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CINA
tratto dal n. 12 - 2009

Il caso Baoding e la Lettera del Papa


La vera storia del vescovo Francesco An Shuxin: detenuto per dieci anni dai comunisti, insultato da agenzie cattoliche, processato da suoi fratelli nella fede e trattato con qualche imbarazzo anche dal Vaticano. Una vicenda emblematica, che rivela diffuse resistenze ai suggerimenti pastorali rivolti da Benedetto XVI a tutti i cattolici cinesi nella Lettera
del giugno 2007


di Gianni Valente


Fedeli all’uscita della messa davanti alla Cattedrale dell’Immacolata Concezione (Nantang) a Pechino <BR>[© Associated Press/LaPresse]

Fedeli all’uscita della messa davanti alla Cattedrale dell’Immacolata Concezione (Nantang) a Pechino
[© Associated Press/LaPresse]

A Baoding non è difficile arrivare, con la superstrada o la ferrovia. Dista meno di 150 chilometri da Pechino, in direzione sud. Lì già da un pezzo hanno dismesso le industrie inquinanti e si sono messi a fabbricare turbine eoliche e tutto quel che serve a ricavare energia dal sole, dal vento e dalle biomasse. Per questo i reportage dei giornali di governo la decantano come la capitale delle energie rinnovabili, la città-modello della via cinese allo sviluppo sostenibile. Ma anche per chi conosce almeno un poco le storie recenti dei cattolici cinesi, Baoding non è un posto come gli altri. E per tutt’altre ragioni.
Il nome della città dell’Hebei, attualmente abitata da meno di un milione di abitanti, ricorre spesso nelle cronache della cattolicità cinese degli ultimi decenni, come epicentro di vicende delicate e controverse. Fu a Baoding che il vescovo Giuseppe Fan Xueyan nel 1981 cominciò a ordinare vescovi in forma clandestina, fuori dalle interferenze e dal controllo degli organismi “patriottici” imposti alla Chiesa dalla politica religiosa del regime. Iniziativa autorizzata post factum da papa Wojtyla, e gravida di conseguenze. Da lì si sviluppò in tempi fulminei la rete di vescovi “clandestini”, cioè non riconosciuti come tali dal governo, che si posero alla guida di quella parte della cattolicità cinese – preti, religiosi, comunità – che non accettava di sottoporre la propria vita ecclesiale al controllo del Partito.
Trent’anni dopo, Baoding è di nuovo al centro di una controversia che richiama in qualche modo anche la scelta fatta a suo tempo da Giuseppe Fan. Tutto ruota intorno al caso di un vescovo dell’area clandestina che ha deciso di uscire dalla condizione di clandestinità ed esercitare il proprio mandato pastorale accettando procedure imposte dalle autorità civili. La sua scelta ha innescato una tempesta di polemiche velenose che da mesi lacerano le comunità cattoliche della regione, coinvolgendo perfino i Palazzi vaticani. La vicenda appare confusa, e finora alcune ricostruzioni lacunose e tendenziose messe in rete da agenzie e sedicenti specialisti ne hanno favorito una lettura fuorviante. Ma due documenti, a tutt’oggi ignorati dai lanci delle agenzie giornalistiche occidentali, fanno piena chiarezza sulla dinamica concreta dei fatti e sulle ragioni dei protagonisti. Lasciando trasparire in controluce anche implicazioni e contorni reali di una partita più grande che si è aperta intorno al caso.

Francesco An Shuxin, vescovo coadiutore di Baoding [© Ucanews]

Francesco An Shuxin, vescovo coadiutore di Baoding [© Ucanews]

Una storia raccontata male
L’Hebei è da sempre una delle aree cinesi con maggior presenza di cattolici. E Baoding, fin dai tempi del compianto vescovo Fan – che la polizia riconsegnò cadavere ai familiari nell’aprile 1992 –, è considerata una roccaforte delle comunità cosiddette clandestine.
Il sessantenne Francesco An Shuxin, al centro della bufera di questi mesi, è un figlio spirituale di Giuseppe Fan. Ha esercitato il suo sacerdozio nella rete di strutture e comunità cosiddette “sotterranee”, ossia non registrate presso gli organismi governativi, fino a diventare vescovo ausiliare “clandestino” della stessa Baoding nel 1992. Per questo ha passato dieci anni di detenzione e isolamento sotto stretto controllo, dal 1996 al 2006. Nell’agosto di tre anni fa è stato liberato, e ha ripreso a esercitare il suo ministero pastorale uscendo dalla condizione di cosiddetta clandestinità.
Il cammino intrapreso da Francesco An ha suscitato da subito malumori e incomprensioni all’interno dell’area clandestina della sua diocesi. Col tempo, il malessere di alcuni sacerdoti e fedeli, già contrari alla sua scarcerazione, si è trasformato in aperta ostilità verso il vescovo tacciato di tradimento, fino all’esplicito rigetto della sua autorità episcopale. Agenzie occidentali hanno abbondantemente diffuso in rete i capi d’accusa che proverebbero la defezione di An dalla retta via. Come la sua decisione di concelebrare messa con Giovanni Su Changshan, vescovo “ufficiale” di Baoding, riconosciuto tale dal governo ma non dalla Sede apostolica. E soprattutto la sua assunzione di cariche all’interno della Associazione patriottica diocesana, l’organismo ibrido ispirato dal Partito comunista come strumento di controllo sulla Chiesa cinese. Il tutto mentre il vescovo ordinario clandestino di Baoding, Giacomo Su Zhimin, prelevato nel 1996 dagli apparati di polizia, risulta ancora oggi irreperibile. A complicare il quadro, gli oppositori più critici di An hanno tirato in ballo anche la Sede apostolica, diffondendo illazioni su presunte pressioni che la Congregazione di Propaganda Fide avrebbe esercitato sul vescovo per indurlo a lasciare la condizione di clandestinità e collaborare con le autorità politiche.
Nella memoria spiccia e tendenzialmente manichea dei lanci d’agenzia e dei blog, la vicenda rischia di essere derubricata come un semplice caso di cedimento: un ecclesiastico voltagabbana che si piega alla connivenza col nemico persecutore, in combutta con oscuri funzionari vaticani che a voler pensar bene si dimostrano ingenui e confusi. Ma davvero le cose stanno così?

La Cattedrale di Baoding [© Ucanews]

La Cattedrale di Baoding [© Ucanews]

Documento numero 1. L’interrogatorio dei clandestini
La ricostruzione più dettagliata della dinamica dei fatti proviene da una fonte poco sospettabile di nutrire simpatie per il vescovo An.
Si tratta di un lungo colloquio avvenuto a fine novembre tra il vescovo e un prete cinese, che contro la volontà di An l’ha poi pubblicato a metà dicembre su www.ccccn.org, uno dei siti web legati a gruppi dell’area clandestina della Chiesa cattolica. La conversazione assume a tratti un andamento inquisitoriale, con domande incalzanti che hanno l’effetto di rendere ancor più efficace la paziente deposizione del vescovo. An racconta di aver registrato già intorno al 2000 un certo cambio di passo nei funzionari politici che gestivano il suo isolamento coatto. A quel tempo, «anche loro hanno iniziato a sottolineare che si deve obbedire al Papa, altrimenti non c’è più la Chiesa cattolica. Però si obbedisce al Papa nella fede, nella disciplina e nella dottrina». I suoi interlocutori continuavano a rivendicare un controllo politico e amministrativo nella gestione della compagine ecclesiale, aggiungendo però che «l’amministrazione che intendiamo noi è un’amministrazione formale, non vuol dire amministrare l’interno della fede che intendete voi, perché noi non possiamo interferire negli affari della vostra fede».
Nell’intervista, An chiarisce comunque che non sono state le avances ricevute dai funzionari di Partito a convincerlo a uscire dalla condizione di vescovo clandestino. Hanno pesato molto di più fatti e notizie che hanno smontato alcuni cliché attraverso cui lui stesso osservava e giudicava le vicende della Chiesa di Cina. «Ho saputo», spiega a un tratto il vescovo, «che il Papa aveva riconosciuto molti vescovi ufficiali. Prima noi pensavamo che essi avessero dei problemi, ma il Papa li ha riconosciuti. Se il Papa dice che non c’è problema, che possiamo dire noi? Se insistiamo nel dire che sono loro che hanno problemi, allora vuol dire che quelli che hanno problemi siamo noi». An racconta che, sul piano dei fatti, la sua prima mossa per saggiare il terreno è stata quella di incoraggiare alcuni sacerdoti “clandestini” a farsi registrare presso gli organismi politici. Quando ha deciso anche lui di fare il passo, ha usato accorgimenti che documentassero se non altro la sincerità delle sue intenzioni: al momento di sottoscrivere i moduli per ottenere la “carta del vescovo” – un documento di certificazione previsto per il clero nella provincia dell’Hebei – ha evitato di firmare le sezioni relative alla autoelezione dei vescovi, aggiungendo una eloquente nota esplicativa («nel presupposto di non violare la fede cattolica») alla parte firmata, dove si faceva riferimento ai principi di autogestione e indipendenza della Chiesa cinese. Poi i funzionari di governo gli hanno chiesto di concelebrare insieme al vescovo ufficiale di Baoding, per rendere manifesta l’unione. Tale concelebrazione, presentata dai suoi critici come la prova principe del suo scandaloso cedimento, è avvenuta secondo An nel pieno rispetto delle norme canoniche che vietano la comunione sacramentale coi vescovi illegittimi: «Ho concelebrato con Su Changshan perché Su aveva chiesto tante volte la sua legittimazione alla Santa Sede, pur sapendo che la Santa Sede non poteva legittimarlo, perché a Baoding c’erano ancora il legittimo vescovo ordinario Su Zhimin e il sottoscritto. La Santa Sede ha risposto a Su Changshan che non gli permetteva di esercitare il ministero episcopale, ma gli concedeva di operare come sacerdote. È ovvio, anch’io in quel momento ho pensato al modo di non violare il principio della comunione sacramentale. Per questo, quando abbiamo concelebrato, nessuno di noi indossava paramenti e insegne episcopali».
Messo sotto torchio dall’intervistatore, il vescovo risponde anche alle altre obiezioni. Riguardo alla sorte di monsignor Su Zhimin, An ammette di non avere alcuna notizia del vescovo ordinario della diocesi, ma ricorda bene che «all’inizio del ’96 oppure alla fine del ’95, il vescovo Su Zhimin voleva uscire dalla clandestinità, e io stesso gliel’ho impedito». An chiarisce anche di aver accettato da alcuni mesi l’incarico di vicepresidente della locale Associazione patriottica, garantendo la propria disponibilità «solo a voce» e senza firmare nessuna personale iscrizione all’organismo “patriottico”. All’intervistatore che gli chiede se non si accorge di aver violato i principi accettando incarichi da un’associazione che si pone sopra la Chiesa, An risponde con semplicità disarmante: «Quando un vescovo diocesano prende l’incarico dell’Associazione patriottica, la cosa importante è che questo vescovo agisca secondo la fede oppure no. Anche a noi sembrava un poco contraddittorio che alcuni vescovi avessero ottenuto il riconoscimento dal Papa mentre avevano incarichi nell’Associazione patriottica. Ma in realtà non è per niente contraddittorio. Ciò che il Papa ha riconosciuto sono i vescovi. Il Papa non ha mai riconosciuto l’Associazione patriottica. I vescovi prendono l’incarico semplicemente per governare meglio la diocesi». Il vescovo sotto accusa ripete di aver fatto solo quello che ha visto fare in altre diocesi, dove da decenni altri vescovi hanno disinnescato di fatto la pressione degli apparati patriottici sulla vita della Chiesa con la semplice mossa di assumere essi stessi il controllo di tali organismi. An riafferma a più riprese che il suo unico intento è stato quello di superare il «governo anomalo della diocesi», dove il disordine «non è creato da altri, ma da noi stessi», per favorire che «i fedeli possano andare in chiesa in maniera normale».
Il vescovo si dice consapevole di correre «un po’ di rischi». Ma è confortato dall’impressione di essere in sintonia con i suggerimenti provenienti dalla Sede apostolica: «Guardo solo l’orientamento della Santa Sede, agisco seguendo l’orientamento della Santa Sede. Nel ’96 i fedeli [delle due aree, quella “clandestina” e quella riconosciuta dalle autorità politiche, ndr] non potevano nemmeno pregare insieme, e questo causava danni molto gravi… Ho visto che un tempo la diocesi di Baoding riteneva che i vescovi autoeletti e autoconsacrati fossero meritevoli di punizione, che appartenessero a una Chiesa scismatica, e che i sacramenti da loro amministrati fossero problematici. In seguito ho saputo che oltre l’ottanta per cento di quei vescovi sono stati riconosciuti dal Papa…». In ogni caso, An si dice pronto a mettersi subito da parte, «se la Santa Sede mi dice che quel che ho fatto non va bene».
In verità, già a partire dal 2006, la Santa Sede aveva inviato a Baoding una serie di documenti che riconoscevano al vescovo appena uscito dalla condizione di clandestinità la legittima autorità per amministrare la diocesi. Ma tali attestazioni pontificie sono state a più riprese ignorate dai gruppi di sacerdoti più critici rispetto alla scelta di An. Talvolta ricorrendo perfino ad argomentazioni pretestuose, come la mancanza di timbri o di firme che avrebbe reso invalide le missive arrivate da Roma. Anche quando è giunta dal Vaticano la lettera che, da ausiliare, lo nominava vescovo coadiutore, a ulteriore conferma della sua autorità episcopale, An l’ha fatta vedere ai sacerdoti che proprio quell’autorità episcopale contestavano. Nell’interrogatorio racconta che quella volta i suoi oppositori «non hanno potuto accampare alcun dubbio, ma semplicemente non l’hanno accettata». Per loro An non è degno di fare il vescovo, dopo che si sarebbe sottomesso alle richieste dei funzionari politici e degli apparati patriottici. Lo hanno scritto nero su bianco, anche nelle lettere di denuncia che hanno spedito ai Palazzi vaticani, fin da quando ha avuto inizio la querelle.

Fedeli in preghiera davanti al presepe in una chiesa nella città di Qingdao, nella provincia cinese dello Shandong [© Corbis]

Fedeli in preghiera davanti al presepe in una chiesa nella città di Qingdao, nella provincia cinese dello Shandong [© Corbis]

La lettera di Propaganda Fide
Nel montare della polemica, alcuni lanci d’agenzia hanno chiamato in causa fonti anonime vaticane e di Baoding per sostenere che il vescovo An era uscito dalla condizione di clandestinità su pressione della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Lo scorso 3 novembre il dicastero vaticano che segue le circoscrizioni ecclesiastiche cinesi ha diramato una nota di smentita, irrituale quanto categorica, pubblicata sull’agenzia Fides.
In realtà, la Santa Sede non ha esercitato pressioni, ma più di una volta ha sostenuto la legittima autorità e la persona del vescovo An, anche con interventi scritti. Il più eloquente è una lettera del 29 giugno 2008 inviata ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli della diocesi di Baoding, firmata dal cardinale Ivan Dias, prefetto della Congregazione di Propaganda Fide. Il documento è stato anch’esso pubblicato sul sito www.ccccn.org, e ora il testo integrale è consultabile in italiano in una nostra traduzione dal cinese.
La lunga missiva è disseminata di richiami alla Lettera apostolica indirizzata da Benedetto XVI ai cattolici cinesi nel giugno 2007, con l’invito ad assumerla come testo di riferimento sulla via della riconciliazione. I paragrafi riferiti alla situazione particolare di Baoding sono inequivocabili. Dias ricorda a tutta la diocesi «la fortuna di avere come vescovi legittimi Giacomo Su Zhimin – benché impedito, perché ancora in detenzione – e il suo coadiutore Francesco An Shuxin». Scrive che tutti, «senza eccezioni», hanno il dovere di riconoscerli come vescovi legittimi della diocesi di Baoding, e anche di sostenerli materialmente e spiritualmente, «soprattutto nelle attuali circostanze così difficili e delicate per la loro missione di pastori. Il tradizionale orientamento “nihil sine episcopo”, riproposto dal Papa nella sua Lettera, mantiene tutto il suo valore (n. 10, §9)». Il prefetto di Propaganda Fide rassicura tutti sul fatto «che papa Benedetto XVI e la Santa Sede sono ben informati di tutto quello che ha fatto il vescovo Francesco An Shuxin dopo il suo rilascio dalla prigionia». Fa notare che tutti sanno bene in che modo egli abbia «testimoniato la sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa con più di dieci anni di prigione», agendo sempre «con intenzione retta e buona volontà, puntando al bene della Chiesa». Liquida con tono deciso tutte le illazioni e le resistenze sollevate intorno alle sue scelte: «Tutti devono sapere che lo stimato vescovo gode del favore e della fiducia totale della Santa Sede. Perciò nessuno può permettersi di sospettare della sua sincerità, o di opporsi alla sua autorità, diffondendo giudizi sconsiderati che turbano i fedeli. Questo, oltre a provocare grande piacere tra i nemici della Chiesa, rappresenta una mancanza grave di carità davanti a Dio e alla Chiesa».
Parole perentorie, che riportano la vicenda ai suoi termini tanto reali quanto paradossali: un vescovo legittimo e in piena comunione con il vescovo di Roma viene rigettato da una parte del suo clero, con l’accusa di essere poco fedele alla Sede romana.

Fedeli durante la messa di Natale nella chiesa cattolica Xishiku a Pechino [© AFP/Getty Images]

Fedeli durante la messa di Natale nella chiesa cattolica Xishiku a Pechino [© AFP/Getty Images]

Il “Papa confuso” e la Lettera nascosta
In una recente intervista rilasciata all’agenzia Ucanews, il vescovo An aveva ammesso: «Dopo la mia liberazione, nel 2006, io mi ero rifiutato di aderire all’Associazione patriottica. Ho cambiato idea dopo aver letto la Lettera del Papa». Nell’interrogatorio già citato, An aggiunge particolari eloquenti sulla ricezione della Lettera indirizzata da Benedetto XVI ai cattolici cinesi: «Dopo la pubblicazione della Lettera del Papa del 2007», racconta il vescovo, «molti sacerdoti [tra quelli che gli si oppongono, ndr] hanno impedito ai fedeli di studiare la Lettera pastorale, perché dicevano che il Papa è confuso. Comunque non lasciano che la gente la studi. E questo di per sé già è un problema […]. Quando questi sacerdoti hanno saputo che le suore della congregazione diocesana l’avevano studiata di nascosto, ci sono stati dei contrasti».
La Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi, pubblicata il 30 giugno 2007, è il documento più importante inviato finora dalla Sede apostolica alla Chiesa in Cina. Ma da quando è uscita, c’è chi si ostina a segnalarne in forme più o meno esplicite un deficit di chiarezza che la esporrebbe a conflitto di interpretazioni, fino a ispirare opzioni contrastanti su questioni concrete e delicate, come quelle che toccano il rapporto tra la Chiesa e i poteri civili. Il cardinale settantottenne Joseph Zen, in qualità di arcivescovo emerito di Hong Kong, dopo la pubblicazione di un Compendio a domande e risposte della Lettera papale – che alcuni, tra cui lo stesso Zen, sostenevano contenesse punti bisognosi di disambiguazione –, lo scorso novembre ha sentito il bisogno di stendere e pubblicare una guida di 22 pagine alla corretta interpretazione della Lettera papale. Il ruolo di interprete e mediatore in loco della Lettera papale che Zen si è voluto ritagliare negli ultimi mesi trova applicazioni e riscontri crescenti nelle vicende della Chiesa cinese. Di recente, mentre sacerdoti dell’area clandestina cercano di condividere incontri di preghiera e catechesi con sacerdoti delle comunità ufficiali, accade che altri, anche responsabili di comunità, si oppongano a questo proposito, dichiarando di volersi attenere alla linea indicata da Zen piuttosto che a quella indicata dal Papa e da Roma.
L’iniziativa del cardinale salesiano che si offre come garante dell’ermeneutica esatta di un testo pontificio appare irrituale e autoispirata. In realtà, la Lettera papale ai cinesi contiene indicazioni e suggerimenti chiari e facilmente attingibili sine glossa dai suoi destinatari, anche riguardo alle questioni pastorali più roventi. E lo fa tenendo presenti tutti i fattori in gioco, e seguendo il criterio cattolico dell’et et.
Benedetto XVI, nel testo da lui firmato il giorno di Pentecoste del 2007, si augura un «dialogo rispettoso e aperto» della Santa Sede e dei vescovi cinesi con le autorità governative, che aiuti a superare le perduranti «limitazioni che toccano il cuore della fede e che, in certa misura, soffocano l’attività pastorale». Ai vescovi e alle comunità clandestine non ordina di uscire in blocco e in fretta dalla clandestinità, né tanto meno di perseverare in tale opzione. Scrive che «la clandestinità non rientra nella normalità della vita della Chiesa», e in questo modo indica con chiarezza e con tratto paterno, senza diktat, quale sia la direzione da prendere. Con tutta la pazienza del mondo, aspettando chi procede lentamente su un cammino che sarà lungo e non privo di soste e deviazioni obbligate. Mostrando cordiale e fattiva comprensione per chi più ha sofferto e magari continua a soffrire la politica ottusa o brutale di funzionari politici locali. Tenendo presenti tutti i fattori che nelle singole circostanze possono ostacolare o rendere di fatto impossibile avanzare verso l’obiettivo. Ma senza incertezze su quale sia la strada da seguire. Senza mai rinunciare all’auspicio che anche tutti i vescovi finora in condizione di clandestinità «possano essere riconosciuti come tali dalle Autorità governative anche per gli effetti civili».
Riguardo alla stessa Associazione patriottica e agli altri apparati di controllo ispirati dallo Stato, la Lettera papale ripete che la loro pretesa di porsi «al di sopra dei vescovi stessi e di guidare la vita della comunità ecclesiale non corrisponde alla dottrina cattolica». A essere definita «inconciliabile con la dottrina cattolica» non è di per sé l’esistenza di tali organismi, ma la loro dichiarata finalità di attuare «i principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa». Si fa anche riferimento esplicito ai loro «statuti, che contengono elementi inconciliabili con la dottrina cattolica». Ma in nessun punto si richiede né si suggerisce lo smantellamento sistematico e immediato dell’Associazione patriottica, lasciando aperta la possibilità di una graduale riconversione che attraverso una revisione dei suoi statuti la trasformi in strumento di contatto tra Chiesa e regime politico.
Per il momento, la Lettera fornisce comunque criteri chiari su come regolarsi all’interno delle comunità cattoliche in merito ai rapporti con le autorità civili. Il Papa ripete che «è lecito concelebrare con vescovi e con sacerdoti che sono in comunione con il Papa, anche se sono riconosciuti dalle Autorità civili e mantengono un rapporto con organismi, voluti dallo Stato ed estranei alla struttura della Chiesa, purché il riconoscimento e il rapporto non comportino la negazione di principi irrinunciabili della fede e della comunione ecclesiastica». Per il Papa è chiaro che la salvaguardia della fede e della comunione sacramentale non si oppone, di per sé, al dialogo con i vari livelli del potere politico, e che «non si vedono particolari difficoltà per l’accettazione del riconoscimento concesso dalle Autorità civili, a condizione che esso non comporti la negazione di principi irrinunciabili della fede e della comunione ecclesiastica». La Lettera ammette però che sul piano concreto le procedure di riconoscimento implicano quasi sempre l’adesione a gesti e formule che possono creare problemi di coscienza per i cattolici. «Comprendo», scrive il Papa, «come in tali varie condizioni e circostanze sia difficile determinare la scelta corretta da fare». La soluzione provvisoria suggerita per affrontare simili contingenze concrete manifesta in sintesi la dinamica di comunione – intesa anche come condivisione collegiale delle responsabilità – che anima l’intera Lettera papale. Benedetto XVI scrive che «la Santa Sede, dopo avere riaffermato i principi, lascia la decisione al singolo vescovo che, sentito il suo presbiterio, è meglio in grado di conoscere la situazione locale, di soppesare le concrete possibilità di scelta e di valutare le eventuali conseguenze all’interno della comunità diocesana». Il Papa mette anche in conto che la decisione finale non incontri il consenso di tutti i sacerdoti e i fedeli. In tal caso, si augura che essa venga comunque accolta, «anche se con sofferenza, e che si mantenga l’unità della comunità diocesana col proprio pastore».

La processione della statua della Madonna nel santuario mariano di Sheshan (Shanghai) dove, il 1° maggio 2009, sono giunte in pellegrinaggio più di tremila persone <BR>[© Ucanews]

La processione della statua della Madonna nel santuario mariano di Sheshan (Shanghai) dove, il 1° maggio 2009, sono giunte in pellegrinaggio più di tremila persone
[© Ucanews]

Il tempo della semina
A conti fatti, la scelta del vescovo An a Baoding appare né più né meno come un tentativo di applicazione della Lettera papale del 2007. Discutibile, come tutti i tentativi umani. Ma niente a che vedere con tradimenti e voltafaccia. E allora le reazioni che ha suscitato fanno pensare che forse il vero problema non è l’iniziativa presa da An. A far problema, a più di qualcuno, dentro e fuori la Cina continentale, forse è proprio la Lettera del Papa.
L’epistola di Benedetto XVI suggerisce i criteri che col tempo possono favorire la riconciliazione all’interno dell’unica Chiesa cattolica cinese, dopo anni di sofferenze, conflitti, accuse e cattiverie tra fratelli nella fede. La sua pubblicazione, senza nemmeno dirlo, ha messo fuori gioco luoghi comuni manichei e pregiudizi incalliti, come quello – ormai grottesco – secondo cui in Cina esisterebbero due Chiese, una fedele al Papa e l’altra al regime. E allora può capitare che s’inneschino meccanismi taciti di rimozione e oscuramento. Tentativi nemmeno troppo dissimulati di far scivolare la Lettera papale nel cono d’ombra. O di incapsularla in chiavi di lettura selettive, che escludono dalla vista le linee portanti del documento e che battono in maniera ossessiva su singole frasi, accuratamente estrapolate dal contesto, giocando coi virgolettati in maniera un po’ truffaldina.
Chi fa queste operazioni, di solito, non ha la faccia di criticare il Papa, e allora lascia intendere che qualcuno, magari a Roma, lo ha informato e consigliato male. E così si rischia comunque di dissipare i semi di perdono e riconciliazione che la Lettera potrebbe disseminare sul cammino della Chiesa in Cina, e che potrebbero germogliare aiutando col tempo ad accantonare laceranti dialettiche e a guarire ferite ancora aperte. Non è un caso che il cardinale Tarcisio Bertone, nella sua recente missiva indirizzata ai sacerdoti cinesi in occasione dell’Anno sacerdotale – pubblicata dall’agenzia Fides lo scorso 17 novembre – abbia riproposto la riconciliazione all’interno della comunità cattolica e il dialogo rispettoso e costruttivo con le autorità civili come le «linee guida» della Lettera papale del 2007. «A solo due anni dalla pubblicazione della Lettera pontificia», ha aggiunto il segretario di Stato, «non sembra che sia giunto il momento di fare bilanci definitivi. Usando le parole del grande missionario della Cina, padre Matteo Ricci, credo che si possa dire che ancora è tempo più di semina che di raccolta». Cosa che forse il vescovo An e le suore di Baoding avevano già intuito, grazie al loro sensus fidei, senza bisogno di interpreti.


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