo stretto rapporto tra i due aspetti è confermato dal fatto che fu lo stesso Paolo VI, a Concilio aperto, a dare inizio alla causa di beatificazione e canonizzazione di Pio XII.

Eugenio Pacelli, nato a Roma il 2 marzo 1876, eletto Papa il 2 marzo del 1939 col nome di Pio XII, morto a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958

Eugenio Pacelli, nato a Roma il 2 marzo 1876, eletto Papa il 2 marzo del 1939 col nome di Pio XII, morto a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958

Il contributo di Pio XII alla preparazione del Concilio Vaticano II
Potrei iniziare e concludere questo mio intervento sul tema “Pio XII e il Concilio Vaticano II” limitandomi a riportare una affermazione del cardinale Giuseppe Siri, pronunciata nell’Aula sinodale in Vaticano, alla presenza di Giovanni Paolo II, l’8 ottobre 1983, nel venticinquesimo anniversario della morte di papa Pacelli. Disse l’allora arcivescovo di Genova: «Se si studiano gli indici del Vaticano II, si può agevolmente rilevare che, dopo quelle tratte dalla Sacra Scrittura, le citazioni più numerose sono quelle ricavate dagli scritti di questo Pontefice»1.
In realtà, mentre giustamente si considerano la convocazione e la celebrazione del Concilio ecumenico Vaticano II come una felice e straordinaria iniziativa per il rinnovamento della vita della Chiesa del nostro tempo da parte di Giovanni XXIII, troppo spesso si ignora o si tralascia di sottolineare che il Concilio Vaticano II fu attentamente e diligentemente preparato da Pio XII sin dall’indomani della sua elezione. Ecco perché gli stessi documenti definitivi del Concilio contengono 201 citazioni o riferimenti a 92 atti del magistero del suo pontificato2. Nella sola costituzione dogmatica Lumen gentium si contano 58 citazioni che rinviano al magistero di Pio XII.
Il compianto e carissimo amico padre Giovanni Caprile s.i., nella sua monumentale opera dedicata al Concilio Vaticano II, scrive che «anche sotto il pontificato di Pio XII riaffiorò l’idea di convocare un Concilio, e si compirono diversi passi nella preparazione di esso»3. Di questi passi il padre Caprile cita i documenti, alcuni dei quali, in quel momento, del tutto inediti4.
Per me che ho partecipato a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II, dopo che sotto il pontificato di Pio XII ebbi l’onore e la responsabilità di svolgere compiti che mi portarono ad avere contatti con lui, il legame tra il magistero di Pio XII e i documenti approvati dal Concilio Vaticano II è sempre parso fuori discussione, a conferma di una chiara continuità magisteriale.
Lo ribadì anche Giovanni Paolo II nel quarantesimo anniversario dell’elezione a pontefice di Pio XII. Infatti, all’Angelus del 18 marzo 1979, ricordando il suo predecessore, disse: «In questo quarantesimo anniversario dall’inizio di quel significativo pontificato, non possiamo dimenticare quanto Pio XII contribuì alla preparazione teologica del Concilio Vaticano II, soprattutto per quanto riguarda la dottrina circa la Chiesa, le prime riforme liturgiche, il nuovo impulso dato agli studi biblici, la grande attenzione ai problemi del mondo contemporaneo»5.
A parte, infatti, i riferimenti sopra ricordati, l’esemplificazione è ridondante ed è estendibile a molti altri documenti conciliari.
È abbastanza consueto, per esempio, parlare della costituzione pastorale Gaudium et spes come del documento conciliare più aperto al dialogo con il mondo contemporaneo. Si ignora o si dimentica che già nel 1950 era pronto il testo di una Concilii oecumenici declaratio authentica, che deve considerarsi un documento precursore dei contenuti del futuro schema 13 approdato alla Gaudium et spes6.
È sufficiente leggerlo per rendersene conto7. Peraltro, quanto ad attenzione verso temi e problemi della società contemporanea, Pio XII, con particolari iniziative, valorizzò la Pontificia Accademia delle Scienze, fondata il 28 ottobre 1936 da Pio XI. Essa costituisce l’unica Accademia di scienze a carattere sovranazionale e a classe unica esistente nel mondo. Gli accademici pontifici sono scelti senza discriminazione fra gli insigni studiosi di scienze matematiche e sperimentali di ogni Paese. E tra essi, anche ai tempi di Pio XII, vi erano illustri studiosi ebrei.
Nel suo magistero, Pio XII volle eliminare affermazioni di incompatibilità tra la fede e la scienza. Non si tenne congresso scientifico di alto e altissimo livello al quale egli non abbia dedicato un discorso perfettamente informato, illuminante al punto di meravigliare gli illustri esponenti della scienza. Discorsi che scriveva personalmente e che preparava cominciando per alcuni, come quelli per il Santo Natale, anche mesi prima, dopo aver chiesto che gli fossero fornite la bibliografia e tutte le informazioni più aggiornate sulla materia da trattare. A volte, quando doveva affrontare argomenti attinenti, ad esempio, alla medicina, alla fisica, all’astronomia e ad altre tematiche di carattere altamente scientifico, redatto il discorso, invitava una persona di sua fiducia, maestro nella materia trattata, e la pregava di trattenersi in una stanza attigua al suo studio per esaminare e correggere il testo da lui preparato e si dispiaceva se non venivano apportate delle correzioni. Personalmente ho potuto toccare con mano queste particolari circostanze.
Quando, all’indomani della sua scomparsa, raccolsi e pubblicai in volume i Discorsi ai medici di Pio XII8, fu da ogni parte riconosciuto che il Papa aveva affrontato con scrupolosa diligenza, grande saggezza, e acuto senso di anticipazione dei tempi i più gravi problemi attinenti alla medicina e alla morale.
I Discorsi ai medici di Pio XII sono un vero e proprio manuale, che si confermò, per me e i miei collaboratori, fondamentale al momento di redigere, trent’anni più tardi, la prima Carta degli Operatori sanitari9.
La Basilica di San Pietro durante il Concilio ecumenico Vaticano II

La Basilica di San Pietro durante il Concilio ecumenico Vaticano II

Sebbene temi come l’anestesiologia, la chirurgia dei trapianti, la regolazione lecita delle nascite, l’eutanasia e la stessa ingegneria genetica non avessero intorno agli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento la risonanza di oggi, i principi morali dettati da Pio XII al riguardo restano insuperati10.
Si riconosce giustamente, perciò, che con la Humani generis11 Pio XII gettò un ponte di straordinaria efficacia per l’incontro tra scienza e fede. Tale enciclica, infatti, non soltanto spaziò contro gravi errori, ma rappresentò una forte affermazione di rispetto pieno non solo per la luce che la verità attinge dalla Rivelazione, ma anche per l’apporto insostituibile della ragione umana12. Come ha scritto il cardinale Siri, «l’enciclica Humani generis rappresenta una “Summa” che deve essere tenuta presente”: una “Summa” che fece dire a Giovanni XXIII che “Pio XII aveva compiuto, nel suo pontificato, un’enciclopedia teologica”».
Anche sensibilità e problematiche sociali affrontate dalla Gaudium et spes avevano trovato puntuale riscontro nel magistero e nel ministero di Pio XII.
Sul dovere dei cristiani di impegnarsi per la soluzione della questione sociale, Pio XII aveva parlato sin dagli inizi del suo pontificato, nel Radiomessaggio del 1° giugno 1941 in commemorazione del cinquantesimo anniversario della pubblicazione della Rerum novarum di Leone XIII13.
Non mi soffermo sulle Acli, le quali, a partire dal primo incontro che ebbero con Pio XII l’11 marzo 1945 fino all’indimenticabile 1° maggio 1955 in piazza San Pietro, trovarono nel Papa una guida forte e vigile, sollecita soprattutto di una solida formazione dell’operaio cattolico14.
Mi limito, invece, sempre in tema di sensibilità di Pio XII per i problemi sociali, a ricordare due particolari15.
Nel corso della costruzione della chiesa e delle strutture parrocchiali di San Leone Magno a Roma, nel 1952, ci fu comunicato il desiderio del Papa di incontrare le maestranze impegnate nell’opera. Volle riceverci in Vaticano il 12 marzo 1952, anniversario della sua incoronazione a pontefice, e la conferma dell’udienza ci colse impreparati. Giungemmo quasi con affanno nella Sala del Trono: gli operai erano nei loro abiti di lavoro, polverosi e rappezzati, con in testa i cappelli ricavati da giornali. Il Papa fu di una straordinaria affabilità, confondendosi in mezzo agli operai e dialogando con tutti16.
Ma, a proposito della sensibilità sociale di Pio XII, voglio ricordare anche un altro particolare. La lettera pastorale collettiva pubblicata nel 1962 dall’episcopato cileno, Il dovere sociale e politico nell’ora presente, recava come testo base queste parole di Pio XII: «La pace non ha niente in comune con l’aggrapparsi duramente e ostinatamente, con tenace e infantile caparbietà, a quanto più non esiste… Per un cristiano consapevole della propria responsabilità anche verso il più piccolo dei suoi fratelli, non esiste né la tranquillità indolente né la fuga, bensì la lotta, il lavoro contro ogni inattività e diserzione, nella grande contesa spirituale che vede messa in pericolo la costruzione, anzi la stessa anima, della società futura»17.
A nessuno può sfuggire la preveggente intuizione di Pio XII sui gravi problemi che stavano emergendo nel sud del mondo. Peraltro, i suoi interventi in materia sociale occupano vasto spazio nelle raccolte dei documenti sociali dei Papi del nostro tempo18.
Quando nel 1943 venne pubblicata l’enciclica Divino afflante Spiritu19 sul rinnovamento degli studi biblici, le direttive pontificie apparvero addirittura ardite. Poiché, pochi mesi prima, il 29 giugno, il Papa aveva pubblicato l’enciclica Mystici Corporis, non mancò chi manifestò meraviglia che, nel pieno del secondo conflitto mondiale, il Papa desse tanto risalto a problemi che potevano apparire astratti. In realtà quelle due encicliche furono profetiche e a esse si richiamarono, poi, con singolare frequenza, i documenti del Concilio Vaticano II.
Per quanto attiene all’ecumenismo, come ebbe a dire il cardinale Agostino Bea, sia in riferimento all’enciclica Mystici Corporis20, sia ad altri documenti di Pio XII, «ci sarebbero da dire tante cose belle che molti forse non sospettano»21.
Un’ultima annotazione voglio riservare alla sollecitudine di Pio XII per la struttura interna della Chiesa.
Una certa abitudine invalsa a motivo di una disattenzione non encomiabile verso i meriti di Pio XII porta a ignorare, ad esempio, che fu proprio lui, dieci anni prima dell’inizio del Concilio, a volere che, anche in Italia, fosse costituita la Conferenza episcopale. Il ritardo dell’Italia in questo campo aveva molteplici motivazioni, quasi tutte riconducibili alle conseguenze della fine dello Stato pontificio e dei difficili rapporti, fino alla Conciliazione, tra la Santa Sede e lo Stato italiano.
Con lodevole iniziativa, L’Osservatore Romano, in data 20 maggio 2002, ha pubblicato come supplemento il testo della conferenza tenuta presso l’Istituto Patristico Augustinianum dal professor Andrea Riccardi sui cinquant’anni della Cei22. La ricostruzione mette in luce come sia stato proprio Pio XII a volere la costituzione della Conferenza episcopale italiana23.
Tra le più grandi innovazioni del Vaticano II si annovera la riforma liturgica. Oggi si riconosce che i suoi capisaldi furono gettati nel 1947 da Pio XII con l’enciclica Mediator Dei24. Lo stesso deve dirsi circa l’internazionalizzazione della Curia romana e del Collegio cardinalizio, e della semplificazione degli abiti dei vari gradi di prelati.
Pio XII; sullo sfondo, le prime pagine de <I>L’Osservatore Romano</I> dedicate alle encicliche <I>Mystici Corporis</I>, firmata il 29 giugno 1943, e <I>Divino afflante Spiritu</I>, firmata il 30 settembre 1943

Pio XII; sullo sfondo, le prime pagine de L’Osservatore Romano dedicate alle encicliche Mystici Corporis, firmata il 29 giugno 1943, e Divino afflante Spiritu, firmata il 30 settembre 1943

Qualcuno ha scritto che Pio XII, in un periodo in cui le vocazioni abbondavano, aveva anche previsto la crisi di vocazioni sacerdotali e religiose che sarebbe avvenuta da partire dal postconcilio. È vero. Da oltre trent’anni la Chiesa, soprattutto nei Paesi a plurisecolare tradizione cristiana, soffre di una grave crisi di vocazioni sacerdotali e alla vita consacrata. Vorrei ricordare che già nel 1950 Pio XII, con l’esortazione apostolica Menti nostrae, pur non parlando di imminente crisi di vocazioni, era andato al cuore del problema, dicendo senza mezzi termini che a garantire il fiorire di vocazioni non poteva essere il ricorso alla preghiera. In un periodo in cui i seminari minori e maggiori e i collegi religiosi ridondavano di candidati, il Papa – con grande realismo e apertura d’animo – insisteva sulla necessità «di curare in modo particolare la formazione del carattere del ragazzo, sviluppando in esso il senso di responsabilità, la capacità di giudizio, lo spirito di iniziativa». Invitava i responsabili della formazione a «ricorrere con moderazione ai mezzi coercitivi, alleggerendo, man mano che i giovani crescono di età, il sistema della rigorosa sorveglianza e delle restrizioni, avviando i giovani stessi a guidarsi da sé e a sentire la responsabilità delle proprie azioni». Infine disponeva che i candidati al sacerdozio e alla vita religiosa conseguissero i titoli di studio pubblici affinché non avesse ad accadere che la loro perseveranza fosse dovuta al timore che, abbandonando, perché non vocati, il seminario, si trovassero nella condizione ricordata dal Vangelo: «Fodere non valeo, mendicare erubesco»: «Non sono capace di lavorare la terra, ma mi vergogno di andare all’elemosina» (Lc 16, 3)25.
Queste direttive, purtroppo, furono largamente disattese; se, invece, fossero state tenute nel debito conto, forse si sarebbe evitata la dolorosa emorragia verificatasi successivamente26. Vorrei poi notare che questo documento – che avrebbe avuto l’onore di un quarto delle 48 citazioni contenute nel decreto conciliare Optatam totius, sulla formazione sacerdotale – usciva in un anno che non andrebbe ricordato soltanto per il Giubileo e la definizione dogmatica dell’Assunzione corporea di Maria al cielo, ma per alcuni eventi gravissimi che colpivano al cuore la Chiesa nell’Est europeo in via di sovietizzazione: iniziava l’era della “Chiesa del silenzio”; avveniva la soppressione dei seminari e degli istituti religiosi e l’incameramento dei loro beni; infieriva la persecuzione contro i pastori; si faceva spietata la detenzione del primate di Ungheria cardinale József Mindszenty, arrestato il 27 dicembre 1948; identica e più spietata sorte attendeva l’arcivescovo di Zagabria cardinale Alojzije Stepinac.
In Occidente prevaleva l’ottimismo della ricostruzione postbellica, ma Pio XII, nel 1952, lanciava da Roma – purtroppo anche stavolta non sufficientemente ascoltato – una missione di rinnovamento che doveva investire, partendo dal centro della cristianità, tutta la Chiesa.
Il grande Pontefice presentiva che l’ondata di laicismo, di secolarizzazione, di esasperato individualismo, di crescente edonismo e consumismo che investiva l’Occidente avrebbe colpito al suo interno anche la Chiesa.
Né va dimenticato che Pio XII comprese e valorizzò al massimo, nel suo tempo, i mezzi di comunicazione di massa. Se dalla prudenza manifestata da Pio XI con l’enciclica Vigilanti cura (29 giugno 1936) si passò alla posizione interamente a favore e costruttiva dell’enciclica Miranda prorsus (8 settembre 1957), preparando il decreto conciliare Inter mirifica, ciò si dovette soprattutto all’importanza data da Pio XII all’utilizzazione – ai fini dell’evangelizzazione – dei mezzi di comunicazione di massa.
I Radiomessaggi di Pio XII, che a partire dalla sua elezione divennero lo strumento del suo magistero universale, costituirono – negli anni della guerra – il più instancabile richiamo alla pace e, negli anni successivi, un decisivo orientamento al formarsi delle moderne democrazie. Senza dire della loro rilevanza per la guida della Chiesa e il servizio alla sua unità. Si tenga presente, infatti, che non esistevano ancora le Conferenze episcopali né si celebravano le assemblee dei Sinodi dei vescovi.

Paolo VI con il libro dei Vangeli  
durante il Concilio ecumenico Vaticano II

Paolo VI con il libro dei Vangeli durante il Concilio ecumenico Vaticano II

Il pontificato di un uomo di Dio
Vi è un dato che lega l’intera attività, tutto il magistero e il ministero di Pio XII e che spiega la sua fermezza nei confronti dell’errore, la sua carità smisurata verso i deboli, i perseguitati e i bisognosi, la sua attenzione a tutti i problemi della società moderna. Questo elemento unificatore era dato dalla consapevolezza forte e insieme sofferta della dimensione spirituale del suo pontificato.
La santità di Pio XII è ciò che di questo Pontefice non ha bisogno di essere difeso, bensì di essere conosciuto.
La figura ieratica di Pio XII era lo specchio del suo profilo interiore e spirituale. Non soltanto fu un grande uomo; fu un grande uomo di Dio.
La sua condanna degli errori che provocavano sciagure sul piano politico e sociale muoveva dal desiderio irresistibile di mettere in guardia dai pericoli dell’ateismo, convinto che, senza Dio, non può aversi né libertà né giustizia né pace. Della stessa persecuzione subita dalla Chiesa nell’Unione Sovietica e nei Paesi dell’Europa orientale lo feriva ed era motivo di indicibile sofferenza prima di tutto e soprattutto l’ateismo che l’ispirava. I suoi riferimenti al materialismo e al comunismo sono sempre accompagnati dalla qualifica di ateo.
Mi limito a un particolare che considero emblematico. Quando si parla, soprattutto da parte della grande stampa, di Giovanni XXIII, si richiama come sua distinzione innovatrice quella che egli era solito ripetere: la distinzione, cioè, tra errore ed errante: da condannare l’errore, da avvicinare, capire, perdonare l’errante. Posizione ovviamente ineccepibile. Ebbene, nel 1952, in un momento in cui lo scontro con il comunismo ateo era durissimo, Pio XII pubblicò una lettera apostolica indirizzata ai «carissimi popoli della Russia» nella quale, proprio in riferimento al comunismo ateo, ribadiva la suddetta distinzione e lo faceva, secondo il suo solito, con una chiarezza straordinaria. Dice il documento: «Come richiede la consapevolezza dei doveri del nostro ufficio, abbiamo certamente condannato e respinto gli errori sostenuti dai fautori del comunismo ateo e che essi tentano in ogni modo di diffondere con enorme danno dei cittadini e con somma creazione di divisione; quanto agli erranti, invece, non solo non li respingiamo, ma desideriamo ardentemente che essi ritornino alla verità e alla retta condotta»27.
Uomo di Dio, si nutriva della preghiera. Quando pregava, a volte restava tanto assorto da non sentire chiunque lo chiamasse e da non avvertire neppure il familiare canarino che si posava e squittiva sulle sue mani giunte. Fu, quella della preghiera, una caratteristica che lo distinse sin da giovane, come attesta un testimone non sospetto come Ernesto Buonaiuti28.
Pio XII, inoltre, fu un grande asceta. Uomo di acutissima intelligenza, di severa preparazione maturata in anni in cui ricoprì delicatissime responsabilità, egli raggiunse un equilibrio interiore che fu certamente frutto di un lungo tirocinio.
Lavoratore instancabile, si sottoponeva a una disciplina rigorosa. Si intratteneva al tavolo di lavoro fino a notte inoltrata. Le sue pause dal lavoro erano pause di preghiera. Il suo ascetismo si trasferiva nel suo parlare, nel suo gestire, nell’attenzione che sapeva prestare a tutto e a tutti e nel bisogno di conoscere, in ogni evento e situazione, la verità da difendere e l’errore da combattere.
La disciplina interiore era maturata in lui attraverso la formazione di una coscienza integerrima che si rifletteva nella serietà e proprietà del linguaggio, che aborriva qualsivoglia forma di ambiguità.
Fu asceta perché amante della penitenza nel significato spirituale e mistico del termine.
Infine, Pio XII fu un vero e grande pastore. Il gesuita padre Agostino Bea, che fu suo confessore e fu creato cardinale da Giovanni XXIII, scrisse: «Forse ci vorranno decenni, probabilmente secoli, per misurare la grandezza di Pio XII e il suo influsso sulla Chiesa e, diciamolo pure, sulla storia dell’umanità»29. Affermazione certamente iperbolica per quanto riguarda i tempi, ma chiara per esprimere la grandezza non comune del Pontefice veramente sommo, e assai indicativa per sostenere che la figura e l’opera di Pio XII sono una ricca miniera per i tesori naturali e soprannaturali contenuti.
Da grande pastore Pio XII, aprendosi con grandi encicliche, come la Humani generis, alle istanze della cultura moderna, chiuse, di fatto, la fase tormentata del movimento modernista.
Con la definizione del dogma dell’Assunzione corporea di Maria e con l’impulso dato alla pietà mariana, ridiede onore alla mariologia e al culto mariano.
Grandi personaggi che hanno avvicinato Pio XII, lo hanno paragonato a Leone Magno, a Gregorio VII, a Leone XIII. Senza dubbio egli ha contribuito, come pochi, a dare alla Chiesa un prestigio morale fortemente incrinato sin dai tempi della Rivoluzione francese e dell’affermarsi dei sistemi liberali del XIX secolo.
Non mi soffermo, poi, su Pio XII uomo della carità, intesa come anima e sostegno della giustizia. Mi limiterò a segnalare un libro, certamente non dei più diffusi, di don Primo Mazzolari che, anche sotto Pio XII, qualcuno si ostina a ritenere fosse bersaglio di incomprensioni e ostilità che si vorrebbero far risalire allo stesso Pontefice30.
Nel 1956, don Mazzolari – che già nel 1934 era stato rimproverato dal Sant’Uffizio per il suo commento alla parabola del Figliuol prodigo La grande avventura – accettò l’invito rivoltogli da monsignor Ferdinando Baldelli, presidente della Pontificia Opera di Assistenza, a descrivere il ministero di carità di Pio XII.
Pio XII proclama il dogma dell’Assunzione al cielo in anima e corpo di Maria santissima, il 1° novembre 1950

Pio XII proclama il dogma dell’Assunzione al cielo in anima e corpo di Maria santissima, il 1° novembre 1950

Il libro La carità del Papa è, forse, il più bel ritratto di Pio XII, Papa della carità. Mi limito a una citazione tratta da questo scritto di don Mazzolari: «La nostra generazione ebbe un’esistenza tribolatissima, ma nessuno al pari di noi ebbe la grazia di vedere su tanto male ergersi la materna pietà della Chiesa, cosicché, narrandola, sentiamo di poter ripetere con san Giovanni: “Ciò che i miei occhi hanno visto, ciò che le mie mani hanno toccato del Verbo di carità, questo ora lo annunciamo”»31.
Incontrai l’ultima volta Pio XII il 6 ottobre 1958, tre giorni prima della morte. Nonostante la malferma salute, aveva voluto parlare ai partecipanti al X Congresso nazionale della Società italiana per la chirurgia plastica. In quella circostanza, con modernissima intuizione, aveva definito la chirurgia plastica «una scienza e un’arte, ordinate, in sé stesse, a beneficio dell’umanità e, altresì, per quanto concerne la persona del chirurgo, una professione in cui si trovano impegnati anche importanti valori etici e psicologici»32. E non erano tempi in cui si ricorreva come oggi alla chirurgia plastica!
Nel 1957, con il professor Luigi Gedda, avevo ottenuto dal Papa che scrivesse di suo pugno la “Preghiera del medico”. Volle consegnarla in copia autografa. Una preghiera che salda in maniera mirabile etica ippocratica e visione cristiana della vita. La preghiera fu letta per la prima volta da padre Pio da Pietrelcina in San Giovanni Rotondo, al termine del VII Congresso nazionale dei Medici cattolici italiani, celebrato a Bari il mese di maggio nel 1957.
Più volte, Pio XII, particolarmente negli ultimi cinque anni del suo pontificato, fu gravemente malato e si temette per la sua vita.
Ridondano le testimonianze sulla sua preparazione all’incontro con il Signore e sull’esemplare coraggio con cui accettò e visse la sua sofferenza.

Conclusione
Riscoprire Pio XII è riscoprire non soltanto un grande Pontefice, una figura che ha segnato la storia del secolo XX, ma è riscoprire un santo.
Padre Burkhart Schneider, il gesuita che fu condirettore dell’opera Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, concludendo il suo acuto profilo di Pio XII, scriveva: «Sulla vita e sul pontificato di Pio XII incombe una fatalità tragica: non potere, anzitutto, impedire né abbreviare la Seconda guerra mondiale, con tutti gli orrori ad essa connessi. Ma chi esamini e ponderi senza prevenzione le fonti dirette, finora riconosciute, dovrà ammettere che Pio XII ha voluto il meglio e ha impegnato quanto era in suo potere e tutte le sue forze, integralmente, al servizio della Chiesa di Cristo e dell’umanità»33.


Note
1 G. Siri, Pio XII a 25 anni dalla sua morte, Roma 1983, p. 10.
2 Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II. Costituzioni, decreti, , Edizioni Domenicane, Alba 1996, «Indice del magistero pontificio», pp. 608-609.
3 G. Caprile (a cura di), Il Concilio Vaticano II. Cronache del Concilio Vaticano II edite da “La Civiltà Cattolica”. L’annuncio e la preparazione, 1959-1962, vol. I, parte I, 1959-1960, p. 15.
4 Ibid., p. 15 nota 1: «Ottenute le debite autorizzazioni, abbiamo potuto consultare numerosi documenti di prima mano custoditi nell’archivio della Congregazione per la Dottrina della fede».
5 L’Osservatore Romano, 19 marzo 1979, p. 1.
6 Ibid., pp. 30-32.
7 Nelle molte relazioni e comunicazioni tenute nell’incontro mondiale (Loreto, 9-11 novembre 1995) su “Gaudium et spes. Bilancio di un trentennio”, poi oggetto di un intero numero della rivista del Pontificio Consiglio per i Laici, Laici oggi (n. 29, 1996, pp. 1-289), non si trova traccia di questo documento preparato sotto Pio XII, il quale, in tutto il fitto volume, è menzionato fuggevolmente una sola volta (p. 228).
8 Pio XII, Discorsi ai medici, a cura di Fiorenzo Angelini, Orizzonte Medico, Roma 1961.
9 Carta degli Operatori sanitari, a cura del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori sanitari, Roma 1994.
10 Un esempio tra i tanti. In risposta al quesito postogli dalla Società italiana di anestesiologia, esponendo, il 28 febbraio 1957, il pensiero della Chiesa, dichiarò lecita la somministrazione di narcotici destinati a evitare al paziente dolori insopportabili, dovuti a tumori inoperabili o a malattie inguaribili, anche se tali narcotici favorivano l’abbreviamento della vita, a condizione che non si avesse alcun nesso causale diretto tra la narcosi e l’abbreviamento della vita. Con tale insegnamento, il grande Pontefice intravvide con anticipo l’attuarsi del problema dell’eutanasia (cfr. Discorsi ai medici, cit., pp. 571-581).
11 Lett. enc. Humani generis (12 agosto 1950), in Acta Apostolicae Sedis 42 (1950).
12 G. Siri, Pio XII a 25 anni dalla sua morte, cit., p. 10.
13 Cfr. F. Storchi, I documenti di Pio XII sull’ordine sociale, Ave, Roma 1944, p. 142.
14 «Non è raro il caso in cui l’operaio cattolico, per mancanza di una solida formazione religiosa, si trova disarmato, quando gli si propongono false idee sull’uomo e sul mondo, sulla storia, sulla struttura della società e dell’economia. Non è capace di rispondere, e talvolta si lascia persino contaminare dal veleno dell’errore. Questa formazione le Acli debbono dunque sempre più migliorare, persuase come sono che esercitano in tal modo quell’apostolato del lavoratore fra i lavoratori, che il Nostro Precedessore Pio XI di f.m. auspicava nella sua enciclica Quadragesimo anno (in I. Giordani [a cura di], Le encicliche sociali dei papi, Studium, Roma 1956, p. 1041).
15 Cfr. F. Angelini, La mia strada, Rizzoli, Milano 2004, pp. 159-160.
16 Cfr. A. Bozuffi, Gli uomini hanno trent’anni, Editrice Domani, Roma 1952, pp. 243-244.
17 Citato da Visión cristiana de la Revolución en América Latina, Centro Bellarmino, Santiago de Chile 1963, numero speciale della rivista Mensaje, 115, 1963, p. 29.
18 Cfr. I. Giordani (a cura di), Le encicliche sociali dei papi, Studium, Roma 1960.
19 Lett. enc. Divino afflante Spiritu (30 settembre 1943), in Acta Apostolicae Sedis 35 (1943).
20 Lett. enc. Mystici Corporis (29 giugno 1943), in Acta Apostolicae Sedis 35 (1943).
21 A. Bea, L’unione dei cristiani, Roma 1962, p. 203.
22 Cfr. L’Osservatore Romano, 22 maggio 2002, supplemento.
23 Ibid.: «Nel 1952, il Papa convocò i presidenti delle Conferenze episcopali regionali italiane. Questa decisione del 1952 è una svolta. Il 1952 è un anno particolare. Nel febbraio 1952 partiva un’importante mobilitazione, guidata da padre Lombardi, per “un mondo migliore”: il risveglio dei cattolici si doveva accompagnare con l’impegno di rendere più compatta e presente la Chiesa. Padre Lombardi criticava la frammentazione delle iniziative e delle istituzioni e, già dal 1948, aveva avanzato l’idea di una riunione dei vescovi italiani. Pio XII, senza seguire il gesuita in tutte le sue analisi, era preoccupato per la tenuta del cattolicesimo, soprattutto dopo il 18 aprile 1948, nel confronto con le sinistre nel Paese e a Roma (il 1952 è l’anno della cosiddetta “Operazione Sturzo”): era sensibile alla visione di padre Lombardi che proponeva anche una riforma dell’attività dei vescovi e delle diocesi. Nel 1952, con il “mondo migliore”, Pio XII auspicava un “potente risveglio”, ma anche un “saggio inquadramento” e un “assennato impiego” delle forze cattoliche. In questo clima avviene la prima riunione del presidenti della Cei a Firenze sotto la presidenza del cardinale Schüster, il più anziano dei porporati. A Firenze, i vescovi sono chiamati a parlare della “vita cristiana”, del clero secolare e regolare, e del laicato, secondo quanto scrive monsignor Urbani, assistente dell’Azione cattolica e segretario della riunione. L’iniziativa dell’incontro è da ascrivere al cardinale E. Ruffini di Palermo, che era alla testa di una conferenza regionale molto operosa. Il cardinale ne aveva parlato al Papa: “... e perché no? Va bene. Lo fanno anche in altri Paesi”, avrebbe detto Pio XII. Il cardinale Siri aveva appoggiato l’idea. Ruffini spiega la funzione della riunione: “Sentire i desideri di tutti i vescovi; raggiungere su alcune questioni un’intesa comune; presentare al Papa delle conclusioni. Non potrà non tenerne conto. Pronti a obbedire. È una bella occasione per iniziative, per riforme”. Questi sono gli scopi della prima e delle successive riunioni. Remore ci sono da parte dei vescovi che non vogliono travalicare una funzione consultiva. Quando, un anno dopo, si discute sull’eventualità di una lettera collettiva dell’episcopato, lo stesso Ruffini è contrario: “Un documento dell’episcopato italiano senza la firma del suo Primate, rappresenterebbe un atto incompleto...”. In Italia – afferma – la situazione è particolare. Qui i vescovi non hanno mai avuto un’attività collettiva distinta dalla Santa Sede. Siri è favorevole come Lercaro e Roncalli. Gli anni dell’origine mettono in luce una realtà: è la Santa Sede che sente la necessità di una maggiore responsabilizzazione dei vescovi. Forse l’aspetto prevalente è la consultazione interna dell’episcopato. Il primo atto pubblico è la lettera del 2 febbraio 1954 per l’Anno mariano, firmata dai presidenti delle regioni conciliari. E non c’è la firma del Papa. I firmatari affermano di interpretare tutti i vescovi italiani».
24 Il documento venne pubblicato il 23 settembre 1950 (cfr. Acta Apostolicae Sedis 42 [1950], pp. 617-702).
25 Ibid., «Norme pratiche».
26 Cfr. E. Colagiovanni, Crisi vere e false nel ruolo del prete, Città Nuova, Roma 1973, pp. 133ss.
27 «Utique errores – quod officii Nostri conscientia postulat – damnavimus atque reiecimus, quod athei comunismi fautores praedicant, ac summo cum civium damno summaque iactura propagare enituntur: sed errantes, nedum respuamus, ad veritatem ad frugemque bonam redire cupimus» (lett. apost. Carissimis Russiae populis, 7 luglio 1952, in Acta Apostolicae Sedis 44 [1952], pp. 505-511).
28 Ernesto Buonaiuti, ricordando il giorno della sua prima messa nella Chiesa Nuova a Roma (19 dicembre 1903), scrive: «Su quel medesimo altare di san Filippo non molto tempo prima aveva celebrato la sua prima messa un sacerdote romano che abitava anch’egli nei paraggi della Chiesa Nuova e che io incontravo di frequente sotto le volte della chiesa e ammiravo per la sua edificante pietà: il sacerdote Eugenio Pacelli» (in Pellegrino di Roma. La generazione dell’esodo, Laterza, Bari 1964, p. 46).
29 Ibid., p. 395.
30 P. Mazzolari, La carità del Papa. Pio XII e la ricostruzione dell’Italia (1943-1953), Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1991.
31 Ibid., p. 134.
32 Pio XII, Discorsi ai medici, cit., p. 717.
33 B. Schneider, Pio XII. Pace, opera della giustizia, Edizioni Paoline, Roma 1984, pp. 104-105.


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