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LIBRI
tratto dal n. 09 - 2009

Il cristianesimo, lingua madre dell’Europa


Intervista con monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense e presidente della Pontificia Accademia per la Vita, sul suo ultimo libro Identità dissolta


Intervista con Rino Fisichella di Walter Montini


Rino Fisichella, <I>Identità dissolta. 
Il cristianesimo, lingua madre dell’Europa</I>, Mondadori, Milano 2009, 140 pp., euro 17,00

Rino Fisichella, Identità dissolta. Il cristianesimo, lingua madre dell’Europa, Mondadori, Milano 2009, 140 pp., euro 17,00

Riprendendo una frase di Goethe nel sottotitolo del libro, lei afferma che l’Europa è nata in pellegrinaggio. Infatti, il pellegrino, nei suoi viaggi e spostamenti, entrando a far parte di una società che travalicava la sua appartenenza territoriale, si arricchiva di conoscenze, di cultura: sentimenti, segni di identificazione, interessi e necessità, diventavano così un bagaglio comune. Oggi l’immigrazione – a senso inverso – provoca un po’ la stessa cosa. Ma ci dividiamo tra chi sostiene che il fenomeno migratorio sia arricchente per la nostra civiltà e chi, invece, ritiene che sia un fattore di impoverimento sia economico che culturale. Cosa ne pensa?
RINO FISICHELLA: È necessario distinguere tra la realtà del pellegrino e quella dell’immigrato. Il pellegrino apparteneva sempre al proprio Paese; aveva una dimensione che lo accomunava nel momento in cui attraversava le varie regioni fino a recarsi nel santuario, ed era l’unità della fede. Per il pellegrino il punto centrale era quello di adempiere a un voto, e questo costituiva proprio il motivo per cui si metteva in viaggio; apprendeva, così, anche tante altre situazioni di vita e comportamenti, conoscenze letterarie, tutto ciò che rientra nel genere “cultura”. L’immigrato vive una situazione diversa. Il più delle volte rincorre un sogno. Il primo è quello di un diritto fondamentale per la vita di ogni persona, che probabilmente gli è negato nel proprio Paese a causa della povertà, vale a dire la stabilità del lavoro. Nel rincorrere questo sogno, si avvia verso nazioni che offrono una possibilità di realizzazione attraverso un lavoro che spesso il cittadino del Paese industrializzato dell’Occidente non vuole più compiere.
Quindi oggi è solo una differenza di obiettivi diversi quella che intercorre tra il pellegrino e l’immigrato?
FISICHELLA: Il fenomeno dell’immigrazione c’è sempre stato nella storia del mondo, e quindi non può essere sottovalutato o emarginato: penso che ai nostri giorni bisogna essere capaci di dare delle risposte coerenti.
La prima risposta credo debba essere che i Paesi più sviluppati abbiano a investire ricchezze nei Paesi in via di sviluppo: questa è la prima forma attraverso la quale si esercita una via di solidarietà in un momento di globalizzazione, altrimenti resteremo sempre con una realtà fatta di Paesi ricchi e di popolazioni povere.
In secondo luogo si pone il fatto dell’accoglienza degli immigrati. E qui bisogna riconoscere due aspetti. Certamente deve essere mantenuta una dose di legalità; senza la legalità non credo si possa veramente beneficiare di una genuina solidarietà, perché si imporrebbero situazioni di disagio e di povertà, e si creerebbero delle discriminazioni sociali. Credo che, insieme alla legalità, si debba anche essere capaci di autentica solidarietà. Il principio che deve guidare il fenomeno dell’immigrazione, quindi, è duplice: nella solidarietà e sussidiarietà si realizza l’attenzione ai più poveri, ma questo non può avvenire contro le leggi di uno Stato.
C’è però un terzo fattore che, a mio avviso, provoca la sua domanda e riguarda il fatto se noi oggi, a differenza del pellegrino antico, siamo capaci di essere propositivi dei nostri valori. Noi viviamo una situazione culturale di profonda crisi valoriale che inevitabilmente sfocia in una crisi d’identità. L’immigrato si viene a trovare dinanzi a una duplice situazione: o trova una forte proposta di identità all’interno della quale integrarsi o, se questa non c’è, si rinchiude all’interno del proprio piccolo mondo. Nessuno può pretendere che nel processo di integrazione ci sia una perdita di identità originaria, ma certamente ci deve essere uno sforzo per assimilare quegli elementi basilari che sono, ad esempio, la lingua per poter comunicare e la conoscenza e il rispetto delle tradizioni culturali e religiose del Paese in cui si giunge. Tanti aspetti ci fanno capire che se da una parte questa forma di integrazione è possibile, dall’altra rimane pur sempre il fianco scoperto della capacità propositiva dei valori e dell’identità che io oggi vedo in profonda crisi.
Lei afferma nel libro: il cristianesimo è la lingua madre dell’Europa. Dunque, per i cristiani è necessario ripensare le ragioni della fede a partire dalla persona, dalla sua dignità e centralità, «nella sua attività di esprimere ciò che ha di più intimo: l’amore» (p. 28).
FISICHELLA: Ripartire dalla persona e dalla sua dignità è secondo me uno dei modi che permettono di restituire alla fede cristiana uno degli apporti più originali che ha dato alla cultura universale. Noi tutti sappiamo che il concetto di persona si è venuto a modificare dall’originaria cultura greca alla interpretazione profondamente cristiana, riletta alla luce della teologia trinitaria, per cui la persona non è più una maschera che l’attore si mette per recitare un ruolo ma è, invece, relazione d’amore. È questo che modifica il tutto nel concetto stesso; questa è ancora una sfida autentica che possiamo portare nel mondo di oggi, soprattutto dinanzi a una ideologia che tende a escludere il concetto di persona per favorire la centralità dell’individuo, là dove nell’individuo manca la relazione perché di fatto vive di un profondo narcisismo in cui tutto ciò che desidera, vuole e pensa, diventa il proprio volto.
Dalle pagine del libro traspare un certo suo ottimismo. Ottimismo non confermato dal titolo, Identità dissolta, che invece, senza neanche un punto di domanda, sembra dare ormai per persa ogni speranza.
FISICHELLA: Il titolo è stata una provocazione voluta: Identità dissolta invita a riflettere su quegli elementi che mostrano il dissolvimento di alcuni comportamenti e contenuti di pensiero, di alcuni stili di vita. Il titolo non ha bisogno di un punto interrogativo perché immediatamente orientato dal sottotitolo, una espressione che medio da Goethe, il quale disse: «L’Europa è nata in pellegrinaggio e la sua lingua madre è il cristianesimo». Quindi alla provocazione del titolo corrisponde già di per sé la risposta del sottotitolo che invita a una maggiore assunzione di responsabilità, perché l’Europa non dimentichi la sua lingua madre.
Il cristianesimo avrà ancora spazio in Europa? I cristiani saranno capaci di non disperdere questo patrimonio?
FISICHELLA: Il primo e l’ultimo capitolo costituiscono le colonne portanti del mio libro: il primo capitolo mostra la ricchezza che noi abbiamo prodotto e la capacità di saperla trasmettere, senza limiti, senza preclusioni, ma sempre ed esclusivamente come desiderio di ricercare la verità e di raggiungere tappe differenziate nel cammino verso la verità tutta intera. L’ultimo capitolo diventa una nuova assunzione di responsabilità con il richiamo all’urgenza educativa.
Se è vero tutto quello che è descritto nel corso del mio volume, diventa ancora più importante l’assunzione di una responsabilità che porti a farci carico delle nuove generazioni, perché abbiano la solidità della memoria storica e una consequenzialità da parte nostra, che è quella di riprendere a comunicare.
Io penso che una chiave interpretativa dell’ultimo capitolo sia la circolarità formativa. Non è che oggi non avvenga la formazione; purtroppo avviene a livelli settoriali, indipendenti l’uno dall’altro, e questo crea una situazione di frammentarietà che non consente di raggiungere dei risultati. Per cui, la famiglia in primo luogo, le istituzioni all’interno delle quali viene sviluppata la formazione – la scuola ma anche le varie associazioni, il volontariato e tutto quel che costituisce una realtà e una ricchezza che il nostro Paese possiede –; la comunità cristiana, che ha un grande ruolo formativo: ecco, io penso che queste tre realtà dovrebbero di nuovo comunicare gli stessi valori con un linguaggio comune, anche se differenziato e mediato da contesti differenti. La famiglia inevitabilmente ha un suo linguaggio, che è quello della trasmissione quasi naturale dei valori di una educazione che avviene in un ambito di amore, di responsabilità; il linguaggio della scuola che avviene nell’ambito della cultura; quello della comunità cristiana che inevitabilmente avviene nell’ambito della religione: queste tre realtà dovrebbero essere capaci di comunicare gli stessi valori, valori profondamente umani, non tipicamente cristiani: la lealtà, l’onestà, la verità, il diritto, la giustizia, la dignità, il rispetto… Si tratta di un patrimonio comune della cui necessità la scuola è testimone sul piano culturale, la famiglia perché li vive, la comunità cristiana perché li sostiene con la testimonianza.
Alloggiare i pellegrini, particolare delle <I>Opere di misericordia</I>, undicesimo nicchione del Battistero di Parma

Alloggiare i pellegrini, particolare delle Opere di misericordia, undicesimo nicchione del Battistero di Parma

Ha anticipato una mia domanda: parlando del processo formativo, lei fa appello sovente alla credibilità delle persone (autorevolezza del formatore, testimonianza), e questo vale sia per la politica (istituzioni civili) sia per la Chiesa (comunità cristiana), oltre che per la scuola, la famiglia…
FISICHELLA: Esattamente. Elemento secondo me importante non è solo la circolarità formativa, perché quando si parla di valori e di formazione non siamo mai dinanzi soltanto a delle nozioni da trasmettere; stiamo trasmettendo uno stile di vita: perché la formazione possa essere pienamente adeguata, richiede che la persona e le istituzioni che trasmettono formazione siano anche credibili. Sulla credibilità ci giochiamo tutto. Noi oggi assistiamo a una perdita progressiva di credibilità di tutte le istituzioni; quando vengono fatti sondaggi sulla credibilità di uomini politici o di istituzioni, credo che dovremmo essere sempre attenti a tale dimensione. Infatti la credibilità se da una parte mostra la responsabilità che inevitabilmente poggia su ciascuno di noi, dall’altra mostra anche quanto sia elemento ineludibile nella completezza del processo formativo.
La credibilità dà anche autorevolezza alle persone. Autorità deriva dal latino augere che vuol dire “accrescere”, non “imporre”; accrescere ciò che è presente in ogni persona. La persona che ha autorevolezza è la persona che aiuta le altre, sulle quali esercita la sua autorità, a crescere. Se questo non avviene, non c’è neppure autorità.
Lei chiude le pagine del suo libro con un riferimento alle parole di don Luigi Giussani sul rischio educativo. Perché?
FISICHELLA: Ho chiuso con estremo piacere le pagine del mio volume toccando soprattutto il tema dell’emergenza educativa con le parole di un grande sacerdote che, tra i primi e tra i pochi, ha capito il rischio educativo, che non è soltanto il titolo di un suo bellissimo volume, ma è soprattutto una grande intuizione che il fondatore di Comunione e liberazione aveva avuto e che ha perseguito per tutta la sua vita.
Certamente la formazione è un rischio, ma è un rischio che va percorso.
Giussani, che io ritengo essere un vero apologeta del Ventesimo secolo nel senso pieno del termine – perché è apologeta colui che presenta, che dà le ragioni della fede –, nei suoi scritti ha affrontato il rischio educativo proprio dando forza alla ragione; una ragione che diventava però anche esperienza di vita, capace di dare ragioni della fede al credente ma, nello stesso tempo, ragioni per credere al non credente il quale, inserito all’interno di una esperienza concreta, ritrovava le ragioni non come una pura teoria ma come uno stile di vita.


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