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MUSICA POPOLARE
tratto dal n. 12 - 2008

«Dove ce sta Gesù se sona e canta»


Incontro con Ambrogio Sparagna, una vita professionale dedicata al recupero e alla rivitalizzazione della tradizione musicale popolare italiana: da alcuni anni ha riscoperto il canto popolare sacro. Il successo del suo progetto “La Chiara Stella”


Intervista con Ambrogio Sparagna di Tommaso Ricci


«Chi canta prega due volte» (sant’Agostino); «chi prega certamente si salva» (sant’Alfonso Maria de’ Liguori”). Applicando il sillogismo aristotelico alle cose dello Spirito, si dovrebbe concludere che «chi canta si salva doppiamente». Non possiamo sapere se in Cielo conti la logica però un granello di verità in questo spericolato ragionare c’è: l’esperienza del cantare e fare musica insieme è un atto di comunione tra gli uomini, un riscatto – certo effimero quanto la durata di una nota, e spesso inconsapevole – dalla solitudine della condizione umana. Quando poi il canto si fa lode all’«Altissimo, onnipotente, bon Signore», la salvezza dall’humana tristitia, benché provvisoria, diventa più percepibile anche a livello di coscienza, già qui sulla terra.
«Oggi un bambino c’è nato / da Maria Vergine e madre / Figlio al Padre divino / che in terra volle incarnarsi / fu dal Padre a noi mandato / per divino decreto eterno/ per salvarci dall’inferno / ed aprirci il cielo serrato». Mentre Gianni Aversano canta sul palco questi versi di una ballata popolare toscana sull’Epifania alle prove del concerto “La Chiara Stella” (Auditorium Parco della Musica di Roma, 3, 4, 5 e 6 gennaio 2009) si viene fulminati dal pensiero che è da quella notte di Natale che il canto umano non è più soltanto d’attesa ma è anche di gioia e di lode; il Cielo ormai è disserrato, non dobbiamo più solo implorare che «nubes pluant Iustum», possiamo esultare alla «capanna santa, / dove ce sta Gesù se sona e canta» (dal canto popolare maceratese Natu natu Nazarè). Il concerto in preparazione è un’idea del musicista ed etnomusicologo Ambrogio Sparagna, 51 anni, di Maranola, nel basso Lazio. La sua vita professionale l’ha dedicata al recupero e alla rivitalizzazione della tradizione musicale popolare italiana (non solo sacra peraltro, lui è anche l’artefice della “rinascita della taranta”, la musica da ballo profana tipica delle terre del Salento).

Ambrogio Sparagna

Ambrogio Sparagna

Maestro, che cosa è “La Chiara Stella”?
Ambrogio Sparagna: “La Chiara Stella” – il nome viene da una bella tradizione canora natalizia dell’arco alpino – è un progetto musicale giunto alla seconda edizione. È un concerto, nella prestigiosa sede dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, in cui vengono suonati e cantati molti brani tradizionali, trovati nel corso delle mie ricerche e che ho rielaborato musicalmente secondo una sensibilità contemporanea ma nella fedeltà alla loro natura popolare. Si tratta di una ricchezza nazionale inaudita, che si trova perlopiù in stato di sonno se non in via di estinzione.
L’anno scorso i canti del centro-sud, con un accento sulla Sicilia, erano predominanti. Quest’anno il concerto è dedicato al nord. Perché?
Sparagna: Il meridione c’è anche nel concerto di quest’anno perché la tradizione del canto popolare sacro non può prescindere da quel gigante che è sant’Alfonso de’ Liguori, un promettente giovane avvocato napoletano del Settecento, fattosi sacerdote, diventato vescovo e poi dottore della Chiesa. La sua Tu scendi dalle stelle, in originale Quanno nascette ninno, è la prima vera canzone popolare italiana, il suo successo valicò i confini del Regno delle Due Sicilie e raggiunse l’intera nazione. Quest’anno ho voluto inserire anche molti canti del nord, perché c’è l’erronea convinzione che al nord la tradizione del canto popolare sacro sia estinta. È falso. Hanno dei canti bellissimi, dalla filastrocca milanese Santa Clara («O santa Clara, / imprestemm la vostra scala / per andà in Paradis / a trovà san Dionis…») al canto di questua bresciano Stella di Vico Capovalle, dal friulano Stami atent alla ninna nanna lombarda Verbum caro fastumes.
Maestro, però in latino è «factum est»…
Sparagna: Qui è il punto! C’era nel popolo una confidenza talmente forte e diffusa con l’avvenimento del Natale che vinceva sulla correttezza formale del latino. Pur di cantare la gioia per la nascita di Gesù bambino, pur di comunicarla ai più piccini – si tratta di una ninna nanna – si storpiava il latino, che d’altronde ascoltavano sì tutti in chiesa ma conoscevano in pochi. C’è qualcosa di commovente in questo umile attaccamento popolare al fatto di Betlemme. In un’altra canzoncina di sant’Alfonso si dice dei pastori, cioè degli strati più bassi del popolo: «Pigliata confidenza se mettettero a sonare, e a cantà co’ l’angeli e co’ Maria». Cioè Natale è comunione, gli spiriti più semplici possono cantare insieme con quelli più sublimi.
Nel programma del concerto di gennaio c’è anche uno struggente dialogo tra una zingara siciliana e la Madonna in fuga verso l’Egitto…
Sparagna: Lo compose, secoli fa, un frate palermitano. Ci ricorda quello che in fondo si sa ma continuamente, soprattutto oggi, si dimentica. Che Natale è festa in particolare per gli ultimi, i meno considerati dal mondo “per bene” e che, d’altro canto, Gesù la maggior solidarietà la riceve proprio da costoro, che possiedono ben poco oltre alla loro povertà. «Sugnu na carusa zingaredda, / e macari ca sugnu puuredda / ccu cori ti offru casa mia, / puru cca non è cosa ppi tia», canta la donna a Maria. C’è poco da commentare e molto da meditare di fronte a queste parole.
Lei suona con l’Orchestra popolare italiana, da lei fondata e diretta. Solo strumenti della tradizione, ghironde e zampogne, tamburelli e organetti, ciaramelle e chitarre battenti…
Sparagna: In questa scelta c’è la mia ammirazione e la mia fedeltà d’artista alla tradizione, oltre a una ormai ultratrentennale consuetudine personale. Io i pastori che vengono a cantare la novena di Natale a Maranola me li ricordo bene. Peraltro in alcune zone d’Italia, più numerose di quelle che noi immaginiamo, queste sonorità sono ancora vive e sono sinonimo di Natale e Pasqua, cioè delle feste religiose.
Come è nato questo suo interesse?
Sparagna: Beh, intanto i miei genitori erano musicisti tradizionali. Poi nella mia terra queste abitudini musicali erano molto presenti. Inoltre ho vissuto, da giovane, l’atmosfera effervescente, anche se un po’ intrisa di ideologia, degli anni Sessanta e Settanta: volevamo contestare sia l’industria musicale, sensibile perlopiù a standard stranieri, sia gli elitarismi da accademia. Insomma, si voleva la musica per il popolo. Io però, tra la perplessità di molti miei compagni, mi accorsi che il popolo la sua musica ce l’aveva già, e non c’erano solo i canti di lotta e di lavoro: molti canti popolari erano legati alla fede religiosa. Dovetti subire anche dei “processi politici” – che allora andavano di moda, ahimè – per questa mia constatazione. Però seppi difendermi, esporre le mie ragioni e da allora il lavoro di riscoperta e rielaborazione di questa musica, aiutato anche dai miei studi universitari in etnomusicologia col professor Diego Carpitella, non si è più fermato.
Quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato?
Sparagna: Di certo l’industria discografica non è mai stata molto aperta alla lezione popolare. Oggi quell’industria è in crisi ma ha lungamente forgiato l’orecchio, il gusto contemporaneo, privandolo di questa dimensione. Poi c’è una diffusa mentalità secondo cui si tratta di cose del passato destinate irrimediabilmente all’oblio. Inoltre, parliamoci chiaro, i giudizi di Pier Paolo Pasolini sul dissolvimento – in qualche modo “provocato”, “voluto” dai poteri o dal Potere che domina nella nostra società –, sulla disarticolazione di un’esperienza di popolo erano profetici. Si è avverato tutto. E questo tipo di musica nasce dal popolo e viene fruito da un popolo, non è adatto al consumo individuale. Infine devo confessare che per la parte “sacra”, “religiosa”, della musica popolare, mi sarei aspettato un maggiore interesse da parte degli uomini di Chiesa. Invece spesso incontro diffidenza.
Orchestra popolare italiana durante 
il concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Orchestra popolare italiana durante il concerto all’Auditorium Parco della Musica di Roma

Perché secondo lei?
Sparagna: Me lo chiedo anch’io. Intanto c’è una “mondanizzazione” che contagia anche il ceto ecclesiastico. E così quando si organizza una manifestazione musicale o un concerto si invitano i divi pop-rock in auge in quel momento... Per carità, molti di loro sono stimati colleghi nonché miei amici, però di fatto si fa avvizzire una ricchezza che è frutto dell’esperienza della comunità cristiana che ci ha preceduto nei secoli. Guardi che nello scrigno della tradizione non c’è solo il gregoriano, che giustamente papa Benedetto XVI vuole tutelare. Le zampogne dei pastori sono un organo portatile che ha dato solennità a tante celebrazioni religiose. E poi, mi viene da dire, a Betlemme c’era sì il sublime canto degli angeli ma anche quello umile e gioioso dei poveri pastori. Anche il loro punto di vista andrebbe preso in considerazione. Io, di fronte al Dio bambino mi identifico più nel povero, ignorante pastore. E i canti che dirigo, suono e canto in concerto è come se portassero la firma di quei semplici testimoni del fatto del Natale. Questo “disinteresse” di parte cattolica, dalla gerarchia alla stampa, mi stupisce perché i testi che io rimetto in circolazione – magna pars sono le canzoncine spirituali di sant’Alfonso, ma ogni regione e zona d’Italia ha i propri – contengono una vividezza straordinaria nel descrivere i misteri della fede. Insomma sant’Alfonso ha evangelizzato con questi brani: se non altro per questa ragione, come si fa a ignorarli? Magari poi si vanno a cercare i gospel mentre in casa abbiamo questi tesori inestimabili. Se mi è concesso, anche quanto a rigore teologico, non c’è paragone con i gospel. È come il buon vino paragonato alla Coca Cola, con tutto il rispetto.
Però, sia chiaro, io sono ottimista. Chi viene ai nostri concerti, chi ascolta i nostri dischi, il minimo che si può dire è che resti incuriosito. E io su questa curiosità, su questa ricerca di qualcosa di diverso, tipica dell’età giovanile, voglio continuare a far leva.


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