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STORIA
tratto dal n. 06/07 - 2009

«Con la maggior fiducia prego la tua Maestà...»


Così scriveva Pio IX all’imperatore della Cina in una lettera che non giunse mai a destinazione e che oggi è utile leggere di nuovo


di Giovanni Cubeddu


I ritratti dell’imperatore cinese Xianfeng (1850-1861) e di Pio IX (1846-1878); sullo sfondo, il testo della lettera del Pontefice all’imperatore

I ritratti dell’imperatore cinese Xianfeng (1850-1861) e di Pio IX (1846-1878); sullo sfondo, il testo della lettera del Pontefice all’imperatore

«Per sentimento comune lo stabilire diocesi e arcidiocesi sarebbe per ora cosa immatura e le ragioni sono che: primo, i cristiani sono pochi e dispersi; secondo, i sacerdoti sia europei che cinesi sono bisognosi del regime della Sacra Congregazione [Propaganda Fide]; terzo, il clero cinese non solo è insufficiente nel numero ma anche nel sapere; quarto, mancano i mezzi necessari al decoro vescovile, al sostentamento della curia e all’amministrazione della diocesi; quinto, lo spirito della popolazione è ancora avverso, e le persecuzioni non sono finite, per cui il vescovo non potrebbe avere stabile residenza; sesto, sarebbero più difficilmente rimediabili gli errori dei vicari apostolici, mentre col regime attuale, senza scandalo e pericolo di scisma o d’eresia, può rimuoversi il vicario apostolico; settimo, le corporazioni religiose manderebbero meno soggetti in quelle missioni dove il prelato superiore non fosse del proprio istituto, d’altronde il clero cinese ha ancor bisogno del clero europeo; ottavo, la Chiesa di Cina sarebbe meno strettamente dipendente dal capo supremo, il romano pontefice, di quello che lo sia al presente».
Tale era la povera e traballante realtà della Chiesa cattolica nel Celeste Impero intorno alla metà del XIX secolo. E chi voleva conoscerla non doveva far altro che leggere le Osservazioni generali del visitatore apostolico della Cina [padre Luigi Celestino Spelta, ofm] su le necessità delle missioni in Cina. «Frutto dell’esame dei fatti e risultato delle osservazioni», le sue periodiche epistole e il rapporto finale del viaggio furono di sicura utilità a Pio IX (che lo aveva inviato in Estremo Oriente), al prefetto di Propaganda Fide, cardinale Alessandro Barnabò, nonché alle numerose autorità ecclesiastiche – tra cui il ministro generale dei Frati minori e il superiore dei Gesuiti – destinatarie delle informazioni in quanto responsabili dell’andamento di quelle remote missioni cattoliche. E fu ancora a padre Celestino, come vedremo, che il Papa affidò una lettera da consegnare personalmente nelle mani dell’imperatore cinese, lettera che, purtroppo, non arrivò mai a destinazione.
Padre Spelta operò in un periodo travagliato della vita dell’Impero cinese e della Chiesa – basti pensare alla Guerra dell’oppio e alla successiva fine dello Stato pontificio – e ripercorrere brevemente il suo viaggio ci offre l’occasione per ritrovare qualcosa che sia utile anche per le attuali (auspicate) relazioni tra la Cina e la Chiesa cattolica. Ci facciamo accompagnare in questa ricostruzione da padre Giuseppe Buffon, storico e docente della Pontificia Università Antonianum, che da tempo dedica ricerche e scritti al tema delle missioni francescane in epoca moderna. È anche un modo per celebrare gli ottocento anni dalla prima approvazione della Regola di san Francesco da parte di papa Innocenzo III.

Pochi e poveri missionari in un territorio immenso
Celestino Spelta (1817-1862), francescano piemontese, fu inviato in missione in Cina inizialmente come coadiutore dell’amministratore di Nanchino monsignor Maresca, per diventare poi vicario apostolico della regione cinese dell’Hu-pè. Si trovava in Cina nel momento in cui le potenze occidentali imposero a Pechino, dopo la Guerra dell’oppio vinta dagli inglesi nel 1840, i dolorosi “Trattati ineguali”, con i quali vennero anche introdotte numerose norme su temi religiosi. Dal 1842 al 1847 si erano contati diciassette “trattati ineguali” tra la Cina e undici Stati d’Europa e d’America, in una sorta di conclamata rivincita dell’Occidente su Pechino. In questo contesto, grazie all’interessamento francese e dopo una seconda serie di conflitti sino-occidentali durati dal 1857 al 1860, fu infine garantita, con il Trattato di Tientsin, anche la protezione dei missionari. Ciò rappresentò la fine delle persecuzioni dei cristiani... almeno sulla carta.
Le annotazioni di padre Spelta, vergate nel 1862, e citate nel nostro incipit ci portano direttamente al cuore della questione: la vita della Chiesa non poteva essere il frutto di un trattato. Permanevano le difficoltà ecclesiali “interne” e le ostilità di un ambiente esterno perlopiù sconosciuto, a cui faceva da contrappunto, in maniera stridente, l’euforia di certi ambienti della gerarchia cattolica per la “libertà religiosa” conquistata con la sconfitta militare del Celeste Impero; libertà da cui far derivare una “nuova edificazione” della Chiesa.
E inoltre, scriveva Spelta, quali erano le vere dinamiche dei rapporti tra il Papa e i “suoi” vescovi, i quali erano, talvolta, venati da un certo pesante nazionalismo?
Insomma, la realtà locale suggeriva di avanzare con tutta la prudenza possibile.
«Nei cento anni precedenti, la vita quotidiana dei pochissimi missionari presenti in Cina si era sostenuta con scarsissime risorse, e questa povertà era ancora ben visibile», ci spiega padre Buffon. «In Europa s’andava diffondendo l’Illuminismo, i vecchi patronati di Spagna e Portogallo, che un tempo appoggiavano politicamente ed economicamente le missioni in Oriente e altrove, ora non c’erano più, e anzi queste nazioni si volgevano all’anticlericalismo. Perciò i missionari potevano fare affidamento solo su Propaganda Fide o sulle risorse ancora minori, cioè irrisorie, delle loro curie generalizie. Inoltre in Cina i missionari non amavano molto il contatto con le autorità civili del luogo, andavano a evangelizzare cercando solo di suscitare comunità di cristiani, ove possibile. Nel 1701 su tutto il territorio dell’Impero, sommando tutti gli ordini religiosi, c’erano un centinaio di religiosi europei, che erano diminuiti fino ad arrivare, nel 1838, a circa quaranta». Tale era lo scenario.
L’introduzione della libertà religiosa produsse un’ovvia rincorsa da parte di molte neonate congregazioni occidentali ad aggiudicarsi una propria area di evangelizzazione, con conseguente moltiplicazione dei vicariati apostolici, redistribuzione degli spazi tra vecchi e nuovi responsabili religiosi e… malumori di chi doveva lasciare terre costate lavoro e a volte sangue di confratelli martirizzati. «Durante il pontificato di Pio IX si cercò comunque di semplificare», continua padre Buffon, «facendo in modo, dove possibile, di affidare l’intero vicariato a un ordine religioso, così da riunire in una persona il ruolo di superiore religioso ed ecclesiastico».

L’occupazione di Pechino da parte  delle truppe anglofrancesi durante la seconda Guerra dell’oppio, nel 1860

L’occupazione di Pechino da parte delle truppe anglofrancesi durante la seconda Guerra dell’oppio, nel 1860

«Quanto la vita di due o tre missionari»
Ma non era tanto la mancanza di mezzi a impensierire il missionario Spelta. Lo erano molto di più i menzionati trionfalismi sull’“avvenire” della Chiesa cinese sciolta dalle restrizioni legali, mentre era necessario, invece, che la gerarchia cattolica non rimanesse ostaggio, volente o nolente, della logica dei poteri occidentali “protettori”. In secondo luogo, doveva essere la Chiesa ad accompagnare i fedeli cinesi, e non costretti loro a inseguirla.
Riguardo al primo punto, cioè il rapporto con le potenze europee, esso era – e tale rimase anche dopo la missione di Spelta – intricato. Padre Buffon ci offre alcuni esempi. «L’assassinio di due missionari tedeschi, i padri Henle e Nies, nel novembre 1897, fornì alla Germania il pretesto per un intervento militare, che ebbe per esito la conquista del porto di Kiaochow. La Germania giunse in tal modo ad aggiudicarsi un vero protettorato sui cattolici dello Shandong. L’esempio dei tedeschi non tardò a fare scuola, trovando discepoli tra i diplomatici belgi, uno dei quali si rivolse al proprio ministro degli Esteri con il seguente ragionamento: “L’uccisione, in circostanze assai curiose, di un missionario bavarese ha procurato alla Germania la nuova colonia di Kiaochow. Ecco che l’assassinio più recente di un prete francese nel Kuang-Si arrecherà alla Francia il privilegio di poter costruire una ferrovia da Pakhoi a Nanning-Fu, sulla frontiera del Tonchino”. Lo stesso diplomatico aggiungeva: “È noto il modo che si adotta attualmente in Cina per accaparrarsi nuove colonie, o almeno per ottenere concessioni a buon mercato: esse costano quanto la vita di due o tre missionari, che d’altronde sono già rassegnati ad accettare il martirio... Se la vita di due missionari bavaresi è valsa alla Germania lo Shandong e se il sangue di un paio di giapponesi è il prezzo di una concessione territoriale accordata all’imperatore del Mikado, non potrebbe anche il Belgio, presentandosi una buona occasione, far valere analoghe pretese?”».
Peraltro, aggiungiamo noi, meno cruentemente e già vent’anni prima, il ministro degli Esteri di un’altra grande capitale europea aveva dato al suo ambasciatore a Pechino un’interpretazione autentica del concetto di “protezione dei missionari”: «Noi ci proponiamo unicamente di utilizzare nell’interesse nostro le relazioni e i progressi incessanti ottenuti dai missionari in seno alle popolazioni cinesi». Una consolazione: almeno il ministro riconosceva che le benemerenze acquisite dai missionari presso il popolo erano “incessanti”.
«Il già ricordato Trattato di Tientsin del 1858, di “amicizia, commercio e navigazione” con la Francia, fa sì che la libertà di culto riconosciuta ai cattolici cinesi diventi sempre più funzionale alla presenza diplomatica di Parigi», riprende padre Buffon. «È significativo il fatto che, secondo quegli accordi, la libertà di circolazione dei missionari fosse legata al passaporto francese, cui erano vincolati tutti i missionari cattolici, anche se di altre nazionalità. La qualifica confessionale finiva così per costituire quasi un elemento di nazionalità, vantaggioso per le politiche coloniali. Ad esempio, per guadagnare posizioni come potenza di occupazione, anche l’Italia ingiunse ai missionari italiani di restituire il passaporto francese e prendere l’italiano, minacciando di negare loro la pensione promessa come risarcimento per la soppressione dei conventi…».
Queste appartenenze nazionali occidentali, ambite o rigettate dal clero, peseranno negativamente sui tentativi di far crescere liberamente la Chiesa cinese.

Terziarie francescane, direttrici dell’orfanotrofio di Hangchow

Terziarie francescane, direttrici dell’orfanotrofio di Hangchow

La Chiesa cinese ai cinesi
«Giunto poi in Hong Kong, seppi subito da molti che la notizia della mia nomina a visitatore apostolico della Cina era già pubblicata ovunque, e perciò stimai opportuno e più conveniente non celarla più io, per non farne caricatura; ma con belle maniere procurai di assicurare a ognuno che il Santo Padre altro non desidera che il vantaggio spirituale di queste remote missioni… e che fidato nell’aiuto e zelo dei rispettivi vicari e missionari si spererebbe a suo tempo ottenerne ottimo risultato. Queste mie parole e buone promesse furono accolte con molto applauso e grande consolazione di molti, poiché alcuni missionari per l’indole propria e carattere nazionale ributtano sempre ciò che non esce dalla propria nazione. Pertanto non dovrà farsi meraviglia vostra eminenza, se a tutti indistintamente non aggradisca la visita apostolica fatta da un vescovo italiano… (Hong Kong, 20 maggio 1860)». Così scriveva padre Spelta, all’inizio della sua visita apostolica, al prefetto di Propaganda Fide, ribadendo le note difficoltà che i nazionalismi creavano ai tentativi di far progredire la Chiesa cinese.
«Alcune capitali europee erano infatti ben attente alla salvaguardia delle loro prerogative», ricorda padre Buffon, «e intervenivano per rallentare ogni tentativo di organizzazione ecclesiastica che avesse potuto creare i presupposti per una maggiore autonomia a livello politico della Santa Sede. Ed è questo il caso, ad esempio, delle recriminazioni francesi contro i primi tentativi di sinodalità della Chiesa cinese del 1849-1850». Più che la prematura e politicamente ingovernabile erezione della gerarchia ordinaria, l’organizzazione per sinodi era parsa infatti la modalità adeguata per aiutare la crescita della Chiesa locale. Un confratello di Spelta, padre Rizzolati, vicario apostolico dell’Hukuang, già nel 1847 aveva proposto di convocare a Hong Kong un sinodo cui convenissero tra il 1849 e il 1850 tutti i prelati della Cina e dei regni confinanti. Idea approvata dai vicari presenti in Cina e, nel 1848, dalla stessa Propaganda Fide, ma frenata dall’ambasciatore francese presso la Sede apostolica. «Di seguito, nel 1851, si celebrarono due riunioni a cui non si riconobbe l’ufficialità di sinodi», sottolinea padre Buffon. «Nella prima c’erano i padri lazzaristi, all’altra, presieduta da monsignor Maresca, insieme con il suo coadiutore, padre Spelta, parteciparono, assieme a tre lazzaristi, i missionari delle altre congregazioni operanti a Shanghai».
Proprio in quella riunione Spelta aveva dato mostra della sua sensibilità ecclesiale, così che quando la Santa Sede successivamente decise di inviare un visitatore, la scelta cadde facilmente su di lui (che nel frattempo era stato per un breve periodo a Roma nel 1859). A padre Celestino fu inoltre affidato l’ufficio – evidentemente delicatissimo – di legato pontificio, con l’incarico di stipulare con il governo cinese una convenzione a tutela dei cattolici locali e, si noti bene, stabilire relazioni diplomatiche dirette. La Santa Sede si sarebbe così svincolata una volta per tutte dalle potenze coloniali. Il francescano avrebbe dovuto poi compiere un gesto altamente simbolico: consegnare personalmente all’imperatore Xianfeng, assieme a dei regali del Papa, una missiva di Pio IX intesa a raccomandargli i cattolici come sinceri sudditi dell’Impero. Perché proprio il rapporto diretto tra il Papa e l’imperatore avrebbe liberato la Chiesa, nel suo rapporto con la Cina, da pressioni devianti.

Le missionarie francescane di Maria tra i poveri di Changsha

Le missionarie francescane di Maria tra i poveri di Changsha

Scene ordinarie di carità
Il viaggio del visitatore tra i vicariati cinesi, che durò dal 1860 al 1862, fu quanto mai impegnativo. Spelta incontrò comunità cristiane da far crescere e possibilmente raccordare tra loro; si trovò a risolvere le incomprensioni che i vicari apostolici (sostenuti dalle rispettive congregazioni d’appartenenza) avevano sia tra di loro sia con Roma; cercò di far parlare la Chiesa con una voce sola, possibilmente e sempre più quella dei fedeli cinesi e non dei missionari stranieri; non da ultimo, si prodigò per evitare ai fedeli le persecuzioni dei mandarini o di esponenti locali, perché le violenze persistevano malgrado le norme sulla libertà religiosa. Tra le tante fatiche non mancarono però a Spelta motivi di conforto, così da poter annunciare nei rapporti inviati a Roma che «la missione… presagisce un avvenire molto prospero; e certo si è che mediante le assidue pratiche de’ buoni padri vi si otterrà ottimo risultato. Solamente devo dire che gli operai sono alquanto scarsi e la messe abbondante assai». Scriveva ancora: «Il mese mariano da me istituito in questo vicariato [di Ou-Tchang] mi dà molta consolazione. Europei e cinesi cattolici concorrono alacremente colle loro offerte per onorare Maria nostra buona Madre. Oh! Il Signore voglia premiarli di Sue celesti benedizioni e concedere finalmente anche a tutta questa sterminata nazione la luce del Vangelo per i meriti della Nostra Sovrana Signora».
La testimonianza di fede e carità dei cristiani in Cina nel XIX secolo era già luminosa, e tra le diverse congregazioni presenti, i Francescani erano tradizionalmente quelli più vicini ai ceti marginali maggiormente colpiti dal flagello dell’oppio (i ricchi non finivano sul lastrico per procurarselo…). C’era gente così in miseria da dover abbandonare i figli all’orfanotrofio, sempre che non se ne fosse sbarazzata del tutto (era purtroppo una triste usanza, con malintese giustificazioni religiose), tra un’epidemia e una carestia.
Molte belle sorprese comunque venivano dai ceti più umili, come le vocazioni. «Nei vicariati c’era la presenza di clero locale, e l’apostolato dei missionari gli dava spazio», riprende padre Buffon. «Già ai tempi di papa Gregorio XVI era chiaro che la Chiesa cinese doveva essere una Chiesa dei cinesi, e che il personale missionario si doveva ritirare quanto prima. Era condivisa la necessità di erigere dei seminari e lo stesso Spelta aveva suggerito nelle sue missive di fondarne uno proprio nella capitale».
In quel remoto Oriente cinese brillava il Terz’ordine francescano, e la catechesi, le opere caritatevoli e gli orfanotrofi venivano affidati ai laici, divenuti catechisti, che erano i primi a comunicare la fede. Padre Buffon ricorda «quanto bene hanno compiuto all’epoca le nutrici. Si occupavano dei bambini abbandonati, e altro non erano che donne del posto, immaginiamoci quanto istruite, divenute terziarie». Negli epistolari francescani dell’epoca si annota che le terziare cinesi erano chiamate dal popolo semplicemente “le vergini”. «Non erano considerate terze colonne degli occidentali, ed erano al riparo dal sospetto anche perché non vestivano un abito religioso». «Il nostro Terz’ordine qui fa mirabili progressi, vi si ascrivono paesi interi», si legge in alcuni documenti francescani d’epoca che padre Buffon ci mostra. C’è anche la descrizione mirabile della celebrazione in Cina, a metà Ottocento, del tradizionale Perdono di Assisi del 2 agosto, e sembra di vedere tutti i terziari che entrano nella cappellina eretta sul monte dal vescovo locale per ricordare san Francesco.
Ecco, questa era la Chiesa cinese, che attendeva unicamente al bene del popolo, fino al martirio, e padre Spelta operava perché l’imperatore Xianfeng lo comprendesse. Mentre era ancora a metà del viaggio e in attesa dell’udienza con l’imperatore, Spelta rammentava al prefetto di Propaganda Fide: «La nostra missione però è missione di pace e di unione, e io spero che il Signore darà esito felice al pensiero che ispirò al suo Vicario, e l’imperatore potrà conoscere che la causa della religione è ben diversa dalla cause delle potenze alleate; così lontana quanto la religione dal commercio, il cielo dalla terra».

La carità dovuta all’autorità pubblica
L’attesa di padre Celestino di incontrare Xianfeng però non ebbe compimento, perché l’imperatore morì nell’estate del 1861, e le fatiche della missione logorarono precocemente anche Spelta, che lo seguì nell’autunno dell’anno successivo. Passò ad altri il compito di battezzare una Chiesa cinese più libera da gravami inutili e veramente sinodale. E per compiere un passo sostanziale in tale direzione si dovrà attendere il Concilio di Shanghai del 1924 e l’azione del vicario apostolico e delegato pontificio Celso Costantini.
E la lettera di Pio IX? Non arrivò mai al destinatario né ai suoi successori. Ma quello che il Papa voleva dire all’imperatore della Cina riemerge dagli archivi come un’eredità a cui si può liberamente attingere:

«Salve, serenissimo e potentissimo imperatore! Le eccelse doti d’animo e d’ingegno, con le quali si diffonde la fama della tua imperiale Maestà tanto splendente, mi indussero alla decisione di scriverti ben volentieri questa lettera per dimostrare apertamente quale benevola disposizione di sentimenti io nutra nei tuoi confronti, e possiamo trovare l’intesa delle nostre volontà, come ardentemente desidererei…
Con la maggiore fiducia possibile prego la tua Maestà affinché tu voglia concedere lo stesso patrocinio a tutti i cattolici residenti nel tuo vastissimo dominio e agli operai evangelici europei, vale a dire ai missionari, cosicché sia ivi annunciata liberamente la fede e la religione cattolica. Del resto, siccome la religione incontra il massimo favore e serenità nel tuo Impero, così come la stessa dottrina insegna, è necessario sia perseguita la pace, sia mantenuta la strada della mansuetudine e che da parte di alcuno essa venga offesa; che inoltre si eserciti mutualmente la carità dovuta all’autorità pubblica, ai sommi principi, nonché fedeltà, rispetto e obbedienza ai loro rappresentanti, resa garante l’osservanza zelante di quanto è dovuto a Dio…
Infine io ho grande fiducia che tu, serenissimo e potentissimo Imperatore, grazie alla tua illustre bontà d’animo, e zelo nel corrispondere ai miei desideri, acconsenta a tutto ciò, sapendo che niente mi è più caro, gradito e desiderabile se non di fare quanto è possibile per incontrare il tuo gradimento ed essere degno della tua amicizia. Pertanto io non smetterò di offrire le mie preghiere per te al Sommo Misericordioso Dio, affinché mantenga salda la tua Maestà imperiale il più a lungo possibile, arricchendola di ogni prosperità, cosicché da questa tua Maestà tu possa effondere il soave odore del tua benefica opera, e tramite la conoscenza delle verità tu possa pervenire alla eterna felicità. (Sua Santità Pio IX all’Imperatore serenissimo e potentissimo di ambedue le Tartarie e delle Cine. Dato a Roma presso San Pietro, il giorno 2 febbraio 1860, anno decimo quarto del nostro pontificato)».


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