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DIALOGO
tratto dal n. 01/02 - 2009

La preghiera degli ebrei


Lo strumento potente dell’Adveniat regnum tuum. Incontro con Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità ebraica di Roma


Intervista con Riccardo Di Segni di Giovanni Cubeddu


Riccardo Di Segni [© Contrasto]

Riccardo Di Segni [© Contrasto]

Rav, siamo qui ancora a parlare del dialogo ebraico-cristiano.
RICCARDO DI SEGNI: I problemi potrebbero essere centinaia… Partiamo dalla domanda: «A che cosa serve il dialogo?». In questi ultimi tempi abbiamo avuto la sensazione che la terra tremasse sotto i piedi e tutto quanto saltasse per aria. E che l’importanza del rapporto con noi venisse sempre in seconda battuta rispetto ad altri problemi che, lo riconosciamo, sono importanti per l’unità della Chiesa, eppure sacrificano altre conquiste acquisite. Allora, la prima cosa cui deve servire il dialogo, alla luce di quanto successo ora, è la possibilità di scambiarci francamente opinioni nel rispetto reciproco e vedere come, malgrado la strada sia accidentata, sia possibile proseguire in questo rispetto e in questa collaborazione. Cioè avere la possibilità di marginalizzare le situazioni di crisi. Bisogna avere la possibilità e tanta buona volontà…
Entriamo nello specifico.
DI SEGNI: Ci sono tre livelli di questioni originate dall’ultimo episodio, emblematico, della revoca della scomunica ai lefebvriani, che ha scatenato una montagna di polemiche, peraltro giustificate, sul negazionismo. Primo, è chiaro che il negazionismo è totalmente fuori sede nel pensiero della Chiesa cattolica, però l’equivoco ha messo tutti in allarme, e le critiche sono state al novantanove per cento concentrate su questo aspetto. Il secondo aspetto, molto importante, è il pensiero che sta alla base della divisione dei lefebvriani, i quali non accettano il Concilio e quanto ne deriva – che è fondamentale per consentire il dialogo rispettoso tra ebrei e cristiani – cioè Nostra aetate e i documenti seguenti. Non ci preoccupa tanto l’ovvia polemica sul negazionismo, quanto il fatto che nella Chiesa rientri con dignità un pensiero che rimette in discussione quanto già raggiunto. E non è una preoccupazione da poco.
Terzo?
DI SEGNI: Un problema conseguente, di cui non si è parlato affatto. Cioè: qual è il pensiero ufficiale della Chiesa nei confronti del popolo ebraico e della sua fede? È sintomatico che il giorno dopo l’annuncio della revoca della scomunica, che è avvenuto in gennaio, un sabato, il Papa, nel suo ciclo di omelie dedicate a san Paolo, ha tenuto un discorso sulla conversione dell’apostolo, dicendo che in realtà di conversione non si trattava, perché Paolo era un “ebreo credente”, e quindi passare alla fede in Gesù Cristo era una cosa non contraddittoria. In questa frase probabilmente c’era una velata polemica nei confronti dei lefebvriani, dato che per questi ultimi il giudaismo è il demonio… dal quale liberarsi con un atto di conversione. Per questo Papa non è così, o almeno ha sempre detto e ripetuto che esso è la radice nobile e sacra sulla quale s’innesta la fede cristiana; ma d’altra parte per lui l’ebraismo è pur sempre un’esperienza incompleta, e noi siamo persone incomplete perché dobbiamo coerentemente fare quello che ha fatto Paolo.
Tolti il negazionismo e la discussione sullo stato del dialogo, passato il temporale, resta l’ultima “ipoteca”.
DI SEGNI: Dalla quale come si esce fuori? Almeno evitando di parlarne nei nostri rapporti. Peraltro noi non sappiamo che cosa pensi il Papa quando afferma che il dialogo non può essere religioso… Non sappiamo a chi si riferisca, se alle altre religioni in genere o se per l’ebraismo si fa un’eccezione in quanto più problema “interno”… Però, almeno dal punto di vista ebraico ortodosso, è stato sempre chiaro che il dialogo non può essere sui fondamenti della fede perché questo non conduce da nessuna parte.
Dopo il Concilio la storia del dialogo religioso ha implicato non i fondamenti delle fedi storiche ma alcuni contenuti religiosi.
DI SEGNI: Da noi ebrei circola molto l’idea che non ci debba essere un dialogo tra religioni ma tra i religiosi, che è cosa diversa e molto più utile. Tra le persone e non tra grandi sistemi concettuali.
È per concretezza che si può impostare il dialogo su tzedek e tzedakah, su giustizia e carità. È stato il contenuto della prima udienza che lei come Rabbino capo di Roma ebbe col Papa.
DI SEGNI: La concretezza del dialogo consiste prima di tutto nel partire dal presupposto che la persona che hai davanti è un uomo che ha una ispirazione. Ha qualcosa che lo porta a comportarsi giustamente nella società, e per questo è un tuo alleato, secondo il tuo senso di voler fare il bene e nel comune dovere di portare questa testimonianza. È un presupposto di rispetto fondamentale. Praticamente potremmo trovare tanti campi di applicazione.
Partendo dal caso di Eluana Englaro.
DI SEGNI: Si sono contrapposte due visioni, tra virgolette, una laica e l’altra cattolica, con enormi implicazioni politiche in Italia, e non solo. E vista la piega che avevano preso gli avvenimenti, il profilo che le istituzioni ebraiche hanno mantenuto su questo argomento è stato il più basso possibile: abbiamo assistito in silenzio, perché non volevamo entrare in una guerra santa, una guerra istituzionale religioso-politica.
<I>La Roccia colpita</I>, Marc Chagall, Museo nazionale del Messaggio biblico “Marc Chagall”, Nizza, Francia

La Roccia colpita, Marc Chagall, Museo nazionale del Messaggio biblico “Marc Chagall”, Nizza, Francia

Questo resta però un campo in cui portare le nostre differenze o somiglianze in forma non aggressiva.
DI SEGNI: E sarebbe importante. Sarebbe però necessario evitare che tutto si trasformi in un’enorme bolla mediatica, che falsificherebbe la prospettiva dei problemi reali. In questa società, se restiamo all’etica, sono ben altre le questioni reali, con tutto il rispetto della sofferenza nel caso specifico, sono ben altre le urgenze. Esiste una bioetica del caso estremo, di cui si straparla sempre, ma esiste pure la bioetica del quotidiano – quella delle disparità di trattamento, delle risorse limitate, delle categorie a rischio – che dovrebbe farci schierare tutti quanti insieme a testimoniare e chiedere a gran voce qualche legge, non quella fatta la notte prima della sospensione del trattamento.
Ci chiediamo ancora se abbiamo dei valori comuni? Certo, e sulla bioetica del quotidiano non c’è molto da discutere, c’è un’urgenza morale. Allora facciamole insieme queste cose…
Lei una volta ha detto espressamente che è lecito applicare il realismo politico al dialogo ebraico-cristiano.
DI SEGNI: Realismo politico significa che a nessun ebreo dovrebbe venire in mente di dire a un cristiano: «La tua fede è strana perché non corrisponde alla nostra idea di monoteismo»; così come non dovrebbe venire in mente a un cattolico di rivolgersi a un ebreo dicendo: «Adesso convertiti». Un tempo era così, sia dal punto di vista della psicologia della pressione quotidiana che da quello delle esplosioni violente in tal senso. Questo sembra finito, almeno nell’orizzonte del mondo cattolico, anche se non lo è in settori del mondo evangelico. Realismo significa che io non mi adopero programmaticamente per cambiare le idee di chi mi sta attorno e gli consento, secondo la sua coscienza, di fare il suo cammino. E poi si vedrà… Realismo politico significa che se ci sono urgenze etiche nella società, possiamo intervenire insieme, scambiarci da amici le esperienze. Oppure c’è un altro campo da percorrere, più delicato e che contiene dei rischi: lo studio della religiosità altrui.
Che cosa significa in questo caso studiare?
DI SEGNI: Il credente, vedendo i fedeli di altre religioni dice: «Ma guarda come sono fedeli al loro Dio!», e si chiede: «Che cosa faccio io rispetto a questo che vedo?» e «quanti di noi pregano con tale ardore?». Mica questo riguarda solo i rapporti tra ebrei e cristiani… qualunque italiano deve essersi posto la domanda vedendo piazza del Duomo stipata di musulmani in preghiera. Qui non è in gioco la possibile provocazione politica, ma una religiosità così pubblica, forse ostentata, che comunque a un cattolico e a un ebreo ha posto l’interrogativo sulla fede vissuta da tutta una collettività. «E noi invece?», si devono esser detti ambedue. Può capitare a un cristiano, vedendo gli ebrei festeggiare Pesach, la Pasqua, o a un ebreo, guardando la testimonianza forte dei cristiani in certi tempi liturgici. E a tutti e due capita di fronte all’islam…
È un guardare, e questo guardare porta domande: se quello che gli altri fanno è giusto, perché hanno tanto calore e io no, se invece il loro metodo è incoerente, se c’è un’ostentazione che va oltre le basi della fede, oppure se quella è la nostra stessa ostentazione… È un momento in cui, in Italia come altrove nel mondo, usciamo da un provincialismo in cui, in passato, l’unico gruppo diverso – di fronte a un universo completamente cattolico – erano gli ebrei. Adesso tutto è più variegato…
Che cos’è la preghiera per la pienezza della redenzione, Gheullà Shelemà, per gli ebrei?
DI SEGNI: Bisogna partire dal presupposto che l’ebraismo nasce con una radice che non è meramente religiosa ma è anche nazionale, di collettività, e quindi il modello di redenzione iniziale è quello dell’esodo dall’Egitto, in cui un popolo esce dalla schiavitù. Nella promessa di Dio a Mosè (Esodo 6, 6) ci sono quattro espressioni fondamentali in cui si parla di redenzione. Perciò nell’esperienza ebraica essa è anche redenzione dal giogo, cioè indipendenza collettiva politica. Poi ci sono altre categorie, la liberazione materiale del singolo e infine la liberazione spirituale. Una cosa non esclude l’altra, sono facce della stessa realtà. La redenzione spirituale significa crescita. Soltanto in alcune parti del pensiero mistico ebraico esiste un concetto che si avvicina a quello del peccato originale cristiano, mentre l’idea della ricostituzione dell’unità originaria è comunque presente in vari aspetti del pensiero ebraico, come il rimettere ordine nel disordine primordiale provocato dalla colpa di Adamo, anche questo considerato redenzione completa. Ci sono tante sfaccettature…
Tale preghiera ha o no la stessa valenza di preghiera per la conversione, come nella Pro Iudaeis del Venerdì Santo?
DI SEGNI: L’espressione Gheullà Shelemà compare nella preghiera quotidiana delle 18 Benedizioni che non è la preghiera universale dell’Alenu [l’Alenu è la formula conclusiva delle preghiere quotidiane, la dichiarazione di fede e di speranza dell’accoglimento universale del regno divino, ndr]. E quando noi preghiamo per la redenzione completa è per la redenzione del popolo di Israele, nei sensi esposti prima. La preghiera, da qualcuno contestata, è quella dell’Alenu, che potrebbe contenere allusioni al cristianesimo, ma sono solo possibili allusioni. C’è chi le vede e chi no. La leggo e traduco dall’ebraico così non c’è possibilità di equivoco. [Il Rav legge brani dal libro Preghiere, del rabbino capo di Roma David Prato, del 1950, con testo a fronte in ebraico, ndr].

«Noi dobbiamo lodare il padrone del tutto e riconoscere grandezza all’autore della creazione perché non ci ha fatto uguali ai popoli idolatri e non ci ha costituiti come le famiglie dei pagani, poiché essi si prostrano davanti al nulla e alla vanità e invocano dei che non possono soccorrerli». Per quanto il testo sia stato interpretato da qualcuno come una allusione polemica al cristianesimo, queste invece sono espressioni che precedono notevolmente il cristianesimo e questa preghiera potrebbe anche essere stata tranquillamente una preghiera dei primi cristiani…

«Mentre noi ci inginocchiamo e ci prostriamo dinanzi al Re dei re, Santo e Benedetto Egli sia, il quale stese la volta del cielo e fondò la terra […] Pertanto noi speriamo, o Eterno Dio nostro, di vedere al più presto la gloria della Tua forza affinché scompaiano le impurità dalla terra e siano definitivamente eliminati i falsi dei. Con l’avvento del Tuo regno il mondo sarà perfetto». L’avvento del Tuo regno, tipica espressione ebraica, non ricorda forse anche una preghiera cristiana?
«Tutti i mortali invocheranno il Tuo nome e tutti i malvagi si volgeranno pentiti a Te. Riconosceranno e sapranno tutti gli abitanti dell’universo che solo a Te dovranno piegare i loro ginocchi, che solo Te ogni lingua dovrà invocare. Dinanzi a Te, o Eterno Dio nostro, piegheranno e cadranno, e alla gloria del Tuo nome renderanno omaggio. Tutti accetteranno il giogo del Tuo regno e Tu regnerai sopra di loro, presto, in perpetuo». Questa è la continua ripetizione del concetto del regno che deve arrivare, che è poi lo strumento potente dell’Adveniat regnuum Tuum. Come vede, in definitiva siamo parenti…

«Perché la regalità appartiene a Te e in perpetuo Tu regnerai gloriosamente come è detto nella Tua Torah: l’Eterno regnerà in perpetuo, ed è pure detto: l’Eterno sarà re su tutta la terra, e in quel giorno l’Eterno sarà Uno e il Suo nome Uno! Ed è inoltre proclamato: Ascolta, Israele, l’Eterno Dio nostro, l’Eterno, è Uno» Questa è nata come preghiera per il capodanno, e nel novero delle preghiere di questo tempo che hanno un loro ordine proprio ne vengono recitate alcune che hanno a tema la regalità divina e si proclama Dio Re dell’universo. Quando sia nata non lo sappiamo, alcuni l’attribuiscono a Giosuè, altri la spostano molto più avanti nei secoli. Per la sua importanza fu poi deciso di leggerla tutti i giorni alla fine delle preghiere quotidiane.
<I>La festa</I>, 1925, Marc Chagall, collezione privata

La festa, 1925, Marc Chagall, collezione privata

È innegabile che ci sia stata una lettura da parte degli stessi fedeli ebrei in senso polemico nei confronti del cristianesimo.
DI SEGNI: Sì, ma lei ora conosce il testo autentico. E un frutto del dialogo, su cui insisto spesso, è proprio questo: che il rapporto di serenità e di rispetto tra le religioni è strettamente consequenziale alla riduzione dell’aggressività delle parti. Nel momento in cui c’è aggressività verso l’ebraismo, questo reagisce alzando steccati, «tu mi tratti così e io dico che…», e viceversa. A che cosa serve il dialogo? A far sì che una preghiera che è nata come universale resti tale nella coscienza di chi la recita, senza trasformarsi in altro, senza pestarci i piedi. Perché c’è una preghiera e c’è il possibile valore aggiunto dell’allusione polemica, che si elide quando si abbassa la polemica.
Durante una delle giornate del dialogo ebraico-cristiano lei spiegò l’universalismo ebraico partendo da Noè, un uomo modesto e onesto che «procedeva con Dio».
DI SEGNI: Per la Bibbia, a Noè è bastato essere un uomo comune che obbediva a Dio per salvarsi e fondare una nuova umanità tutta intera. Il cristianesimo si presenta come religione abramitica, e Abramo invece “precedeva” Dio… L’ebraismo attorno a Noè ha accolto la realtà della doppia salvezza, e cioè che non è necessario sottoporsi alla dottrina speciale del sacerdozio israelita per ottenere i premi futuri. Universalismo ebraico significa che è sufficiente che ognuno segua la strada in cui si trova al momento della sua nascita e ne rispetti le norme, cioè il rispetto della creazione, degli altri uomini e del rapporto con Dio. Io credo che ognuno per la sua strada, ebrei e cristiani osservanti, possano arrivare alla salvezza. Ma se ebrei e cristiani divengono i missionari zelanti della fede pura a che cosa serve parlarci?
Rav, lei è un noto romanista. La squadra tifata dalla comunità ebraica di Roma, il Roman, fu una delle tre società che fondendosi diedero vita alla A.S. Roma. E i colori della maglia della A.S. Roma sono quelli del Roman. Se lo ricordava?
DI SEGNI: Che vuole che le dica: purtroppo esistono ancora ebrei laziali…


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