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RIFLESSIONI
tratto dal n. 12 - 2008

Che cosa è la cultura?


È il possesso di tante cognizioni, di tante tessere, trovate prima da altri, che il genio poi riesce a colorare e collocare in modo da creare mosaici sempre nuovi e originali. L’esempio di Dante e Michelangelo


di Benedetto Cottone


Ritratto di Dante Alighieri, affresco di Luca Signorelli, Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto; alle sue spalle,  
un’immagine di Virgilio, codice detto “Virgilio Romano”, V secolo d.C., Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano

Ritratto di Dante Alighieri, affresco di Luca Signorelli, Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto; alle sue spalle, un’immagine di Virgilio, codice detto “Virgilio Romano”, V secolo d.C., Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano

Alcuni anni fa, consigliatomi da monsignor Fisichella, oggi vescovo, e fornitomi in prestito dalla Biblioteca nazionale, lessi un libro scritto da due autori americani, dei quali, purtroppo, non ricordo più i nomi, e in esso trovai più di duecento definizioni di cultura! Confesso che rimasi piuttosto deluso, perché non c’era quella della vera cultura. Wolfgang Goethe soleva ripetere che tutto quello che noi possiamo pensare e dire è stato già pensato e detto da altri prima di noi; e questo concetto si trova già espresso nell’Eunuco di Terenzio: «Nulla è detto che non sia stato già detto prima».
Il filosofo Francesco Bacone ricorda un proverbio antico: «Amate il vostro amico come se dovesse divenire vostro nemico e il vostro nemico come se dovesse divenire vostro amico»; ma queste stesse parole, venti secoli prima, il grande tragico ateniese Sofocle le mette in bocca all’eroe eponimo di una delle sue più belle tragedie, Aiace; e ancora due secoli prima di Sofocle, Bias, uno dei sette saggi dell’antica Grecia, con quelle parole aveva formulato uno dei suoi aforismi.
Se leggiamo «cogito ergo sum» pensiamo subito a Cartesio; ma quelle stesse parole, alcuni secoli prima, le pronuncia Sosia, un personaggio di Plauto: «Sed quom cogito, equidem certo sum» («ma quando io penso, senza dubbio certamente io sono»).
Per non tediare con altri esempi, mi fermo alla Sacra Scrittura che conferma quella verità: «Nihil sub sole novi» («nulla di nuovo sotto il sole»).
Sapere molte cose non è cultura. Conoscere tante cose è erudizione.
Certamente l’erudizione alimenta la cultura, come l’olio nella lampada alimenta la fiamma; ma spesso, come l’olio eccessivo finisce con lo spegnere la fiamma, così anche l’erudizione, quando è totalizzante, finisce con lo spegnere lo spirito creativo.
Quando leggiamo le opere di Dante, nelle note a piè pagina, esplicative del testo, troviamo sempre «vedi Virgilio, vedi Orazio, vedi Matteo, vedi Marco, vedi Luca, vedi Giovanni, vedi... vedi ...».
Sembrerebbe che Dante fosse un plagiario, e, invece, tutti quei riferimenti non sono altro che la sua vasta erudizione; ma poi Dante riesce a intrecciare tutte quelle cognizioni in modo da creare un poema immortale da lui intitolato Commedia, e che Boccaccio successivamente nel suo Trattatello in laude di Dante definisce «divina» e da allora e per sempre è la Divina Commedia.
Ecco! Questa è la vera cultura. Michelangelo fu scrittore, poeta, disegnatore, architetto, pittore e scultore. Nella sua scultura, arte che preferiva a tutte le altre, fu artista sommo; frequentò molte scuole e da tutte trasse insegnamenti, ma con questi, alla fine, compose lo stile inconfondibile di tutte le sue opere; a venticinque anni chiese al maestro Simone da Fiesole di poter usare un blocco di marmo smozzicato che il maestro aveva abbandonato in un canto del suo laboratorio dopo aver tentato di scolpire un gigante senza essere riuscito a portarlo avanti; e da quel marmo malconcio il giovane Michelangelo trasse la bellezza apollinea del Davide, compiendo, come scrisse il Vasari, «il miracolo di fare risuscitare uno che era morto».
Di tutti gli scultori suoi predecessori, da Fidia in poi, egli studiò tecnica e armonia di forme, e da tutti questi elementi trasse, alla fine, il personale e geniale estro che scalpellò la maestosità del Mosè e il divino dolore della Pietà; conobbe tutte le opere di pittori antichi e di quelli del suo tempo e condensò poi quelle particolarità nella sua potenza creativa che gli permise di realizzare il prodigio del Giudizio universale. Ammirò la cupola del Brunelleschi a Firenze e dichiarò che non sarebbe stato capace di uguagliarne la bellezza, ma che ne avrebbe fatta una più grande, e così «nuovo Olimpo alzò in Roma ai celesti»: la cupola di San Pietro. Ecco! Le sue opere immortali costituiscono la sua cultura vera. La cultura dunque è il possesso di tante cognizioni, il possesso di tante tessere, trovate prima da altri, che il genio poi riesce a colorare e collocare in modo da creare mosaici sempre nuovi e originali. E poiché essa si riscontra non solo nelle lettere e nelle arti ma anche nella scienza, si può dire che la cultura, quella vera, è il motore perenne della civiltà umana.


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