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LA PRIMAVERA DI PRAGA
tratto dal n. 06/07 - 2009

Dubcek ci disse: «Qualcosa o Qualcuno mi ha aiutato»


Nel 1991, in un pranzo con Giovanni Paolo II e i vescovi cecoslovacchi, Alexander Dubcek, segretario del Partito comunista al tempo dell’invasione russa del 1968, raccontò così la sua verità sulla primavera di Praga


del cardinale Giovanni Coppa


Giovanni Paolo II con Alexander Dubcek <BR>[© Contrasto]

Giovanni Paolo II con Alexander Dubcek
[© Contrasto]

Ha fatto bene 30Giorni nel numero di Pasqua 2009 a parlare della rivoluzione praghese del ’68, in un articolo di G. Borsella sul recente libro di E. Bettiza La primavera di Praga, 1968: la rivoluzione dimenticata (Mondadori, Milano 2008). È un libro che si legge con un crescendo di interesse, a partire dalla crisi della “primavera di Praga” via via attraverso i segnali sempre più cupi dell’ingerenza sovietica nella vita della pacifica cittadinanza boema, fino ai giorni dell’invasione dei carri armati russi, nel capitolo più denso ed esteso del volume, che si apre e si chiude, come con un filo rosso di sangue, col suicidio di Jan Palach, “il kamikaze della libertà”.
Ho letto ora il bel volume di Bettiza, che raccoglie le cronache da lui scritte a caldo a Praga per il Corriere della Sera, dal luglio 1968 al gennaio 1969. Egli vi ha dato un ritratto a tutto tondo del protagonista della rivoluzione di velluto, Alexander Dubcek, primo segretario del Partito comunista cecoslovacco. Un ritratto che si chiude, con un velo di mestizia sul «suo triste declino politico e personale», con un cenno alla riabilitazione ricevuta dal “commediografo” Havel, presidente della nuova Repubblica Federativa Ceca e Slovacca, nel 1989, esattamente vent’anni fa. In quell’anno, la canonizzazione di Agnese di Boemia aveva dato una spinta incontenibile al processo di democratizzazione in atto, che culminava quasi contemporaneamente con la caduta del Muro di Berlino. Seguirono a Praga le manifestazioni antiregime, debolmente contrastate dallo Stato poliziesco ormai boccheggiante, fino ai giorni della liberazione, con le masse di popolo in piazza San Venceslao attorno a Havel e ai membri più in vista del movimento “Charta 77”, e sotto la balconata dell’arcivescovado, al Castello, a osannare il cardinale Tomasek. Arrivato a Praga nel 1990, trovai ancora qualche volume di cronaca di quegli eventi, con magnifiche fotografie, che testimoniavano il tripudio di quei giorni di recuperata libertà.
Ma Bettiza parla dei giorni più tristi di quella storia. La cronaca della caduta di Dubcek con l’entrata in Praga dei mezzi cingolati russi, acquista nel suo libro un andamento epico, soprattutto per i giorni 21 e 22 agosto: «Ho vissuto queste quarantott’ore correndo per strade spaventate, guardando i primi e smarriti carristi russi col mezzo busto fuori della torretta, occultandomi dove sentivo qualche sparo isolato» (p. 103). Le notizie si accavallano quando si giunge alla cattura di Dubcek: questi è smarrito, tenta di uscire dal Ministero ove si trovava, già circondato dagli invasori, non sembra capire la gravità del momento, fino a quando non sarà fatto prigioniero, messo al muro per tre ore prima di essere portato in aeroporto su una macchina dai vetri oscurati, dopo una non meglio precisata “resistenza passiva” che non avrà altro effetto che di farlo caricare di peso sull’aereo, che lo porterà al Cremlino con altri cinque sequestrati. La vecchia madre si sentirà dire dal comandante in capo delle truppe russe: «Suo figlio? Ma chi ha detto che sia stato arrestato? È soltanto impegnato a negoziare con noi». Il libro risente necessariamente della molteplicità delle informazioni, raccolte da Bettiza anche con suo grave pericolo.
Ma Dubcek aveva la sua verità su quelle ore terribili.
La raccontò nel Palazzo arcivescovile, nel 1991, alla prima festa per la visita del Papa celebrata dopo quarant’anni a Praga. Seduto a un tavolo, e attorniato da tutti i vescovi del Paese, disse che, in quel frangente, era stato arrestato per ben due volte dai russi e rinchiuso in un container. Disse testualmente che, entrambe le volte, aveva pensato di esser giunto alla fine ma, aggiungeva, lui agnostico confesso: «Qualcosa, o Qualcuno, mi ha aiutato. Quando fui fatto scendere fra i soldati armati, fui risparmiato». Quelle parole mi venivano tradotte da uno dei vescovi, quindi non capii quando fosse avvenuta quella doppia cattura: comunque fu certamente prima del trasporto a Mosca. Il racconto, ascoltato con grandissima attenzione dai presenti, rispecchiava certamente la realtà di quel momento, e lo stato d’animo della vittima più illustre della normalizzazione imposta dai russi. Ho già riferito questo episodio in qualche intervista: ma ho voluto riprenderlo, non avendone trovato cenno nell’opera del Bettiza. Ma esso resterà sempre un mistero, dopo la morte di Dubcek, avvenuta per incidente d’auto nel 1992.
Egli fu anche invitato, come presidente del Parlamento centrale cecoslovacco, alla messa in Cattedrale e al ricevimento nel Palazzo arcivescovile per l’anniversario dell’elezione di Giovanni Paolo II, e non mancò mai, nel 1990 e nel 1991. Anche in quelle occasioni, Dubcek rimaneva fedele alla sua grande modestia e riservatezza, messa bene in luce dal Bettiza: vestito in modo semplice, se non dimesso, cordiale e sorridente ma piuttosto isolato, era alieno da protagonismi: basti dire che non compare mai nelle foto, scattate nella prima festa per il Papa dopo la caduta del comunismo, dove sono ripresi, entrambi sorridenti, il presidente Havel e il cardinale Tomasek. Questo era lo stile di Dubcek. Stile di un uomo, al quale la storia europea deve molto per la vittoria della libertà. Un uomo non certo da dimenticare.





Cardinale Giovanni Coppa

Cardinale Giovanni Coppa

La lettera che accompagnava l’articolo del cardinale

Un’interessante puntualizzazione

Al presidente Giulio Andreotti

Città del Vaticano, 11 giugno 2009

Eccellenza,
mi permetto di inviarle un breve articolo, che ho pensato di scrivere dopo aver conosciuto, mediante la sua bella rivista 30Giorni, il libro di Enzo Bettiza recensito sul numero di Pasqua (n. 3 - 2009) da Giovanni Borsella. L’ho ordinato subito, purtroppo la libreria mi ha fatto attendere fino alla settimana scorsa, quindi ho potuto leggerlo solo negli ultimi giorni. Cercavo conferma di una notizia, che appresi nel 1991 dallo stesso Alexander Dubcek, che però non ho trovato nell’opera del Bettiza…
Per questo ho desiderato scrivere una puntualizzazione che, penso, potrebbe interessare i lettori.
Vostra eccellenza deciderà se lo scritto possa avere davvero qualche importanza. Così lascio ogni libertà ai redattori circa i titoli, e qualsiasi altra modificazione che si ritenga necessaria. Avrei anche una foto della festa per il Papa nel 1991 (occasione di cui parlo alla fine dell’articolino), certamente inedita, nella quale si vedono il cardinale Tomasek e il presidente Havel; purtroppo vi manca Dubcek, come là spiego, e invece c’è il sottoscritto: motivo che ne penalizza il valore!
Approfitto dell’occasione per ringraziarla moltissimo per l’invio del mensile sempre ricco e interessante, come anche per gli allegati spesso uniti: come l’edizione in russo della rivista, il libro su sant’Agostino nel pensiero di Paolo VI, e, ultimamente, l’opera stupenda di don Primo Mazzolari Anch’io voglio bene al papa, che ho letto con tanta passione ed edificazione.

Chiedo al Signore che la benedica, eccellenza, mentre le esprimo i sentimenti della mia stima sincera,

cardinale Giovanni Coppa


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