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REPORTAGE DALLA TUNISIA
tratto dal n. 09 - 2009

Cristiani nelle terre del Corano

«Inter prospera humiles et inter adversa securi»


Il filo rosso che scorre nei diversi momenti della presenza dei cristiani in Tunisia sembra quello intermittente e precario di una certa occasionalità e dipendenza da fattori esterni. Così è più facile domandare di essere umili nei momenti favorevoli e tranquilli nelle avversità


di Gianni Valente


La grandeur della Cattedrale, affacciata sul caotico viavai di Place de l’Indépendance, fa sempre una certa impressione. Le due torri si arrampicano nel cielo di Tunisi, lontano dal rumore dei clacson e dei bar all’aperto tra Avenue Bourguiba e Avenue de France, ben più in alto delle palme dei giardini, delle bandiere sui pali della luce e dei ritratti del presidente Zine El Abidine Ben Ali. Se entri dentro, anche le nicchie con le immagini e le statue dei santi, i mosaici dei papi nati in Tunisia, i capitelli, l’altare maggiore danno il senso di un’antica grandezza.
Quando fu definitivamente consacrata, nel 1953, funzionava già da quasi sessant’anni. E proprio quei decenni di esercizio provvisorio, nella grande chiesa incompiuta, col cantiere sempre aperto, erano stati il tempo delle messe solenni con migliaia di fedeli, delle processioni, dei cori, dei comitati per le feste, dei predicatori che riempivano le navate.
Adesso, le stesse navate appaiono fuori misura per i pochi che arrivano uno ad uno e si vanno a sedere nella piccola cappella del Santissimo, per la messa serale quotidiana. Lingue diverse, età diverse, colori della pelle diversi. Con la liturgia celebrata in francese e in italiano. Sull’ultima panca c’è anche il vescovo Maroun, che recita sottovoce il breviario.

La Cattedrale di San Vincenzo de’ Paoli a Tunisi <BR>[© Corbis]

La Cattedrale di San Vincenzo de’ Paoli a Tunisi
[© Corbis]

Da Agostino agli schiavi d’Occidente
Ahmed si muove con la dimestichezza di chi è di casa tra un sito e l’altro della grande area archeologica di Cartagine, sulla sua Renault Mégane. E in quella piana costiera rimasta segnata dalle opere degli uomini di epoche diverse e lontane, tra le terme monumentali e i porti romani, sa rintracciare gli angoli anche più riposti che hanno a che fare con nomi e storie familiari alla comune memoria cristiana. Sono anni che con la sua agenzia turistica TunisAurea collabora coi suggestivi pellegrinaggi organizzati dal tour operator Brevivet guidando comitive accaldate di turisti sulle orme di sant’Agostino, o alla scoperta delle antiche diocesi dell’Africa vetus, sconfinando talvolta in Algeria per portarli fino all’eremo di Charles de Foucauld. Ci tiene a indicarti l’anfiteatro romano dove Perpetua e Felicita trovarono il trionfo del proprio martirio, e i resti della Basilica di San Cipriano dove Agostino aveva lasciato sua madre Monica a piangere e a pregare, mentre lui s’imbarcava per Roma straziandole il cuore (ma «è impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto», le avrebbe detto un giorno sant’Ambrogio). Non dimentica di mostrare anche le rovine della Domus Caritatis, la sede del primate di Cartagine «che a quel tempo era più importante del Papa». Da musulmano, parla con affetto e senza enfasi della «nostra Chiesa tunisina». Non sembra cercare battute compiacenti, neanche quando con semplicità definisce monsignor Maroun «il mio vescovo».
Di vescovi, nel IV secolo, l’Africa del nord ne contava trecentocinquanta. Erano già diventati settecento nel 430. A detta degli odierni islamofobi, la sparizione di quella cristianità rigogliosa sarebbe tutta da mettere sul conto proprio degli avi di Ahmed, i conquistadores arabo-islamici del VII secolo, e degli indigeni berberi che si unirono alla nuova religione. Ma giocano coi numeri e dimenticano alcune cose. Come, secoli prima di Maometto, lo scisma donatista, che, al tempo di Agostino, contava tanti vescovi quanti la Chiesa cattolica; e poi l’eresia ariana imposta dalla conquista dei Vandali. Per non parlare delle popolazioni berbere che non avevano mai abbracciato la fede in Gesù Cristo, avendola identificata con l’indigesta pax imperiale romana. Se in Tunisia e nel resto del Maghreb non c’è traccia delle Chiese autoctone di origine apostolica che in Egitto e nei Paesi arabi del Medio Oriente hanno finora attraversato secoli di civilizzazione islamica, forse questa latitanza più che con l’islam ha a che vedere proprio con l’impatto che ebbe nell’Africa tardoantica il grande equivoco dei donatisti, i quali dimenticavano che i sacramenti sono del Signore e non proprietà della Chiesa.
Gli studi storici meno prevenuti smentiscono anche il cliché della definitiva e totale sparizione del cristianesimo in terra tunisina dopo la conquista islamica. Qualcosa è rimasto sempre, nelle traversie spesso paradossali della storia. Quando nell’XI secolo arrivano i normanni, i cristiani della strategica Mahdia fanno fronte comune coi musulmani, che trovano rifugio nelle chiese della città costiera per fuggire alle incursioni degli invasori venuti dalla Sicilia. Le cronache locali registrano ancora nel XIV secolo l’esistenza di villaggi cristiani nelle oasi di Nefzawa, Gafsa e Nefta. E già molto prima, c’è chi aveva portato il nome di Cristo nelle terre dell’attuale Tunisia seguendo i sentieri altalenanti delle contingenze storiche e sociali. Sono i commercianti provenzali, gli artigiani siciliani, i marinai genovesi che tirano su chiese e cappelle nelle loro basi sparse a Tunisi, Bizerta, Sfax, Gabès o Djerba. Sono i domenicani spagnoli che nel 1250 aprono a Tunisi un Centro di studi arabi. Sono i soldati della Guardia Franca al servizio del Bey, il sovrano vassallo della Sublime Porta che governava la Tunisia ottomana. Sono soprattutto i battezzati finiti schiavi nelle terre a lui sottoposte. Solo a Tunisi, durante la belle époque della pirateria, ce n’erano almeno 11mila, tenuti in tredici bagni penali dotati di chiese e cappelle officiate da sacerdoti, schiavi anche loro. Da questa realtà san Vincenzo de’ Paoli prenderà spunto per le missioni sui generis dei suoi sacerdoti in terra tunisina: spedizioni annuali realizzate con lo scopo di riscattare schiavi cristiani col denaro o per sostenere spiritualmente chi rimane e scongiurare il pericolo dell’apostasia. Per quest’opera, padre Jean Le Vacher finirà martire, il corpo attaccato a una bocca di cannone. Ma non mancheranno periodi tranquilli, coi preti e gli schiavi cristiani autorizzati a pregare e cantare in processione nelle feste solenni.

Piazza della Vittoria, presso la medina di Tunisi <BR>[© Eyedea/Contrasto]

Piazza della Vittoria, presso la medina di Tunisi
[© Eyedea/Contrasto]

Il sogno di Lavigerie
«Sine dubio post Romanum Pontificem primus archiepiscopus Nubiae et totius Africae maximus metropolitanus est carthaginiensis episcopus». L’iscrizione latina che sovrasta le navate della Cattedrale di San Luigi, sulla collina-acropoli di Byrsa, ripete il passaggio-chiave della bolla con cui Leone IX (1049-1054) aveva confermato Cartagine quale sede primaziale di tutta l’Africa. Riconoscimento arrivato fuori tempo massimo, visto che la cristianità nordafricana raccontata da Cipriano, Agostino e Fulgenzio era già tramontata da secoli. Ma alla vigilia del ventesimo secolo, ai tempi del protettorato francese, il grande sogno ecclesiale centrato sull’antica Cartagine fu ripreso da Charles Allemand Lavigerie, fondatore dei Padri Bianchi, arcivescovo di Cartagine dal 1884 e futuro cardinale. La Cattedrale issata sull’antica acropoli, con dentro le reliquie di san Luigi, è l’icona architettonica di quel disegno: una re-plantatio Ecclesiae possente, dopo i secoli del nascondimento.
Nei decenni successivi, la generosa aspirazione apostolica sembra prender corpo. Nel 1891 gli stranieri cattolici presenti nella Tunisia – soprattutto francesi e italiani, coi maltesi come terzo gruppo – sono già più di 100mila. Saranno 240mila nel 1946. In quest’arco di tempo, la vivace cattolicità a tinte perlopiù francesi innesta in terra tunisina tutta la robusta gamma di devozioni e opere che fioriscono nella madrepatria. Cappelle, collegi, ospedali, seminari, Conferenze di San Vincenzo e gruppi dell’Azione cattolica. Negli anni Venti del secolo scorso, nel territorio tunisino svolgono il loro apostolato più di mille tra religiose e religiosi. E poi dispensari, benedizioni delle voitures, concorsi per artisti cattolici, scouts, serate di “teatro cattolico”, processioni di 10mila pellegrini fino alla Cattedrale dell’acropoli cartaginese. Non mancano i pellegrinaggi a Roma, con il Bey che manda i saluti al Papa chiedendogli preghiere per la Tunisia. E perfino mobilitazioni culturali in nome della libertas Ecclesiae: «Non dobbiamo più tollerare», scrive la rivista Tunisie catholique nel 1922, «che la nostra religione, dopo venti secoli di storia gloriosa, continui a essere considerata come un fatto individuale e privato senza alcuna influenza sulla vita del Paese, sui costumi e sulle leggi». E non ce l’ha coi musulmani, ma con le politiche anticlericali esportate fin lì da governanti e militanti della laicità alla francese.
La civilizzazione cattolica francese in terra tunisina celebra i suoi fasti seguendo passo passo dinamiche e convulsioni della cattolicità d’origine, rimanendo sostanzialmente una società “fuori frontiera” impermeabile al mondo arabo musulmano in cui vive. Nel 1933 una statua di Lavigerie benedicente viene issata sulla piazza all’ingresso della medina, proprio in faccia alla scuola coranica. Invece, i cattolici italiani (in maggioranza siciliani) e i loro preti – lo nota a più riprese il missionario François Dornier nel bel libro Les catholiques en Tunisie au fil des jours – imparano l’arabo e si mescolano con la gente del posto. Ma sul finire della guerra, i conflitti che dilaniano le nazioni dell’Europa cosiddetta cristiana tolgono enfasi e slancio ai racconti sul fervore della vita ecclesiale in quelle terre d’oltremare.
Nel 1948 sono ancora un milione e duecentomila le ostie distribuite durante le messe. Di lì a qualche anno, tutto questo mondo sembrerà evaporare. Nel 1956, quando la Tunisia ribelle di Habib Bourguiba raggiunge il traguardo dell’indipendenza nazionale, la statua di Lavigerie all’imbocco del suk di Tunisi viene subito rimossa. Simbolo religioso dell’élite coloniale ormai travolta dalla storia. Emblema di un passato che comunque non viene liquidato in blocco con condanna sommaria nella memoria dei tunisini. «Per noi la Chiesa di allora era quella dei preti che benedicevano i soldati e le forze d’occupazione, con le loro rappresaglie. Ma le suore no, quelle erano buone, aiutavano la gente del popolo. A loro, anche allora, volevamo bene», dice oggi il tour operator Ahmed, andando a ritrovare nei suoi ricordi di ragazzo distinzioni quantomai eloquenti.

Il minareto della moschea nella città vecchia di Tunisi [© Corbis]

Il minareto della moschea nella città vecchia di Tunisi [© Corbis]

Senza pretendere niente
Gli europei, che in Tunisia avevano raggiunto la cifra record di 270mila nel 1956, tre anni dopo sono ridotti a 70mila. Un sondaggio interno del 1964 conterà su tutto il territorio meno di ottomila cattolici praticanti. Quello stesso anno la Santa Sede e lo Stato tunisino sottoscrivono il modus vivendi con cui il rapporto tra Chiesa cattolica e Tunisia indipendente viene ristabilito su nuove basi. L’effetto più eclatante è la cessione allo Stato tunisino di gran parte dei beni immobili ecclesiastici. Delle cento chiese sparse nell’ex protettorato francese, ne vengono sconsacrate più di novanta. A tutt’oggi, anche le ampie navate della grande Cattedrale di San Luigi a Cartagine sono usate per ospitare concerti e mostre di quadri.
Per chi rimane – vescovi, preti, religiosi, laici – quelli seguiti all’indipendenza tunisina sono anni traumatici. Anni di tentativi talvolta un po’ astratti e verbosi di darsi ragione di quello che è successo con uno sforzo di analisi e di autocoscienza. Ma ci sono pure tanti che abbracciano la nuova condizione di povertà. Lavorando in silenzio, senza rivalse e complessi. Così, come viene. Con un cuore e uno sguardo a volte resi più puri. In un Paese arabo a maggioranza islamica che dispiega poco a poco tutte le sue anomalie, con legislazioni d’impronta laicizzante, dove le donne hanno diritto di voto e possono abortire negli ospedali fin dagli anni Cinquanta, e anche le moschee e le scuole coraniche sono tenute a rispettare la laicità dello spazio pubblico.
Se c’è un filo rosso che scorre nei diversi momenti della presenza cristiana in Tunisia, è quello intermittente e precario di una certa occasionalità. Una inabilità a “mettere radici”, una dipendenza da fattori esterni – come le vicende alterne e impreviste della storia, o la distanza turisticamente fruibile dall’Europa – che a volte ingrossano il fiume e a volte lo riducono a piccolo ruscello quasi sperduto nel deserto. Come ai tempi della Chiesa del XVII secolo, fatta di commercianti levantini e di schiavi. Come è stato evidente negli anni Novanta del secolo scorso, quando per contare i battesimi celebrati di anno in anno in tutto il Paese bastavano le dita di una mano, mentre ancora negli anni Venti erano più di tremila.
Forse anche per questo il vescovo Maroun non sembra preoccupato. È aperto con fiducia agli imprevisti. Come il trasferimento a Tunisi della Banca africana dello sviluppo, che negli ultimi anni ha portato centinaia di famiglie africane nella sua diocesi, che adesso gli riempiono la Cattedrale alla messa domenicale. E poi c’è l’arrivo e il passaggio di studenti africani, cristiani mediorientali, e i milioni di turisti occidentali che ogni anno sbarcano a Tunisi, Djerba, Tabarka, Hammamet… «Questa è proprio la Chiesa cattolica», dice ridendo di quei tanti o pochi deracines, miscuglio di genti diverse, individui e famiglie che vanno e vengono, che passano o si fermano qui seguendo i percorsi a volte tortuosi dei propri interessi vitali. Da palestinese di Giordania conosce i beduini e sa bene che le tende leggere sono più adatte alla vita nel deserto e alla mobilità del mondo globale. Da cristiano ha imparato che non si “fonda” una Chiesa come si fa con le case, le società per azioni, le associazioni culturali, i partiti. Non la si “pianta” come si piantano gli alberi, o i piloni di cemento armato. Sa bene che per lui non costruiranno statue e monumenti. E si sorprende a pensare che tutto questo forse è una condizione favorevole per ripetere le parole del suo conterraneo Agostino: «Tutiores vivimus si totum Deo damus». Viviamo più tranquilli, se affidiamo tutto al Signore.


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