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NOVA ET VETERA
tratto dal n. 03 - 2009

Archivio di 30Giorni

La signoria di Cristo nel tempo


Nel breve spazio di tempo che va dall’ascensione al cielo di Gesù Cristo al suo ritorno glorioso, la vittoria del Signore si manifesta già in questo mondo. Ripercorriamo i saggi sull’Apocalisse di Heinrich Schlier a venticinque anni dalla morte del grande esegeta bavarese


di Lorenzo Cappelletti


L’affresco della controfacciata della chiesa di San Pietro al monte Pedale 
presso Civate (Lecco) che raffigura il capitolo XII dell’<I>Apocalisse</I>

L’affresco della controfacciata della chiesa di San Pietro al monte Pedale presso Civate (Lecco) che raffigura il capitolo XII dell’Apocalisse

Non passa giorno che l’eco dell’Apocalisse e dei suoi temi non risuoni da articoli di giornale, da saggi sull’attualità e sulla storia, da dibattiti e programmi televisivi e soprattutto dal cinema e dai suoi effetti speciali, che peraltro sono quelli che meno colgono nel segno, proprio perché quella dell’Apocalisse è una lingua «che tenta di afferrare e di rendere nel segno – e non nell’immagine – l’importanza dell’avvenimento e insieme il vero e reale avvenimento nell’avvenimento del mondo» (Heinrich Schlier, Il tempo della Chiesa, p. 428). Corsivi nella traduzione in italiano, che a noi richiamano il libro pubblicato giusto dieci anni fa, nel fatidico 1993, che conteneva interviste e conversazioni con don Giussani: Un avvenimento di vita, cioè una storia. Itinerario di quindici anni concepiti e vissuti.
Non possiamo proprio noi dunque “bucare”, come si dice in gergo giornalistico, cioè ignorare questa attualità dell’Apocalisse. Ce ne interesseremo perciò, ma a modo nostro, lasciandoci condurre da Heinrich Schlier. Guida autorevole (questo vuol dire esegeta), anche se inattuale già da vivo: ma la sua testimonianza è stata ricordata dal cardinale Ratzinger nel suo recente intervento per il centenario della costituzione della Pontificia Commissione biblica (cfr. 30Giorni, n. 6, giugno 2003, p. 68).
Schlier, del quale ricorre a dicembre il venticinquesimo anniversario della morte, dedicò espressamente all’Apocalisse tre saggi, ma ne trattò anche in altri. Ci serviremo anche di questi. Li citeremo tutti dalle raccolte in italiano che li contengono, seppure prendendoci la libertà in certi casi di ritradurli dagli originali tedeschi (Il tempo della Chiesa, del 1965 = TC; Riflessioni sul Nuovo Testamento, del 1969 = RNT; La fine del tempo, del 1974 = FT).
Il nostro intento non è tanto di ripercorrere le fasi più cruente dello scontro apocalittico che preludono alla fine dei tempi, alle quali altre volte ci siamo dedicati, quanto di cogliere come, secondo l’Apocalisse, nel tempo che pure resta, «per segni e nascosta nell’umano [...] la signoria di Gesù Cristo, innalzato per noi sulla croce a causa del suo amore obbediente, si rivela in questo breve spazio di tempo che ancora Dio concede al singolo e a tutta l’umanità» (FT, p. 68). Infatti se, con la morte e la resurrezione di Gesù Cristo, «il tempo di Dio ha fatto irruzione nel tempo come fine del tempo» (ivi, p. 81), questo non comporta però l’immediata fine dei tempi: «La fine del tempo è venuta con la nascita, la passione e l’ascensione di Gesù Cristo (cfr. per esempio Ap cap. 5 e 12; 11, 15.17s; 19). Nell’Apocalisse viene annunciata pertanto la “vicinanza” dell’“ora”, la venuta del Signore “pronta” o “rapida”, la “pochezza” del tempo (1, 1.3; 2, 16; 3, 11; 11, 14; 12, 12; 22, 6s.10.12.20). Tuttavia questa “vicinanza” della fine non esclude, ma anzi include un periodo di tempo dato al mondo. [...] Il fatto che tale dilazione di tempo non venga ritenuta contraddittoria con la “vicinanza” del Signore, dimostra che questo tempo è veramente affidato a Dio, il quale anche quando concede tempo rimane inafferrabilmente vicino» (TC, p. 169). Ecco, vorremmo vedere come il poco tempo che resta sia veramente affidato a Dio inafferabilmente vicino.

L’ira del drago di fronte alla vittoria di Gesù Cristo
Che questo tempo è affidato a Dio lo dice anzitutto il fatto che l’inizio della fine comincia e avanza in forza della vittoria di Gesù Cristo. Dall’apertura del primo sigillo, sul bianco cavallo segno del suo corpo risorto, «il testimone fedele e verace» (Ap 3, 14 e 19, 11), il «Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19, 16) «uscì vittorioso per vincere ancora» (Ap 6, 2). «La morte obbediente di Gesù Cristo in croce [...] è la vittoria, la vittoria dell’amore. Non ne è la sconfitta. Poiché questo morto è stato risuscitato da Dio ed elevato alla destra del Padre» (RNT, p. 465). Non è una catastrofe a determinare l’inizio della fine del tempo, ma la vittoria con cui Gesù Cristo risuscitato dai morti e asceso al cielo ha tolto alla morte e all’inferno le chiavi della loro sovranità (cfr. ivi). È molto importante stabilire questo punto di partenza perché, come vedremo subito, catastrofi e distruzioni vengono di conseguenza, sono il segno invece della fine dei tempi. Da una parte, sono il modo con cui la forza apparente dell’autoaffermazione egoistica della storia cerca di costruire la sua opposizione. Essa «non vuole ammettere il suo crollo metafisico e con terribili destini e catastrofi costruisce sul suo abisso un regno politico e spirituale opposto al regno di Dio e di Cristo» (ivi, p. 470). Dall’altra, sono l’ammonimento, l’esortazione e il giudizio che Dio «manda innanzi dal futuro come segno della sua onnipotenza critica» (ivi, p. 477).
La vittoria di Cristo infatti ha spodestato satana, visto sotto forma di drago (cfr. Ap 12, 3ss), dal posto occupato sinora presso il trono di Dio ed esso si getta con le sue schiere sulla terra dove, con grande ira, anche perché sa di avere ormai poco tempo (cfr. Ap 12, 12), va a far guerra al resto della discendenza di quella donna che ha tentato invano di travolgere insieme al suo figlio. «In qualche modo la conoscenza della fine si è comunicata in profondità allo spirito della storia. Esso “sa che ha poco tempo”, che il tempo del mondo ha una scadenza e per questo, secondo il veggente dell’Apocalisse, esiste lo strano fenomeno del furore della storia» (FT, p. 87).

La lotta degli angeli guidati dall’arcangelo Michele contro il drago rosso che tenta di divorare il bambino subito sottratto e portato in cielo

La lotta degli angeli guidati dall’arcangelo Michele contro il drago rosso che tenta di divorare il bambino subito sottratto e portato in cielo

La guerra e le tregue
Di questo furore, di questa guerra che, per quanto inane, «non avrà fine sulla terra» (ivi, p. 89), i santi, cioè «coloro che osservano i comandamenti di Dio e custodiscono la testimonianza di Gesù» (Ap 12, 17), «sono il nemico ultimo» (FT, p. 89).
Questo è molto strano, scrive Schlier, perché si tratta di «piccoli uomini assediati» (RNT, p. 474); «derisi dall’intelligenza dello Stato mondiale» (ivi, p. 475); approssimativamente sempre sconfitti: alla bestia «viene dato di far guerra ai santi e di vincerli», si legge in Ap 13, 7; «sottoposti a grandi tentazioni, alla debolezza e al fallimento» (FT, p. 89); «pochi» (ivi), tanto che, scrive Schlier, «il corpo di Cristo in verità non avrà alla fine più alcun posto» (TC, p. 40), o, in altro luogo, che «non si potrà più parlare di un mondo cristiano ma solo di santi e testimoni sparsi» (RNT, p. 273). «Quanti siano coloro che accetteranno di farsi dare la vita da Cristo e, nell’obbedienza, di farsi portare e di farsi istruire da Lui, questo non lo sa nessuno. Ma il Nuovo Testamento una cosa sembra indicarla. Quanto più le cose si avvicinano alla fine di cui non si può sapere il momento, ossia vanno veloci incontro alla definitiva rivelazione della signoria di Cristo, tanto minore e insignificante sarà il numero di coloro che accetteranno che Cristo sia il Signore» (FT, p. 72).
Con tutto ciò, costoro «minacciano apertamente il dio insediato dell’impero universale, gli fanno sentire la sua fragilità e gli ricordano la sua scadenza» (ivi, p. 89), pure a partire dal fatto che «vi sono anche tregue nella situazione funesta in cui si trovano i credenti e l’umanità in generale» (RNT, p. 478), cioè che la vittoria della bestia non è mai completa: «La vittoria in terra tocca sempre approssimativamente ma non completamente alla bestia» (ivi, p. 475). Non è la bestia, infatti, ma sono essi, in quanto vivono della vittoria di Gesù Cristo, i testimoni di una vittoria irreversibile. «La vittoria di Gesù Cristo, con la quale è spezzato l’arbitrio della storia generatore di tenebre e distruzione, incalza la storia stessa anche col popolo che vive di tale vittoria e per tale vittoria, e che ne dà così testimonianza. È rimarchevole che nelle visioni del veggente la Chiesa sia presentata in definitiva nient’altro che come una Chiesa di testimoni e il suo agire come un rendere testimonianza» (ivi, p. 468). Eppure costoro, nemmeno come testimoni sono «senza macchia» (ivi). I membri delle sette comunità dell’Asia, che rappresentano tutta la Chiesa, possono essere «“morti” in parte» (ivi), ma «si convertono anche quando sono caduti e hanno fallito. E così sono testimoni della vittoria di Gesù» (ivi). Infatti, secondo una icastica definizione di don Giussani del concetto di testimonianza, contenuta proprio in quel testo citato all’inizio (p. 346), essa consiste nel «rendere presente Cristo attraverso il cambiamento che Egli opera in noi».

Fede, vigilanza, pazienza, speranza, lode
Quali sono, in questo breve tempo che resta, le caratteristiche della testimonianza, ovvero del cambiamento che Cristo stesso opera nei testimoni? Schlier nei suoi scritti sull’Apocalisse le elenca in numero e ordine che non sono sempre i medesimi e ne sottolinea ora l’una ora l’altra, anche se spiccano sempre vigilanza e pazienza. Prendiamo per buono l’elenco contenuto in RNT (p. 479), dove si dice che, pur non potendo «mutare e invertire il corso delle cose nel loro insieme», lo si può e lo si deve «vivere nella libertà, ed essere già, molto al di là e al di sopra di esso, accanto alla vittoria di Cristo con la fede, la perspicacia, la vigilanza, la pazienza, la speranza e il rendimento di grazie». Come si vedrà, le movenze della bestia cercano di contraddire punto per punto l’«essere accanto» (ivi), o il «vivere della vittoria di Cristo» (ivi, p. 468).

1) La prima caratteristica è il restar fedeli al nome di Cristo: «“E tu resti fedele al mio nome e non hai rinnegato la mia fede” (Ap 2, 13). “Solo rimanete fedeli a ciò che avete, finché io venga” (Ap 2, 25). Che cos’hanno? Insieme con la fede, la testimonianza del Signore e del suo Spirito e la sua profezia. In questa storia è di decisiva importanza la fedeltà, la fedeltà irremovibile a Dio e al proprio Signore» (RNT, p. 480). La fede è dunque «fermezza perseverante», «rimanere», «stare», «tenere» (cfr. FT, pp. 91-93).

2) Accanto alla fermezza perseverante sta la vigilanza (ovvero la sobrietà), che è «l’essere pronti interiormente e esteriormente per il futuro del Signore» (RNT, p. 480). In essa Schlier include anche la perspicacia. «Esser sobrii significa vedere e prendere le cose così come esse sono» (FT, p. 92). In una pagina che ci sembra attualissima (si potrebbe confrontarla con certi passaggi del recente La guerra di Alberto Asor Rosa), Schlier dipana la matassa: «Posti quotidianamente di fronte alla possibilità estrema della storia, cioè di fronte all’amore di Cristo, che, nascosto eppure reale, fa udire il suo appello nella storia che lo combatte, lasceremo cadere ogni illusione riguardo alla storia. Non sogneremo più di poter progettare, disporre e guidare il suo svolgimento. E questo non solo perché la storia, perfino nel più ristretto ambito di vita, è spesso imperscrutabile, ma perché la sua concreta pretesa di volta in volta è così grande e così difficile da attuare, che a colui che la intuisca passano tempo, voglia e capacità di fare altro in essa che non sia vivere il momento presente, vivere il momento presente in essa offerto del futuro dell’amore di Dio» (TC, p. 438).
E d’altra parte «essere sobrio significa distinguere» (FT, p. 93). «Nulla è così difficile in questa storia come distinguere ogni giorno Gesù Cristo dall’anticristo» (RNT, p. 480). In questa storia che tutto imita, l’istinto spirituale deve permettere invece «di esaminare e fare differenze» (ivi).

3) Della pazienza, che, come la testimonianza e la fede, è la pazienza di Cristo, Schlier, in RNT (pp. 480-481), tratteggia solo alcune caratteristiche che in altre opere sviluppa in pagine efficacissime: «sopportazione indefessa del dolore e della tentazione»; «calma riservata»; «prudenza»; «sopportazione caritatevole dell’altro e in un certo senso anche di me stesso»; «semplice fermezza nella resistenza contro l’adorazione dello Stato mondiale totalitario»; «cammino rapido e attesa».
a) Quanto alla sopportazione indefessa del dolore e della morte e alla calma riservata, esse sono poste particolarmente vicine alla fede: «Il profeta [l’autore dell’Apocalisse] esorta i lettori del suo scritto a stare ad ascoltare e li invita a star calmi: “Se si tratta di prigione, sia la prigione. Se si tratta di morte di spada, sia la morte di spada. Ora son necessarie la costanza e la fede dei santi” (Ap 13, 9-10). [...] I cristiani non si ribellano neppure contro la bestia; non sono ribelli politici. Non l’adorano, ma nemmeno la combattono con violenza. Sanno di far parte del numero delle anime sotto l’altare (Ap 6, 9ss), che non è ancora completo, e di non sfuggire al dolore. Essi oppongono pazienza e fede alla rabbia della bestia. È la pazienza che vive della pazienza di Cristo (cfr. Ap 3, 10), ed è la fede che Cristo ha testimoniato» (TC, p. 41).
b) La resistenza contro l’adorazione dello Stato mondiale totalitario non coinvolge la leale obbedienza all’autorità politica legittima in quanto questa tende a conservare l’ordine e la pace, beni preziosissimi anche per i cittadini della città di Dio. Dunque «anche nell’Apocalisse [come nella Lettera ai Romani, commentando la quale in altro luogo Schlier scrive che «allo Stato possono in verità obbedire solo coloro che, facendo questo, vogliono e possono obbedire a Dio» (RNT, p. 266)] i martiri non sono dei ribelli e quindi l’autorità dello Stato non viene intaccata. Per comprendere il giudizio dell’Apocalisse bisogna appunto porre attenzione a quale Stato essa faccia riferimento e in quale situazione questo Stato le si presenti» (TC, p. 24). Mentre «lo Stato, in quanto ancora Stato, ostacola lo Stato degenerato» (RNT, p. 269), è proprio la degenerazione di esso che si presenta nell’Apocalisse come qualcosa di mostruoso, che non pretende obbedienza ma adorazione religiosa. «Non è “lo Stato” in sé, cioè il potere politico, che è al servizio dell’ordine di questo mondo, ma il potere che si sottrae al compito di instaurare il giusto ordine e quindi, invece che potere ordinatore, risulta una forza politica degenerata, la quale appare concretamente in forma disumana (Ap 13, 2a)» (TC, p. 35). Tanto che alla fine «non sa più nemmeno punire, ma solo assassinare o, come si legge ad un certo punto (Ap 18, 24), “scannare”» (RNT, p. 272). Eppure, anche di fronte a questa degenerazione bestiale, “semplice fermezza”, non battaglia.
c) Quanto alla rapidità del cammino che non va a discapito dell’attesa nei confronti della vittoria di Gesù Cristo leggiamo un brano di supremo realismo. Di fronte a quella specie di immortalità dello Stato mondiale che stupisce la terra (cfr. Ap 13, 3), di fronte alla parola d’ordine della giovinezza immortale (cfr. Ap 18, 7), «la pazienza non anticipa nulla presumendo e sognando, nemmeno il pane quotidiano; ma nemmeno la morte; mentre l’uomo aggrappato al proprio futuro e al futuro del proprio mondo si perde per pura impazienza in illusioni» (FT, p. 70). Al contrario, «l’impazienza pratica e metafisica nasce dall’ansia del tempo, che abbiamo ricevuto in dote insieme ad esso, e si rivela fra l’altro nel rincorrere il tempo, credendo di rendergli giustizia. Si rende invece giustizia al tempo solo se si dà tempo al tempo. E gli si dà tempo solo se ci si abbandona, e lo si abbandona, al tempo di Dio» (ivi, p. 91).
L’Agnello circondato da 18 martiri, ovvero il numero corrispondente al nome di Gesù; nei pennacchi quattro angeli trattengono i quattro venti di distruzione, affresco del cupolino del ciborio della chiesa di San Pietro al monte Pedale presso Civate (Lecco)

L’Agnello circondato da 18 martiri, ovvero il numero corrispondente al nome di Gesù; nei pennacchi quattro angeli trattengono i quattro venti di distruzione, affresco del cupolino del ciborio della chiesa di San Pietro al monte Pedale presso Civate (Lecco)


4) Eccoci condotti dalla pazienza alla speranza. «E così si afferma la speranza, che attende eppure procede veloce, procede veloce eppure attende in vedetta e alzando lo sguardo al Signore proprio quando non c’è più nulla da sperare, nella concreta angustia della vita, nel distacco, nel morire. Dà prova di essere la forza portante di un’esistenza portata e quindi aperta, che accetta e sopporta la morte come morte e la vita come vita» (ivi, p. 70).
Seppure la parola non compare nemmeno una volta nell’Apocalisse, «la speranza non è una delle voci del nostro scritto, ma ne è la voce fondamentale» (RNT, p. 481), in quanto «ciò che la speranza unicamente spera e ciò che le viene dato in compenso è la rivelazione della vittoria di Gesù Cristo, nascosta, ma reale» (ivi).

5) «Il frutto e la prova della speranza» è «la lode a Dio che pervade tutto il libro» (ivi). La lode a Dio Creatore anzitutto. La creazione non è messa a tacere: «in mezzo alle visioni del danneggiamento e della rovina della terra e del suo cielo s’innalzano continuamente la lode e il rendimento di grazie per la creazione e per il Creatore e l’ammonimento ad adorare “il Creatore del cielo e della terra, del mare e delle sorgenti” (Ap 14, 7; cfr. 4, 11; 5, 13)» (ivi). Ma soprattutto «risuona la lode al salvatore della storia» (ivi), nella quale è contenuta anche «la lode al giudice» (ivi, p. 482). Per reazione, «l’autoadorazione e l’autotrasfigurazione del mondo diventano la mèta di una storia invasata di sé, autoglorificazione che appare tanto più sinistra in quanto non ha più alcun fondamento, essendo la potenza della storia ormai spezzata» (ivi, p. 472).

«La fedeltà, la vigilanza, la pazienza, la speranza e la lode sono nel nostro libro oggetto di richiesta senza che venga detto qualcosa sul loro significato per lo svolgersi quotidiano della storia. È certo però che in esse non solo è superata in libertà questa storia, ma vengono anche preparati spazi storici di ordine e refrigerio e periodi di sollievo e di salvezza» (ivi, p. 482). Che bello che dentro e al di là della guerra, e prima ancora di capirne passo passo il perché, proprio attraverso la fedeltà, la vigilanza, la pazienza, la speranza e la lode, già possiamo vivere quieti come bambini, in pace.


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