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CARAVAGGIO
tratto dal n. 11 - 2008

L’attimo prima del «sì» di Paolo


Nella Conversione di Saulo della collezione Odescalchi, esposta a Milano a dicembre, Caravaggio sembra voler rappresentare il momento in cui Gesù dice a Paolo che è duro per lui ricalcitrare...


di Giuseppe Frangi


La <I>Conversione di Saulo</I>, Caravaggio, collezione Odescalchi, Roma

La Conversione di Saulo, Caravaggio, collezione Odescalchi, Roma

Tiberio Cerasi, tesoriere di Clemente VIII e grande amico di Federico Borromeo, il 24 settembre del 1600 (anno giubilare), commissionò al Caravaggio i due quadri laterali della Cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria del Popolo, tenuta dagli agostiniani della Congregazione di Lombardia. La commissione doveva essere molto dettagliata, se è vero che nel contratto si specificava che il supporto doveva essere una tavola di legno di cipresso e che il pittore era tenuto a mostrare un bozzetto prima di passare all’opera definitiva. Il 3 maggio 1601 però Tiberio Cerasi moriva, lasciando erede universale l’Ospedale di Santa Maria della Consolazione. Cosa sia accaduto a quel punto non è molto chiaro. Le due tavole forse vennero respinte dalla famiglia Cerasi, oppure giudicate inadeguate dall’artista stesso, che veniva dal grande exploit della Vocazione di san Matteo realizzata pochi mesi prima nella Cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi. Fatto sta che Caravaggio si rimise all’opera, realizzando entro novembre i due dipinti su tela (che fosse questo il problema?) che oggi sono ancora al loro posto originario a Santa Maria del Popolo.
Le due tavole “bocciate” vennero comperate dal cardinale Giacomo Sannesio, nelle cui raccolte le vide il Baglione. Della Crocifissione di san Pietro si sono perse le tracce, mentre la Conversione di Saulo è sempre rimasta in mani private e ora è nella collezione della contessa Odescalchi a Roma. Per presentare il restauro conservativo a cui il quadro è stato sottoposto, è stata organizzata a dicembre una trasferta milanese, nella Sala Alessi di Palazzo Marino: qui per un mese decine di migliaia di persone si sono messe in fila per ammirare dal vero questo “strano” capolavoro di Caravaggio.
Che ci sia qualcosa di strano e spiazzante in questa tavola lo aveva capito per primo Roberto Longhi che, portandolo alla grande mostra milanese sul Caravaggio del 1951, aveva addirittura osato anticiparne le date per accostarlo ad altre opere della metà degli anni Novanta del Cinquecento, come il Riposo durante la fuga in Egitto della Galleria Pamphilj o il Sacrificio di Isacco degli Uffizi. Oggi la critica non ha più dubbi nel riconoscere in questa opera la prima versione della committenza Cerasi. Ma lo spiazzamento resta. Caravaggio affronta di petto il passaggio degli Atti degli Apostoli e, se lo immaginiamo come un film, ne rappresenta proprio la primissima sequenza. «In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio. Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo”. E io dissi: “Chi sei, o Signore?”. E il Signore rispose: “Io sono Gesù, che tu perseguiti”» (At 26, 12-15). La scena è realisticamente concitata, compressa negli spazi. Dall’angolo in alto a destra irrompe Gesù tenuto da un angelo. Nell’angolo opposto c’è Paolo, appena caduto da cavallo, decisamente smarrito davanti a quel che sta accadendo: con le mani si copre il volto per ripararsi dalla luce o per la paura; con il busto sembra quasi dare un colpo di reni per rialzarsi e sottrarsi istintivamente al pericolo. Il resto della scena è occupato dal grande cavallo imbizzarito, con l’occhio saettato di paura e la bava al morso. Al centro l’inserviente, a palpebre abbassate, alza lo scudo per difendersi istintivamente dalla luce. Dietro, quasi invisibile, nel lato sinistro del quadro, un altro soldato si ripara, schiacciato tra il cavallo e il confine della tela, stringendo la testa tra i guanti da guerriero.
La <I>Conversione di san Paolo</I>, Caravaggio, Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, Roma

La Conversione di san Paolo, Caravaggio, Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, Roma

Caravaggio è più “cinematografico” che mai in questo quadro. Registra con fedeltà la concitazione e lo spiazzamento del momento: rispetto alle solenni messe in scena delle Conversioni di san Paolo (basti pensare a quella di Michelangelo nella Cappella Paolina, dipinta una cinquantina d’anni prima), qui è tutto ridotto all’essenziale, al dato di cronaca. L’impeto dell’avvenimento diventa così ai suoi occhi un fattore del tutto verosimile per quel processo di “immedesimazione” che la sua pittura costantemente cerca. È un impeto che determina la struttura della composizione, come se davvero non ci fosse stato tempo di mettere un po’ di ordine nelle cose e nelle figure. Così, quella “caoticità” nella composizione, che ha fatto arricciare il naso ad alcuni critici, in realtà finisce con il comunicare un di più di verosimiglianza, di credibilità rispetto al fatto.
Il quadro gioca poi sullo stupendo incontro-scontro tra le mani dei protagonisti. Innanzitutto quelle di Gesù: la sua destra, tesa verso Paolo, si apre in un gesto di assoluta credibilità realistica, pieno di persuasività e di tenerezza. La mano cala giù, sicura, a palmo aperto, figura di un “umano” al massimo del suo compimento e della sua speranza. Caravaggio sembra voler dire che quello tra Paolo e Gesù è stato un incontro, reale, fisico e non una visione interiore (come ricorda lo stesso Paolo nella prima Lettera ai Corinti).
All’altro polo del quadro ci sono poi le mani di Paolo stesso, mani grezze, impacciate perché desuete a quel gesto difensivo che istintivamente si trovano a fare, come volessero opporre così l’ultima e istintiva possibilità di resistenza. Paolo si copre il volto davanti a quell’incontro non preventivato e non immaginato. Quale sia la sequenza immediatamente successiva, Caravaggio non ce l’ha lasciato immaginare, perché l’ha dipinta nella Conversione di san Paolo, oggi ancora al suo posto, sul lato destro della Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo: Paolo è ancora a terra ma ora è a braccia spalancate, come ad aderire all’abbraccio di quel Gesù che gli è venuto incontro. Ed è passato solo un istante.


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