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ARTE
tratto dal n. 12 - 2009

Una mostra retorica


La mostra allestita a Palazzo Venezia a Roma, intitolata “Il potere e la grazia. I Santi patroni d’Europa”, intende dimostrare il nesso tra potere e identità cristiana nella storia d’Europa. Ma rimane distante sia dall’attualità sia dall’originalità propria della santità cristiana


di Giuseppe Frangi


LA LEGGENDA. <I>L’imperatore Teodosio e sant’Ambrogio all’entrata nel Duomo di Milano</I>, Antoon van Dyck, National Gallery, Londra

LA LEGGENDA. L’imperatore Teodosio e sant’Ambrogio all’entrata nel Duomo di Milano, Antoon van Dyck, National Gallery, Londra

C’è una cosa che lascia perplessi alla fine del percorso della grande mostra intitolata “Il potere e la grazia. I santi patroni d’Europa”: è una mostra, per come è impostata, tutta orientata verso il passato. Una mostra che ricorda (e se ne fa vanto) un’esperienza culturale che nel presente si è eclissata, come dimostra il fatto che le opere cronologicamente più vicine a noi tra quelle esposte sono datate al XIX secolo. Cioè risalgono a due secoli fa.
Quella organizzata a Palazzo Venezia a Roma è una mostra a tema. O meglio a “teorema”: dimostrare il nesso profondo che c’è nella storia d’Europa tra potere e identità cristiana. I santi in questo vengono chiamati come testimoni di un’idea di società e di una visione dell’uomo accettata e diffusa. Per dare corpo a questo tema, gli organizzatori non si sono risparmiati e hanno garantito un autorevole richiamo attraverso la presenza di grandi nomi. I numeri potranno dire quanto l’operazione sia riuscita.
Ma anche se i numeri risultassero soddisfacenti, si dovrà fare i conti innanzitutto con questa distanza dal tempo presente: visitando la mostra si ha la sensazione di un percorso attorno a un tema ormai “museificato”. La prospettiva di veder riemergere in quei termini e con quelle immagini un’identità europea, è una prospettiva che non ha nessuna chance (e forse non ne ha mai avuto nella realtà: basterebbe ricordare come è avvenuta l’evangelizzazione in Europa sia nei primi secoli cristiani sia in seguito attraverso la vita dei monaci). Se ci fosse un sondaggio tra gli italiani del 2010 per verificare quanti sanno chi sono i due santi patroni del nostro Paese, il risultato con ogni probabilità testimonierebbe concretamente lo scollamento tra le persone di oggi e il tema della mostra. Del resto, solo poche settimane fa, uno dei più importanti musei di arte europea, il Victoria and Albert di Londra, ha presentato la riorganizzazione delle proprie sale con l’obiettivo di aiutare i visitatori ormai diventati “analfabeti” di fronte ai soggetti a carattere religioso di gran parte delle opere esposte. «Madonna sì, ma non quella che canta», ha titolato un giornale per dare il senso della ristrutturazione operata in quello storico museo.
La mostra di Palazzo Venezia è stata costruita attraverso un percorso in nove “capitoli”, iniziando da quello sul “Potere dei santi” per chiudere, non a caso, su quello dedicato a “Potere e santità”. Paradossalmente sono le due sezioni più farraginose della mostra, dove la scelta delle opere mostra tutta la difficoltà a dare credibilità al tema.
Nella prima in particolare il tema del potere dei santi è declinato nel senso della funzione di intercessione tra Dio e gli uomini. Invece sarebbe stato più interessante mostrare come nei santi si realizzino pienamente le parole del profeta Isaia (citato da san Paolo nella Lettera ai Romani 10, 20): «Mi sono fatto trovare (dice il Signore) anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non si rivolgevano a me». Il potere dei santi consiste in una grazia imprevedibile e imprevista, e ci sono artisti che hanno saputo darle testimonianza e visibilità: ma ci voleva Giotto (ad esempio gli sguardi dei santi del Polittico di Badia, a Firenze), ci voleva lo sguardo infiammato di qualche santo di Donatello, ci voleva qualche lombardo capace di restituire quella grazia in forma di tenerezza verso l’umano (Foppa o Moretto ad esempio). Ci voleva un Caravaggio come quello della bellissima Maddalena giovanile: il “potere dei santi” consiste in quella sua lacrima commossa e impercettibile che le scende sulla guancia, nel suo volto reclinato.
LA REALTÀ STORICA. <I>Incontro di Ambrogio con l’imperatore Teodosio,</I> Ambrogio da Fossano detto Bergognone, Accademia Carrara, Bergamo

LA REALTÀ STORICA. Incontro di Ambrogio con l’imperatore Teodosio, Ambrogio da Fossano detto Bergognone, Accademia Carrara, Bergamo

Nell’ultima sezione l’affanno è ancora maggiore e la scelta delle opere segue con una certa scontatezza lo stereotipo del potere politico che diventa cattivo nel momento in cui si oppone alla potestas della Chiesa, di cui i santi sarebbero garanti e difensori. A emblema di questa “opposizione” viene scelta la rappresentazione dell’episodio, per altro leggendario, di Ambrogio che blocca Teodosio sulla soglia del Duomo di Milano (il quadro è di Antoon van Dyck e viene dalla National Gallery di Londra), per l’eccidio di Tessalonica. L’episodio ha conosciuto un grande successo nell’iconografia, sebbene nella più antica e importante vita per figure di Ambrogio, lo straordinario altare d’oro di Volvinio del IX secolo nella sua Basilica milanese, non sia rappresentato.
Ambrogio del resto aveva amicizia e stima per Teodosio, come documenta il discorso funebre pronunciato il 25 febbraio del 390, stima e amicizia accresciute proprio dall’umiltà con cui l’imperatore accettò la penitenza pubblica: «Anch’io ho voluto bene a quest’uomo misericordioso, umile pur nell’esercizio del potere imperiale, dotato di un cuore puro e di un animo mite […]. Ho voluto bene a quest’uomo che preferiva chi lo rimproverava a chi lo adulava. Depose ogni insegna regale, che solitamente indossava, pianse pubblicamente nella Chiesa il suo peccato, che quasi a sua insaputa aveva commesso perché ingannato da altri, e con gemiti e lacrime invocò il perdono». E continua Ambrogio: «Ho voluto bene a quest’uomo che, quando ormai stava per sciogliersi dal corpo, si angustiava più per la condizione della Chiesa che per la sua malattia…».
Quello che nel quadro di van Dyck viene descritto come conflitto tra due poteri, nella realtà fu vissuto come un rapporto tra fedeli che, con compiti diversi, avevano in sorte la grazia della stessa fede. Come avrebbe potuto documentare, con più correttezza e realismo storico, un altro quadro, che invece in mostra non c’è: quello di Ambrogio Bergognone, conservato nell’Accademia Carrara di Bergamo, in cui il vescovo e l’imperatore parlano guardandosi negli occhi, senza nessuna sfida.
Sarebbe stato più interessante e attuale se, invece della prospettiva adottata dalla mostra, si fosse tentato di descrivere perché, nel nostro passato recente, ci siano stati personaggi che hanno vissuto umilmente la grazia della santità in un rapporto leale con il potere politico: per esempio, don Bosco e don Gnocchi. Il caso del beato don Carlo Gnocchi è documentato “in diretta” nel libro di Giulio Andreotti appena pubblicato (Edizioni Paoline). All’ottusità della burocrazia e alla diffidenza di anticlericali, lui oppose l’ostinazione propria della santità. Non crociate, ma solleciti. E se necessario, come ricorda il senatore a vita, «i solleciti dei solleciti». Forse il portare uno di questi solleciti in mostra e dare spazio all’opera che don Gnocchi poté costruire grazie al rapporto leale e schietto con il potere, avrebbe restituito un po’ di vita a un percorso espositivo retorico.


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