EDITORIALI
tratto dal n. 12 - 2008

Compleanni


Secondo le tradizioni vigenti in Roma si festeggia tanto il giorno dell’onomastico quanto il compleanno. Quest’ultimo lo si vive in maniera diversa secondo gli anni che passano


Giulio Andreotti


Due bambini in una strada di Roma [© Carlo Bavagnoli]

Due bambini in una strada di Roma [© Carlo Bavagnoli]

Secondo le tradizioni vigenti in Roma si festeggia tanto il giorno dell’onomastico quanto il compleanno. Quest’ultimo lo si vive in maniera diversa secondo gli anni che passano. A parte – ma è di poco rilievo – l’arrivo a dieci anni delle “due cifre” o l’ingresso tra i maggiorenni (oggi con anticipo a quota diciotto), fino a che si sommano uno a uno, non fanno impressione. Ma ognuno ha una quota che lo porta a qualche spunto di riflessione talvolta preoccupata. Un riferimento preciso è collegato agli antichi compagni di infanzia e di scuola. Il primo di loro che se ne va provoca una spontanea emozione, che è meno incisiva in caso di incidenti automobilistici o simili.
Secondo una massima che circolava in Roma (non so se tuttora) quando muore un amico si fa testamento; al secondo decesso ci si va a confessare. Ho ricordato altre volte l’insegnamento di un sacerdote di campagna (dove da giovane passavo le vacanze). Per togliere alla morte un aspetto rattristante ci conduceva con sé al letto degli agonizzanti con soste anche di alcune ore (mentre lui pregava).
Una lunga esperienza gli consentiva di valutare con precisione la sopravvivenza del moribondo. Ricordo il caso della mamma di un frate agostiniano che sarebbe arrivato con la corriera del pomeriggio. Don Giuseppe disse che per un’ora non avrebbe fatto in tempo. E in realtà l’ultimo respiro lo ebbe alle 18 esatte.
Sempre a Segni vi era un’impressionante raccolta di teschi e di ossa, accumulati lungo i secoli e trasferiti dal vicino cimitero quando si operavano le decennali bonifiche del campo.
Oggi inorridisco al ricordo del nostro incosciente giuoco da bambini con questo ossario esposto solo con la protezione di un reticolato. Un vecchio sagrestano ci faceva giuocare a indovinare se il “capo” appartenesse a un uomo o a una donna. Come sentenziasse se fosse esatta la risposta non so.
Riflettendo, mi sono convinto che vi fosse sottostante una lezione di psicologia tutt’altro che inutile. Il poeta latino seppe esprimerla incisivamente con il suo: «Non omnis moriar».
Riflessioni particolari sono prodotte, come ho accennato, dalle morti di persone giovani. Vi è una specie di reazione naturale al riguardo. Anche se il limite di riferimento non è rigido.
Con un rito tuttora vigente (anche se la frequenza dei fedeli è minima) il primo giorno della Quaresima si benedicono le ceneri dei rami di olivo (le Palme) e si pone un frammento sul capo dei fedeli che sfilano in atteggiamento penitente.
Nelle preghiere di commiato per un defunto vi è una frase molto profonda. Ci si chiede: «Dov’è, o morte, la tua vittoria?».
Non so se sia giusto il rimprovero, che gli anziani ci fanno, di non riflettere abbastanza sulla morte, per essere – come dovremmo – sempre preparati.
La modernità porta a mettere poco o nulla in luce ciò che reca tristezza. Quando è l’ora di un parente o di un amico ci si “conduole”, ma è un vocabolo ormai retorico.
Io stesso, del resto, devo confessare che da anni ho perduto l’abitudine di andare il 2 novembre al cimitero.
Ricordo ora con tenerezza quel puntuale rito, condotto dalla vecchia zia Mariannina, alla quale devo alcuni preziosi insegnamenti di vita.
Interrompere questo rito familiare non è stato saggio. Tuttavia è di conforto il rilievo che dal linguaggio popolare dell’Urbe sono scomparse frasi spiacevoli come “te possano ammazzà”, o – peggio – “li mortacci tua”.
A tutto questo ho pensato molto in questi giorni ricevendo tante graziose prove di affetto legate al novantesimo giro.


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