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CINA
tratto dal n. 12 - 2009

E il segretario comunista portò il calice per la messa


Nel lungo colloquio tra un sacerdote dell’area clandestina e il vescovo Francesco An Shuxin, le prime domande si concentrano sul periodo di detenzione e isolamento subìto da monsignor An tra il 1996 e il 2006. I pochi cenni essenziali, riportati senza enfasi dal vescovo, sono la testimonianza semplice e scarna di come la grazia del Signore sappia allietare e alleggerire le anime dei suoi fìgli, anche in circostanze difficili e seguendo a volte vie paradossali e fantasiose


Il colloquio tra un sacerdote dell’area clandestina e il vescovo Francesco An Shuxin


Mons. Francesco An Shu Xin, vescovo coadiutore di Baoding (Hebei) ha tenuto la seguente conversazione con un sacerdote della comunità non ufficiale, originario di Baoding, ordinato e operante in un’altra diocesi. La conversazione è apparsa il 14 dicembre 2009 sul sito www.ccccn.org sotto forma di intervista.


Anzitutto vogliamo sapere la situazione della sua vita durante l’arresto domiciliare, soprattutto la sua preghiera e il suo stato interiore. Ci potrebbe spiegare meglio?
FRANCESCO AN SHUXIN: Adesso la politica del governo nei confronti dei vescovi e sacerdoti è diversa da prima, è già un po’ più umana. Nei confronti di noi vescovi, la politica è l’isolamento, tenerci da soli in un posto vigilato, senza possibilità di contattare qualcuno all’esterno. Non è consentito contattare proprio le persone che uno vorrebbe vedere. Per il resto, cercavano anche tante occasioni per farmi uscire, magari per andare a vedere altre diocesi, e poi rientrare. Ovviamente non sono andato fuori molto spesso, ma qualche volta è successo. In seguito hanno capito che non c’era niente. Generalmente sono rimasto quasi sempre nello stesso posto.
Nel 1996 l’incidente del “video” (un documentario sulla diocesi di Baoding girato da una troupe televisiva francese) provocò un caso politico. La diocesi di Baoding finì al centro di un’attenzione particolare da parte di Pechino, e per questo anche la città di Baoding dette molto importanza a questa faccenda. Di conseguenza anche noi siamo diventati “soggetti degni di interesse”. I fondi venivano stanziati direttamente da Pechino. Per vigilare su di me, un solo uomo, erano state coinvolte decine di persone.
In seguito hanno scoperto che noi non abbiamo fatto nulla, che era tutto molto normale, che si trattava semplicemente della nostra fede, quindi pian piano anche il loro controllo si è allentato, il personale di controllo è diminuito. Ma comunque le limitazioni sono rimaste in vigore.
All’inizio non avevo nulla. Da quando sono stato dal vescovo Jin Luxian ho avuto in regalo, finalmente, un breviario. In seguito, gradualmente, ho avuto anche una stanza tutta per me.
Quando il segretario del partito comunista del villaggio è venuto a visitarmi, mi ha portato i paramenti liturgici e un calice per la celebrazione della messa.
Dopo ho comprato io l’uva per fare il vino, so come fare il vino. Quando ne facevo tanto, tenevo quello che mi serviva, il resto l’offrivo alle persone che mi controllavano, per bere in compagnia.
In seguito ho visto i libri pubblicati dalla Editrice Faith e dalla Guang Qi: anche i libri sono stati spediti fin qui per via postale. Quindi, per una decina di anni, abbiamo vissuto insieme abbastanza in armonia e bene.
Durante questo periodo, non le hanno impartito alcune lezioni “educative”?
FRANCESCO AN SHUXIN: All’inizio, i superiori hanno detto agli agenti di controllo che dovevano studiare con me. Ma che argomenti potevano avere loro? Quando stavamo insieme, parlavamo sul senso della vita. Per quanto riguarda i temi morali, loro non avevano tante cose da dirmi. Quando stavamo insieme era solo per leggere un po’ il giornale di Faith, oppure altri quotidiani e riviste. Quello che leggevano, in realtà lo sapevamo già. Forse le loro idee sono diverse dalle nostre. Ma se abbiano soddisfatto o meno le richieste dei superiori, è tutto un altro conto.
Da quando lei ha cominciato ad avere contatti con l’esterno?
FRANCESCO AN SHUXIN: Non ricordo se eravamo ancora negli anni Novanta oppure dopo il 2000. I funzionari locali hanno avuto un incontro con i superiori. E dopo, volevano essere in conformità con la Chiesa universale. Anche loro hanno iniziato a sottolineare che si deve obbedire al Papa, altrimenti non c’è più la Chiesa cattolica. Però si obbedisce al Papa nella fede, nella disciplina e nella dottrina. Per quanto riguarda l’aspetto politico, cioè l’aspetto amministrativo della Chiesa, insistevano che si tratta di un aspetto esteriore e formale. Dopo la riunione con il governo, ritenevano che anche i vescovi avrebbero potuto accettare una tale decisione, quindi da quel momento i funzionari del Fronte Unito di Baoding sono venuti a cercarmi molto di frequente. Mi cercavano una o due volte alla settimana, a volte quasi tutti giorni. Quando le visite sono diventate troppo frequenti, ho cominciato ad avere problemi, e allora con loro ho chiuso.
Loro sostenevano che l’obbedienza al Papa dal punto di vista dottrinale non sarebbe stato più un problema: e che i vescovi avrebbero dovuto accettare solo l’aspetto politico di amministrare la Chiesa come indipendente, autonoma, e autogestita.
In quel periodo ho discusso con loro anche intorno a questa espressione. «Cos’é la politica?», chiedevo. La politica vuol dire amministrare. Ma come va inteso questo concetto? Loro dicevano: l’amministrazione, come la intediamo noi, è un’amministrazione formale, non vuol dire amministrare le cose intime della fede, come pensate voi. Non possiamo interferire negli affari interni della vostra fede». Ma io insistevo: finché la Cina continentale non avrà rapporti diplomatici con il Vaticano non possiamo fare niente. Quando inizieranno i rapporti diplomatici, il nostro problema sarà risolto automaticamente. Dopo tale stallo, non mi hanno più cercato, né governo comunale né distrettuale. Non hanno più parlato con me su questo argomento.
Negli anni 2004, 2005 e 2006 il controllo nei miei confronti si è molto allentato. Ho potuto anche contattare alcune persone che volevo vedere io. Da ciò ho potuto sapere che la diocesi aveva subito grandissimi danni. Ho saputo anche che il Papa aveva riconosciuto molti vescovi ufficiali. Prima noi pensavamo che essi avessero dei problemi. Ma il Papa li ha riconosciuti. Se il Papa dice che non c’è problema, che possiamo dire noi? Se insistiamo nel dire che sono loro che hanno problemi, allora vuol dire che quelli che hanno problemi siamo noi. Davanti a una situazione posta in tal modo dalla Santa Sede, noi dobbiamo cambiare, altrimenti ci troveremo in una situazione molto sfavorevole.
Monsignore, lei ha appena detto che nell’ultimo periodo dell’arresto domiciliare ha avuto maggiore spazio di libertà, ha potuto vedere molto persone. Vogliamo sapere qualcosa circa il loro atteggiamento e se questo loro atteggiamento ha avuto influenza su di lei.
FRANCESCO AN SHUXIN: Non hanno parlato granché con me. Solo che alcuni sacerdoti, dopo aver saputo che io avevo chiuso i miei dialoghi coi funzionari, mi hanno mandato dei messaggi con l’invito a continuare i contatti con essi. Ma io avevo già chiuso, i funzionari non mi cercavano più, come potevo cercarli io? Io potevo soltanto restare li. Ovviamente ho parlato dì tante cose con questi sacerdoti. Per esempio con un sacerdote ho avuto lunghe conversazioni circa la situazione internazionale, sulla questione dei vescovi riconosciuti da Papa, e su altre cose.
Quando abbiamo toccato l’argomento dei sacerdoti della comunità ufficiale, e dei tanti problemi che hanno, gli ho suggerito di sottolineare la castità dei voti sacerdotali nelle lezioni che teneva agli altri. Trovandoci in una circostanza sfavorevole, dobbiamo fare attenzione a questo punto. Ho detto a lui che in una zona c’erano due giovani sacerdoti ufficiali, i quali in meno di un anno erano scappati con le suore. E lui mi diceva: però guardi che quelli di sotto, i clandestini, non stanno molto meglio di quelli di sopra, cioè gli ufficiali. Ha detto questa frase con molta leggerezza, ma mi ha provocato una forte impressione, che è diventata un grosso peso per me nei giorni seguenti. Ho pensato che lui avesse buone ragioni per dire questo. Se usciamo allo scoperto, più o meno possiamo ancora resistere su questo fronte. Quindi perché i nostri sacerdoti devono nascondersi o fuggire? […].
In seguito ho potuto vedere alcuni sacerdoti, solo dopo che essi avevano concelebrato con Giovanni Su Changshan di Dong Lu [vescovo consacrato senza mandato apostolico, ndr]. Quando li ho visti, essi mi hanno detto che durante la concelebrazione Su Changshan ha celebrato come un sacerdote, senza paramenti o insegne episcopali.
Secondo me quella celebrazione non contravveniva ai criteri della comunione sacramentale. In quel momento non avevo trovato una soluzione migliore, quindi non ho detto loro altro, tanto meno ho dato loro una punizione. Sapevo che ci sarebbero state di sicuro delle conseguenze, quindi ho scritto alcune indicazioni al reverendo Lu, allora amministratore diocesano, per chiedergli di non punire quei sacerdoti: io mi assumevo tutte le conseguenze per loro. Se un giorno la Santa Sede avesse comminato delle punizioni, me le sarei accollate io.
Se non avessi agito così, la strada non si sarebbe mai aperta, e non si sarebbe trovata una soluzione. Da quel momento alcuni sacerdoti sono usciti dalla clandestinità, hanno aperto le chiese rendendo un servizio ai fedeli.
Chi sono i sacerdoti ai quali si riferisce?
FRANCESCO AN SHUXIN: Sono il reverendo Quo Yibao, il reverendo Wang Zhenhe e il reverendo Liu Zhanfang di Chun Mu Yu. Quando sono usciti dalla condizione di clandestinità, io ho chiesto loro di rendere pubblica la loro decisione. Così, con un primo passo pubblico, pian piano, la situazione si è aperta. Quando hanno lasciato la clandestinità, questi sacerdoti hanno partecipato anche agli incontri con i funzionari del Fronte Unito. Ogni volta che li vedevo, mi incoraggiavano sempre a fare la stessa cosa.
In seguito Su Changshan è andato a Baoding per un incontro del Comitato consultivo. Il direttore distrettuale del Fronte Unito mi ha cercato per chiedermi se accettavo di incontrare Su Changshan. Pensavo che non avrebbero dovuto esserci problemi. Quindi da quel momento ho cominciato a essere in contatto con loro, pian piano, uscendo passo dopo passo dalla clandestinità.
Nel 2005, monsignor Jia (Giulio Jia Zhiguo, vescovo di Zhengding) aveva interpellato la Santa Sede circa la questione delle tre autonomie. Qualcuno gli aveva detto che le tre autonomie applicate nel nostro Paese non ci separano dal Papa: si obbedisce al Papa nella fede, ma per quanto riguarda l’amministrazione questa sarà gestita dal governo.
In quel momento il cardinale Crescenzio Sepe [a quel tempo prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, ndr] ha dato la risposta. Io ho visto la risposta del cardinale Sepe, a tutt’oggi conservo ancora la copia. Lui ha risposto con una frase che voleva dire «questo non si può riconoscere», «non è possibile riconoscerlo».
Dopo aver letto questo documento, quando sono uscito dalla clandestinità e mi chiedevano delle condizioni esigendo la mia firma, avevo timore che la firma potesse causare equivoci, perché tutti noi in questi anni sappiamo cosa sono le tre autonomie.
Quindi, quando ho firmato, ho scritto davanti alla mia firma: nel presupposto di non violare la fede cattolica, perseverando nella linea della Chiesa indipendente, autonoma e autogestita.
Secondo me in questo modo non si violavano i principi. Ovviamente non ho firmato le parti che seguivano, riguardanti l’elezione e la consacrazione autonoma dei vescovi. Non ho accettato questo, e anche così la cosa è passata.
Poi ho concelebrato con Su Changshan. Su aveva già chiesto tante volte alla Santa Sede di essere legittimato come vescovo, pur sapendo che la Santa Sede non poteva legittimarlo, perché a Baoding c’erano ancora il legittimo vescovo ordinario Su Zhimin e il sottoscritto.
La Santa Sede ha risposto a Su Changshan che non gli permetteva di esercitare il ministero episcopale, ma gli concedeva di operare solo come sacerdote. Ovvio, anch’io in quel momento ho pensato al modo di non violare il principio della comunione sacramentale. Per questo, quando abbiamo concelebrato, nessuno di noi indossava paramenti e insegne episcopali. Abbiamo semplicemente concelebrato una messa. Perché così aveva richiesto il governo: i clandestini, se vogliono uscire dalla clandestinità, devono concelebrare con il vescovo ufficiale, per rendere manifesta l’unione.
Dopo avere concelebrato con Su Changshan, lei ha ricevuto alcune istruzioni particolari dalla Santa Sede o dal Rappresentante pontificio [l’incaricato del centro studi della Santa Sede ad Hong Kong, una specie di “nunziatura ufficiosa” che il Vaticano mantiene nell’ex colonia britannica, ndr]?
FRANCESCO AN SHUXIN: Sia prima che dopo la concelebrazione non ho scambiato nessuna lettera con la Santa Sede. In realtà anche prima non ho avuto scambi di lettere. Dopo che il reverendo Lu ha avuto l’incidente [arrestato, ndr], il sacerdote Ma è diventato amministratore. Quando sono uscito, ho incontrato l’obiezione di tanti sacerdoti. Padre Ma era già contro di me anche quando stavo ancora in prigione. E dopo ha scritto anche una lettera aperta alla diocesi contro di me.
Allora alcuni hanno trasmesso informazioni alla Santa Sede circa i sacerdoti usciti per primi dalla clandestinità, che avevano accettato le condizioni e preso la tessera. La Santa Sede è stata informata. Ma non ha detto nulla. Il reverendo Ma nella sua lettera aperta diceva che io non avevo l’autorità di governare la diocesi. A quel punto il cardinale Sepe mi ha dato un documento. Ma tanti sacerdoti non lo riconobbero, dicendo che era invalido, perché non era firmato né timbrato, e altre cose del genere.
Nella lettera il cardinale Sepe che cosa ha confermato?
FRANCESCO AN SHUXIN: Ho informato la Santa Sede che ero stato io a dare il permesso a quei sacerdoti che erano usciti per primi dalla clandestinità, e me ne assumevo la responsabilità. Se si deve infliggere qualche punizione – così ho scritto – essa deve cadere su di me, perché sono stato io a dar loro il permesso. Ma la Santa Sede non ha comminato punizioni. Nella lettera il cardinale Sepe non ha espresso approvazione o disapprovazione per quanto era stato deciso, ha detto soltanto che dopo la mia uscita dalla clandestinità avevo l’autorità per governare la diocesi. Ma molti sacerdoti non hanno accettato. In seguito i sacerdoti hanno scritto sempre di più alla Santa Sede. Io ovviamente non ho scritto niente ai superiori.
Dopo un certo periodo il Rappresentante pontificio [l’incaricato del Centro studi della Santa Sede a Hong Kong a quel tempo era monsignor Eugène Nugent, ndr] mi ha mandato una lettera in cui c’era scritto: negli ultimi mesi mi sono accorto che ci sono tanti problemi. E allora ti devo chiedere come sei uscito, e perché sei uscito dalla clandestinità? Per rispondere al Rappresentante pontificio ho scritto tutto il racconto della vicenda per filo e per segno, dall’inizio alla fine. Ho inviato una copia di questa risposta anche al Dicastero della Santa Sede. In seguito anche il cardinale Ivan Dias, promosso prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, ha risposto con una lettera.
Monsignore, tutte le lettere sono nel testo originale in lingua straniera e hanno il timbro?
FRANCESCO AN SHUXIN: Ci sono gli originali, mi sembra in italiano, in precedenza ce n’è stata una che non aveva il timbro, e poi tutte le altre avevano i timbri. Anche la lettera aperta alla diocesi di Baoding ha un timbro a secco, non è quello ad inchiostro, quindi non si vede nella fotocopia. Anche la traduzione cinese ha il timbro a secco. Anche la carta usata è la carta con l’intestazione del dicastero della Santa Sede.
Il cardinale Dias ha dato una sola lettera aperta alla diocesi di Baoding?
FRANCESCO AN SHUXIN: Dopo la richiesta del Rappresentante pontificio e la mia risposta, ce n’è ancora un’altra, indirizzata a me, e una indirizzata al reverendo Ma, con la quale gli si diceva doveva smettere di governare la diocesi come Amministratore, visto che c’era un vescovo legittimo, uscito dalla clandestinità.
In seguito è arrivata un’altra lettera con la quale sono stato nominato vescovo coadiutore. Ho fatto vedere la lettera ai sacerdoti. I sacerdoti non hanno potuto accampare alcun dubbio, ma semplicemente non hanno accettata. E poi tutti quanti hanno discusso e deciso di scrivere un’altra lettera al Rappresentante pontificio, che anch’ io ho firmato.
Questa lettera era molto schematica. C’era scritto che io avevo accettato certe condizioni, che io avevo concelebrato con qualcuno. Visto che l’avevano scritta in modo vago e approssimato, ho fatto notare che raccontare le cose in quel modo equivaleva a voler creare di proposito degli equivoci. La lettera sosteneva che io avevo scritto di voler persistere nella linea della Chiesa indipendente, autonoma e auto-gestita; e che avevo concelebrato con un vescovo dell’Associazione Patriottica, eletto e consacrato senza mandato apostolico.
Io ho sempre creduto che la Santa Sede riconosceva Su Changshan come sacerdote, e che per questo la nostra concelebrazione non ha violato nessun principio di comunione sacramentale.
I sacerdoti non hanno voluto correggere il testo, e io alla fine ho firmato lo stesso.
Io credo che il mio comportamento è responsabile, ma so anche che facendo così troverò l’obiezione di una parte della gente. Secondo me, agendo nel modo in cui ho scelto di agire, si tutelano gli interessi della Chiesa. Per questo ho agito così. Pensavo che la situazione sarebbe migliorata progressivamente, col passare del tempo. Perché ci sono parecchie persone che non riescono ancora a cambiare il loro modo di vedere da un momento all’altro.
Due anni fa, quando sono uscito dalla clandestinità, sia il direttore comunale dell’Associazione patriottica che il direttore comunale del Comitato degli Affari cattolici erano vescovi, e dovevano essere sostituiti nei loro ruoli. In quel momento non ho accolto le loro richieste. Ora soltanto, a voce, ho accettato semplicemente l’incarico di vice.
Secondo lei la lettera aperta alla diocesi di Baoding della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli è una conferma e un sostegno sulla faccenda della sua concelebrazione? Perché nella lettera si legge che la Santa Sede e il Papa la conoscono perfettamente.
FRANCESCO AN SHUXIN: Questa questione non ha nulla a che fare con la Santa Sede. Il fatto è che quando sono uscito dalla clandestinità, tanti sacerdoti pensavano che quella mia scelta già implicasse la mia appartenenza all’Associazione patriottica. Non hanno alcun dubbio su questa loro supposizione, su questo loro punto di vista. Dopo la pubblicazione della Lettera pastorale (Lettera di Benedetto XVI alla Chiesa in Cina del 2007), nella lettera aperta alla Diocesi di Baoding si dice che la mia situazione è ben nota alla Sede apostolica. Ma ci sono tanti sacerdoti che sono capaci di dire cose inesistenti, facendole apparire come se fossero davvero accadute. Quelli che non sono al corrente di cose riservate, si fidano e finiscono per credere a queste invenzioni.
Non sono capace di navigare su internet, ma alcuni mi hanno riferito tante cose. Secondo me, anche se dirlo sembra un’esagerazione, è chiaro che queste sono certamente delle trappole.
Se dici che quelli della Santa Sede hanno fatto pressione su di me per farmi uscire dalla clandestinità vuol dire che sei caduto nella trappola; ma anche se dici che non c’è stato nessun appoggio cadi ugualmente nella trappola. E così tanti concludono che la mia uscita dalla clandestinità non è corretta, e in questo modo la trappola ha raggiunto il suo scopo.
«Sei uscito dalla clandestinità senza pressione, vero? Ma allora tu, Santa Sede, conosci davvero il vescovo An o non lo conosci? In ogni caso, sia che ci sia stato il consenso, sia che non ci sia stato, comunque c’è qualcosa che non torna, c’ è una contraddizione, o prima o dopo».
Quando sono uscito dalla clandestinità, il Rappresentante pontificio mi ha chiesto le ragioni della mia scelta. Io so molto bene che all’inizio del ’96 oppure alla fine del ’95, comunque prima dell’arresto domiciliare, il vescovo Su Zhimin voleva uscire dalla clandestinità, ma io stesso gliel’ho impedito. In quel momento monsignor Su era vescovo ordinario. Ciò che monsignor Su diceva allora corrisponde a ciò che la Santa Sede promuove adesso.
Ho anche scritto circa queste cose ai sacerdoti, riproponendo almeno due punti: uno riguarda il vescovo Su; l’altro sottolinea che noi facciamo come a Shanghai, dove la collaborazione con il governo e all’interno della Chiesa ha favorito la crescita della Chiesa stessa. Secondo me, agendo in quel modo, quelli di Shanghai non hanno rinnegato quello che sosteneva il vescovo Ignazio Gong Pinmei.
Ovviamente anche noi, col nostro modo di operare, non siamo contro ciò su cui insisteva in quel tempo il vescovo Giuseppe Fan Xueyan. Quello di allora era il momento della sinistra, ma ora la Santa Sede promuove questa linea, ci ha chiesto di favorire la crescita della Chiesa. Secondo me, in questo momento, unirci è una opportunità. Perché se in futuro dovesse spuntare per caso un altro giovane vescovo eletto senza il mandato apostolico da parte del Papa, forse una simile eventualità sarebbe ancora più negativa per la nostra unità. E questo lo sostenevo e lo scrivevo quando ancora non ero uscito dalla clandestinità.
Io ho scritto ai sacerdoti perché volevo che loro mi dessero qualche idea. Ho voluto lasciare a loro la possibilità di indicarmi ciò che dovevo fare. Ma i sacerdoti non mi hanno mai risposto. Quindi nessuno mi ha fatto pressione. Ho semplicemente fatto quello che ho visto fare in altre diocesi. Poiché del vescovo Su non ho nessun notizia, non posso aspettare lui. Secondo me, se io non fossi uscito dalla clandestinità, la situazione sarebbe stata ancor ancora più difficile per i sacerdoti, che difficilmente sarebbero riusciti a abbandonare la clandestinità.
Quindi mi sono auto proposto, e ho pensato: in questo modo, prendo questo posto. Ho deciso di farlo anche in virtù del fatto che i sacerdoti non mi avevano dato alcuna risposta. Certamente corro un po’ di rischi. Nonostante i rischi mi sembra che la mia scelta corrisponda all’orientamento che la Santa Sede promuove adesso. Dopo, i sacerdoti hanno scritto alla Santa Sede. Ciò che ho scritto io alla Santa Sede corrisponde sempre a quello che avevo già scritto ai sacerdoti.
Dopo la pubblicazione della Lettera pastorale [La Lettera del Papa del 2007, ndr], molti sacerdoti hanno impedito ai fedeli di studiare la Lettera pastorale, perché dicevano che il Papa è confuso. Comunque non lasciano che la gente la studi. E questo di per sé è già un problema. Ovviamente è molto probabile che i sacerdoti non ammetteranno di non aver permesso ai fedeli di studiare la Lettera pastorale. Ma la realtà è proprio questa: non hanno fatto studiare la lettera. Quando questi sacerdoti hanno saputo che le suore della congregazione diocesana l’avevano studiata di nascosto, ci sono stati dei contrasti.
In seguito anche la Santa Sede lo ha saputo, perciò ha scritto una lettera aperta indirizzata esclusivamente alla diocesi di Baoding dicendo che la Santa Sede è al corrente di tutte le mie cose. Da allora hanno cominciato a scrivere su Internet: che cosa la Santa Sede conosce davvero di lui? Voi della Santa Sede, che dite di conoscere tutto, sapete se è uscito o non è uscito dalla clandestinità? Ma sapete anche se ha firmato qualcosa, e che cosa ha firmato? In realtà tutto questo non quadra. Secondo me, azzardo un giudizio un po’ pesante, è tutta una trappola.
Secondo me la risposta della Santa Sede è giusta. Perché secondo me dobbiamo fare così, e anche la Santa Sede deve fare così. I fedeli devono vivere la normale vita di fede a prescindere dal fatto che i sacerdoti possano uscire o meno dalla clandestinità.
Una volta uscito dalla clandestinità, il sacerdote deve impegnarsi affinché i fedeli possano andare in chiesa in maniera normale. Se non c’è normalità, continua questo governo anomalo che danneggia la diocesi.
Non le sembra che in diocesi ci sia ancora più confusione?
FRANCESCO AN SHUXIN: Il disordine della diocesi non è creato dagli altri, ma da noi stessi. Guardi l’incarico che ho assunto. Ho visto il problema e per questo ho assunto l’incarico. Anche se non lo prendevo, ci sarebbero stati altri disordini, imprevedibili sia per me personalmente che per la diocesi. E questo incarico non si può dire che me lo abbiano chiesto da tempo. Perché nella Cina continentale, una diocesi che vuole una normale amministrazione, per forza di cose deve assumere gli incarichi. Altrimenti escono fuori ostacoli su ogni questione, e non si riesce a svolgere bene il lavoro.
Ovviamente non possiamo accettare ulteriormente altre richieste, scrivere o fare più di questo. Si è trattato solo di accettare a voce un incarico, tutto qui. Certamente questa volta tanti sacerdoti hanno pensato che l’assunzione di quell’incarico nell’Associazione patriottica ha dimostrato che il vescovo An chissà cosa ha combinato. In realtà, secondo me si tratta di una speculazione. Ma speculate pure.
Secondo lei, prendendo l’incarico, non ha già violato i principi della Chiesa?
FRANCESCO AN SHUXIN: Prendere l’incarico non c’entra nulla. Essenzialmente, ho visto che in precedenza la diocesi di Baoding riteneva che i vescovi auto-eletti ed autoconsacrati fossero meritevoli di una punizione, che appartenessero a una Chiesa scismatica, e che i sacramenti da loro amministrati fossero problematici. In seguito ho saputo che oltre 80% dei vescovi sono stati riconosciuti dal Papa. Ho visto questo: noi siamo contro di loro, ma loro sono già stati accettati dalla Santa Sede. Se non accettiamo quelli che sono accettati dalla Santa Sede, allora questo sarà il problema.
Guardo solo l’orientamento della Santa Sede, agisco seguendo l’orientamento della Santa Sede. Nel ‘96 i fedeli [delle due aree, quella clandestina e quella riconosciuta dalle autorità politiche, ndr] non potevano nemmeno pregare insieme, e questo causava danni molto gravi. Quindi, visto tutto ciò, ho cominciato a consigliare ai sacerdoti di uscire fuori dalla clandestinità. Se prendo l’incarico io, ho pensato, la diocesi potrà avere un’amministrazione normale. Se non lo prendo, la diocesi non può funzionare normalmente.
Se la Santa Sede mi dice che quel che ho fatto non va bene, e decide di non farmi governare più la diocesi, accetto questa decisione senza esitare.
Lei come recepisce ciò che ha detto la Lettera pastorale [Lettera del Papa del 2007, ndr] sul fatto che alcune organizzazioni si pongono sopra la Chiesa?
FRANCESCO AN SHUXIN: Il problema è se queste organizzazioni sono davvero sopra la Chiesa o no. Secondo noi, queste organizzazioni sono sopra la Chiesa, sono più in alto della Chiesa. Quando un vescovo diocesano prende l’incarico dell’Associazione patriottica, la cosa importante è che questo vescovo agisca secondo la fede oppure no. Anche a noi sembrava un poco contraddittorio che alcuni vescovi avessero ottenuto il riconoscimento dal Papa mentre avevano incarichi nell’Associazione patriottica. Ma in realtà non è per niente contraddittorio. Ciò che il Papa ha riconosciuto sono i vescovi. Il Papa non ha mai riconosciuto l’Associazione patriottica. I vescovi prendono l’incarico semplicemente per governare meglio la diocesi, lo prendono per questo. Se uno non lo prende, la sua diocesi non può funzionare normalmente.
Come è il suo rapporto con i sacerdoti diocesani dopo la sua uscita dalla clandestinità?
FRANCESCO AN SHUXIN: Alcuni sacerdoti di Baoding che non vogliono uscire hanno qualche critica nei miei confronti. Non riesco a vederli. Auspicavo che gli affari della diocesi potessero entrare nella normalità, e non ho mai immaginato che avvenisse il contrario.
1 Sacerdoti ufficiali mi accettano tutti, non c’è nessun problema. Alcuni sacerdoti non ufficiali addirittura hanno paura di vedermi da solo, temono che se dovessero essere visti da qualcuno con me, loro sarebbero sospettati. Sono davvero così orrendo da far paura?
Lei è d’accordo che noi pubblichiamo questa conversazione per chiarire alcune verità?
FRANCESCO AN SHUXIN: Si può. Ma non voglio entrare in polemica con nessuno. Se un cattolico si mette al posto mio, o io mi metto al posto di un sacerdote, con molta probabilità finiamo in una guerra verbale. Che senso avrebbe fare così? Non voglio discutere con gli altri, voglio solamente pensare a quello che devo fare.
Ovviamente ho i miei limiti, ma faccio il meglio possibile. Se gli altri vogliono fare polemica, che la facciano pure. Non ho nemmeno tanti contatti epistolari con la Santa Sede e con il Rappresentante pontificio. Scrivo solo quando è necessario. Inoltre, che senso hanno le polemiche? Portano a qualche risultato? Chi riesce a convincere chi? Quindi non voglio partecipare alle polemiche. Più polemiche, più disordine.
Auspico che i sacerdoti e fedeli mi aiutino tutti quanti. Così la forza sarà molto più grande. Sia la richiesta di restituzione della proprietà ecclesiali, sia la costruzione della diocesi, tutto sarà più facile. Se invece rimaniamo sempre fermi così, questo ha conseguenze sfavorevoli, e ci intrappoliamo in questo strano circolo.
Davvero non ci sarà una soluzione migliore. Ora possiamo fare solo ciò che possibile.


The Communication of Catholic Church in China, CCCCN 25 November 2009


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