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RECENSIONE
tratto dal n. 03 - 2009

Consigli spirituali


Per i suoi cinquant’anni di sacerdozio il cardinale Francis Arinze ha pubblicato un libro di riflessioni indirizzato a seminaristi e giovani preti. Confidenziale, bonario ma pieno di una rara saggezza


di Tommaso Ricci


Francis Arinze, <I>Riflessioni sul sacerdozio. Lettera a un giovane sacerdote</I>, Lev, Città del Vaticano 2008, 142 pp., 12,00 euro

Francis Arinze, Riflessioni sul sacerdozio. Lettera a un giovane sacerdote, Lev, Città del Vaticano 2008, 142 pp., 12,00 euro

Ha 77 anni, ha partecipato alle sessioni finali del Concilio Vaticano II, ha attraversato la tempesta postconciliare, è stato giovane arcivescovo nella sua Nigeria, poi dall’84 ha servito il popolo di Dio stando a Roma, nella Curia pontificia, chiamato da Giovanni Paolo II. Avrebbe potuto scrivere un’autobiografia ricca d’aneddoti, incontri e vicende interessanti. Ma, volgendosi all’indietro, quel che allieta più di tutto il cardinale Francis Arinze è la sua lunga esperienza di sacerdote, il suo ministero presbiterale. Avendo appena festeggiato il giubileo (50 anni) della sua ordinazione e ispirandosi al verace principio che una gioia condivisa è una gioia moltiplicata, Arinze esprime allora il suo giubilo in un libro indirizzato ai giovani preti e a chi al sacerdozio si prepara, in cui trasmette i cardini ecclesiali dell’essere sacerdote cattolico e i suoi consigli spirituali.
Un dono inestimabile in questi tempi confusi in cui, come scrive Paolo, «non si sopporta più la sana dottrina ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circondano di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole». Sempre più spesso i fedeli si trovano costretti ad apprezzare (e talora a rimpiangere) la presenza di un sacerdote rettamente formato, cioè legato in modo intimo e sacramentale a Gesù Cristo, Buon Pastore e unico Redentore. «Il sacerdote è un altro Cristo», scrive Arinze, «così lo vede il popolo di Dio e perciò lo accetta e lo rispetta… Senza Cristo il presbitero diventerebbe ridicolo». Parole scontate? Mica tanto. Arinze sa bene che le cose non stanno così: «È sempre in agguato il rischio di essere così assorbito dagli affari di Gesù, al punto che però Gesù non risulti più sufficientemente al centro delle sue occupazioni e preoccupazioni». Perciò l’assiduità alla preghiera, la consuetudine amorosa con le Scritture, lo zelo nel confessare, non sono mai un optional neanche per il prete più impegnato.
Il porporato dispensa le sue riflessioni sul sacerdozio con serena bonomia, con tono confidenziale, come un padre che istruisce un figlio e soprattutto come uno che invita a guardare non a sé, al proprio esempio, bensì a un Altro, a Colui al quale lui ha guardato per tutta la vita. Ciò rende Arinze sicuro, preciso e spigliato anche nei consigli spiccioli («rispondere sempre sollecitamente alle lettere o email. Uno dei modi sicuri per perdere gli amici è quello di ignorarle»).
Anche nel modo di affrontare la Croce il sacerdote rammenti sempre che il modello è Gesù Cristo, dice il presule. «Se Dio ci avesse consultato, l’avremmo proprio consigliato di far nascere a Betlemme in una stalla il Suo Divin Figlio? [...] Non avremmo consigliato un piccolo miracolo per risparmiare alla Santa Famiglia la fatica della fuga in Egitto?».
Pure il tramonto della vita è preso in esame: «Ogni sacerdote deve pregare per chiedere la grazia di una buona preparazione alla morte. È meglio per lui iniziare a fare i bagagli per tempo». Come si vede, pensieri semplici, rivolti ai preti giovani ma buoni per ogni cristiano (non dice la saggezza popolare cristiana: «’L segret d’la vita l’è ’na bona crepada»?).
Da ultimo, come padre conciliare, sia pure in extremis (al Concilio fu scambiato, data la sua età e il suo aspetto giovanile, per un seminarista, racconta), Arinze nella pagina conclusiva spende qualche parola su quello che «è sicuramente il più importante e ineguagliabile evento della vita della Chiesa nel secolo scorso». Ma ne parla al clero di domani perché «dopo quarantatré anni, la Chiesa ha ancora molta strada da fare per dare attuazione alle direttive del Concilio. Ciò è normale. Un evento così importante capita assai raramente e occorre molto tempo per assimilarne il messaggio e attuarne le indicazioni, non soltanto a Roma, ma nelle diocesi e nelle parrocchie del mondo; è necessario anche prestare molta attenzione al fine di non consentire che qualcuno faccia passare le proprie idee come “lo spirito del Vaticano II”». Anche questa è saggezza, sempre più una rarità ai dì odierni.


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