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GILSON – DEL NOCE
tratto dal n. 09 - 2008

Un carteggio inedito


Gilson e Del Noce si incontrarono nel 1964. Fu l’inizio di una conoscenza personale dalla quale scaturì uno scambio epistolare che, per la parte di Gilson, è stato appena edito con il titolo Caro collega ed amico. Lettere di Étienne Gilson ad Augusto Del Noce. Il libro ci restituisce un quadro della situazione culturale e spirituale del cattolicesimo postconciliare di grande interesse


di Massimo Borghesi


Massimo Borghesi (a cura di), <I>Caro collega ed amico. Lettere di Étienne Gilson ad Augusto Del Noce</I>,
Cantagalli, Siena 2008, 168 pp., euro 18,50

Massimo Borghesi (a cura di), Caro collega ed amico. Lettere di Étienne Gilson ad Augusto Del Noce, Cantagalli, Siena 2008, 168 pp., euro 18,50

Ai primi di settembre del 1964 Étienne Gilson e Augusto Del Noce si incontrano a Venezia in occasione di un convegno patrocinato dalla Fondazione Giorgio Cini. È l’inizio di una conoscenza personale dalla quale scaturirà uno scambio epistolare che, per la parte di Gilson, è stato appena edito con il titolo Caro collega ed amico. Lettere di Étienne Gilson ad Augusto Del Noce1. Si tratta di tredici lettere di Gilson, più una di Del Noce, scritte dal 1964 al 1969, che ci restituiscono un quadro della situazione culturale e spirituale del cattolicesimo postconciliare di grande interesse. Gilson, di cui quest’anno ricorre il trentennale della morte, ha allora ottant’anni. È considerato, unanimemente, uno dei maestri del pensiero cattolico del Novecento e uno dei massimi studiosi del pensiero medievale. Del Noce, al contrario, è un “giovane” di cinquantaquattro anni che ha appena vinto la cattedra universitaria a Trieste e ha pubblicato da poco il suo primo libro, Il problema dell’ateismo (Il Mulino, Bologna 1964), destinato a divenire un testo miliare nel dibattito filosofico italiano. Il carteggio gilsoniano mostra un crescendo di stima e di ammirazione verso il “collega” italiano che, dall’ottobre 1966, diviene il “caro collega ed amico”. Ciò che accomuna Gilson e Del Noce è, inizialmente, l’interesse per il filone franco-italiano del pensiero moderno, un filone “agostiniano” che va da Cartesio a Malebranche a Rosmini. Divergono, però, nell’interpretazione di Cartesio che Del Noce, diversamente da Gilson, giudica come una sorta di Giano bifronte da cui si dipartono le due vie del moderno, quella di derivazione cattolica e quella laica che culmina nell’ateismo dell’Ottocento. L’argomento, non portando a una conclusione comune, viene messo da parte. La corrispondenza, a partire dalla pubblicazione in italiano di una raccolta di testi gilsoniani, Problemi d’oggi (Borla, Torino 1967), in una collana diretta da Del Noce, sposta la sua attenzione sulla crisi del pensiero cattolico nel periodo postconciliare. Gilson, il cui tomismo “esistenziale” si era sempre dimostrato aperto al dialogo verso le altre espressioni del pensiero cristiano, si scopre progressivamente isolato. L’epistolario riflette un chiaro pessimismo di fondo. Come scriverà a Henri de Lubac: «Sono spesso tentato di pensare che persone private, soprattutto laici, non possono far più nulla nelle circostanze attuali»2. Nello stesso spirito scriverà a Del Noce: «D’altronde, per quello che mi riguarda, io ho finito. Non mi sento tenuto a battermi per una Chiesa che non mi vuole come soldato. Mi ritirerò nell’asilo della storia delle idee e della filosofia pura»3. Confessione amara che troverà sollievo, e in qualche modo risarcimento, nella splendida lettera autografa che Paolo VI gli invierà l’8 aprile 1975: «Lei ha lavorato con lealtà per la Chiesa, rendendole uno dei servizi più eminenti che la sua pastorale del pensiero richieda. Ha dato testimonianza a suo favore. Ha sofferto e soffre con essa, per ciò che la sfigura. Le ha dato ininterrottamente fiducia ed affetto»4. Il pessimismo di Gilson era dovuto a più di un motivo. Tra questi il declino del tomismo nella formazione intellettuale della Chiesa; la nuova versione francese della messa in cui il consubstantialem Patri del Credo veniva sostituito con la formula per cui il Figlio «est de même nature que le Père», con il rischio di un nuovo triteismo; la diffusione dell’opera di Pierre Teilhard de Chardin divenuto, nel corso degli anni Sessanta, l’autore alla moda nel mondo cattolico. A Teilhard, il cui pensiero offriva una sintesi, suggestiva e ambigua, tra evoluzionismo, cosmologia, cristianesimo, viene dedicato uno spazio rilevante nel carteggio con Del Noce. Il suo nome viene associato a quello di Maurice Blondel, espressioni, entrambi, di una medesima corrente filosofica. Gilson trascurava, con ciò, la differenza tra il primo e il secondo Blondel. Soprattutto non teneva conto della corrispondenza tra Blondel e Teilhard, da poco edita da de Lubac, dalla quale emergeva, con chiarezza, la differenza delle posizioni unitamente a una critica severa, da parte di Blondel, al “Pan-Cristismo” di Teilhard accusato di confondere naturale e soprannaturale all’interno di una metafisica monistica5.
Alla metà degli anni Sessanta la fama di Blondel, tra i giovani teologi, era comunque in declino. L’astro nascente, per la notorietà e la diffusione degli scritti, era ormai Teilhard. Riguardo ai motivi che stanno dietro alla critica di Gilson, li si comprende se si legge il saggio di Gilson su Teilhard, contenuto in Problemi d’oggi, dove l’autore rievoca le due occasioni in cui si erano incontrati, lui e Teilhard. «Penso di poter essere capito dai suoi amici se dico che sono lietissimo di averlo conosciuto di persona, a parte tutto il resto, perché ne valeva la pena anche e già solo per il fatto di poter avvicinare un uomo affascinante dai tratti nobili e aristocratici, dotato di una voce che incantava e ammaliava, un uomo che da tutto il suo essere emanava tanta superiorità e distinzione»6. Dei due incontri è il secondo che sorprende, negativamente, Gilson. «Eravamo nel 1954. Ci trovavamo riuniti ad Arden House, nei pressi di New York, per un simposio organizzato dalla Columbia University, che doveva durare diversi giorni. Teilhard e io c’incontrammo subito, appena arrivati. Come mi vide mi venne incontro, col volto illuminato da un aperto sorriso e mi domandò ponendomi le mani sul braccio: “Secondo lei, chi ci darà finalmente questo metacristianesimo che stiamo tutti quanti aspettando?”»7.
L’affermazione doveva colpire profondamente Gilson. Nell’epistolario con de Lubac confesserà come «in seguito, mi sono interrogato cento volte sul senso di queste parole. Il loro senso ovvio mi sembra questo: il Cristo è stato, ed è ancora, l’avamposto di un’evoluzione cosmica, un’evoluzione di essenza religiosa che dev’essere presto o tardi superata o che deve superare sé stessa. Ammetto tutte le glosse possibili; ma se “metacristianesimo” significa qualcosa, questo termine vuol dire che il cristianesimo è qualcosa che dev’essere superato»8. Per essere preciso Gilson avrebbe dovuto aggiungere «nella sua forma attuale». Comunque sia, il metacristianesimo di Teilhard non poteva che avere una sola spiegazione: Teilhard de Chardin, come Gilson scriveva a de Lubac, «è il più cristiano degli gnostici»9. Nel saggio raccolto in Problemi d’oggi si legge: «La teologia di Teilhard è una gnosi cristiana e come tutte le gnosi da Marcione fino ai nostri giorni è una fantateologia. Vi ritroviamo tutte le caratteristiche tradizionali della gnosi: visione cosmica o meglio cosmogenetica in tutti i settori, un Cristo cosmico e, dato che questo Cristo è il centro fisico della creazione, abbiamo un Cristo essenzialmente “evolutore”, umanizzatore, insomma un “Cristo universale” che serve a spiegare il mistero universale dell’incarnazione. E così la cosmogenesi diventa cristogenesi, che origina il Cristico e la Cristosfera, un ordine che, attraverso la presenza trasformatrice di Cristo, è il coronamento e la compiuta perfezione della noosfera. Questa bella terminologia non ha niente di male in sé, ma certo è sintomo di quel debole che tutte le gnosi mostrano per i neologismi suggestivi, pieni di fascino, di mistero e di sentimentalismo»10.


Note
1 Caro collega ed amico. Lettere di Étienne Gilson ad Augusto Del Noce, introduzione, traduzione e note a cura di M. Borghesi, Cantagalli, Siena 2008.
2 Lettres de monsieur Étienne Gilson au père de Lubac, Les Éditions du Cerf, Paris 1986, tr. it., Un dialogo fecondo. Lettere di Étienne Gilson a Henri de Lubac, a cura di H. de Lubac, Marietti, Genova 1990, p. 100. Lettera del 26 settembre 1969.
3 Caro collega ed amico. Lettere di Étienne Gilson ad Augusto Del Noce, cit., p. 97. Lettera dell’8 maggio 1968.
4 Lettera autografa di Paolo VI “Al venerato professore É. Gilson,figlio nostro in Gesù Cristo”, in L’Osservatore Romano, 11 settembre 1975 (ora in: Un dialogo fecondo. Lettere di Étienne Gilson a Henri de Lubac, cit., pp. 127-128).
5 Blondel et Teilhard de Chardin. Correspondance commentée par Henri de Lubac, Beauchesne, Paris 1965 (tr. it., Corrispondenza di Maurice Blondel e Pierre Teilhard de Chardin. Commentata da Henri de Lubac, Borla, Torino 1968. Sulla corrispondenza si cfr. M. Borghesi, Sul soprannaturale. Blondel e Teilhard de Chardin, in: Id., Secolarizzazione e nichilismo. Cristianesimo e cultura contemporanea, Cantagalli, Siena 2005, pp. 155-166).
6 É. Gilson, Il caso Teilhard de Chardin, in: Problemi d’oggi, Borla, Torino 1967, p. 86.
7 Ibid., p. 87.
8 Un dialogo fecondo. Lettere di Étienne Gilson a Henri de Lubac, cit., p. 40. Lettera del 13 marzo1962.
9 Ibid., p. 80. Lettera del 22 luglio 1965.
10 É. Gilson, Il caso Teilhard de Chardin, cit., pp. 76-77.


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