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DANTE
tratto dal n. 01 - 2010

Libri

L’antica rete di quel dolce riso


Nella Divina Commedia, Dante individua l’origine della scristianizzazione nel momento in cui il cristianesimo viene ricondotto a una dottrina e a un’istituzione slegate dall’avvenimento della presenza di Gesù. E canta il sorriso di Beatrice, riflesso della Sua grazia. Recensione


di Paolo Mattei


Agostino Molteni, <I>Il sorriso di Beatrice. Invito alla lettura della Divina Commedia</I>, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2007, 128 pp., euro 11,00

Agostino Molteni, Il sorriso di Beatrice. Invito alla lettura della Divina Commedia, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2007, 128 pp., euro 11,00

«Così lo santo riso a sé traéli con l’antica rete». Eccolo, il sorriso di Beatrice, attrattiva irresistibile per gli occhi di Dante che lo sta contemplando al termine della sua salita sul monte del Purgatorio. Quel sorriso accompagna e illumina il viaggio oltremondano del poeta dall’Eden all’Empireo: lo aveva già incontrato, per la prima volta, nella giovinezza, come «una cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare»; poi l’aveva perduto tra le complicate strade della sua vita, «ché la diritta via era smarrita»; ma, per grazia di Dio, lo aveva rincontrato ancora, ancor più rifulgente «de lo piacer divin», donato a lei dalla diretta visione di Dio, e pure a Dante, come riflesso di quello sguardo di Paradiso.
Proprio Il sorriso di Beatrice è intitolato un libro scritto da don Agostino Molteni, sacerdote lombardo, missionario in America Latina da vent’anni, e docente di Letteratura e Teologia presso l’Università Cattolica di Concepción, in Cile. Si tratta di un “invito alla lettura della Divina Commedia”, come recita il sottotitolo. Una lettura che si dipana – grazie al “lume del sorriso” di Beatrice, stella polare di questo viaggio nella Commedia dantesca – leggera e facile, senza l’inciampo di dotte e lunghe note a pie’ di pagina. Un viaggio nella Commedia, ma anche nella vita di Dante. E, sorprendentemente, in quella di tanti cristiani del nostro tempo. Un tempo ormai scristianizzato.

Dante e l’origine della scristianizzazione
Uno degli aspetti più interessanti e originali del lavoro di Molteni è infatti contenuto nella prima parte del libro, laddove è approfondita proprio l’intuizione di Dante circa l’origine della scristianizzazione del mondo. L’origine cioè di quel fenomeno che grosso modo sei secoli più tardi, un altro poeta, Charles Péguy, avrebbe cantato nei suoi Misteri e in Véronique: «Abbiamo il dolore di vedere mondi interi», scrive Péguy, «umanità intere vivere e prosperare dopo Gesù senza Gesù». Lo scrittore francese, assolutamente originale rispetto a tutta una certa apologetica anche molto recente, non descrive il mondo moderno scristianizzato come disperato. Osserva invece un mondo che fa tranquillamente a meno del cristianesimo, e, facendone a meno, vive prosperamente.
Nel suo saggio Molteni spiega come Dante individui l’inizio della scristianizzazione nel momento in cui il cristianesimo viene ricondotto a una dottrina o a un’istituzione slegate dall’avvenimento della presenza di Gesù. Il cristianesimo è una dottrina, è un’istituzione: ma è una dottrina e un’istituzione resa viva dall’avvenimento stesso della Sua presenza. Come per Gesù, che dice: «Questa dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato», così anche per i cristiani la dottrina e l’istituzione non sono un possesso, ma un Suo dono continuamente rinnovato. D’altronde, il termine “dottrina” indica proprio il tesoro del Signore, che Lui stesso custodisce. Se Gesù non fosse risorto, la Chiesa come istituzione sarebbe disumana. Per il fatto che è risorto, è Egli stesso che dona nel presente la possibilità di mettersi in rapporto con Lui, attraverso la visibilità del Suo corpo, che è la Chiesa.
Dante, spiega Molteni, aveva intuito che stava per sopraggiungere un tempo in cui la dottrina e l’istituzione avrebbero voluto sopravvivere anche se Gesù Cristo non fosse vivo e presente. Anche se la dottrina non fosse la Sua, cioè quella che il Padre continuamente Gli dona. Anche se la Chiesa non fosse il Suo corpo.
Quando il cristianesimo non è un avvenimento presente, ma è soltanto il discorso di una scuola slegato da un’attrattiva presente, accade, scrive Molteni, quello che Dante dice, per bocca di san Bonaventura, in questa terzina del Paradiso: «“L’essercito di Cristo, che sì caro / costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna / si movea tardo, sospeccioso e raro”» (XII, 37-39): così si muovono i cristiani salvati dal sacrificio di Gesù – lenti, dubitosi e pochi –, perché anche la sapienza cristiana diventa pesante quando non è gratuito riconoscimento dell’attrattiva Gesù. Eppure – spiega l’autore – il cuore e la memoria di Dante conservano e ci presentano le immagini di avvenimenti mirabili e imprevisti accaduti alcuni decenni prima del suo viaggio ultraterreno. Come quando parla, con la voce di Beatrice, di Domenico e di Francesco: «“La provedenza, che governa il mondo / con quel consiglio nel quale ogne aspetto / creato è vinto pria che vada al fondo, / però ch’andasse ver’ lo suo diletto / la sposa di colui ch’ad alte grida / disposò lei col sangue benedetto, / in sé sicura e anche a lui più fida / due prìncipi ordinò in suo favore, / che quinci e quindi le fosser per guida”» (Par. XI, 28-36): la Provvidenza – dice Beatrice a Dante –, con l’imperscrutabile disegno che sostiene ogni aspetto della creazione – l’uccellino che vola, la foglia che cade –, affinché la Chiesa, Sua sposa, andasse più sicura e fiduciosa verso il suo diletto – Gesù vivo, la felicità –, volle che venissero in suo aiuto Francesco e Domenico. I principi della Chiesa erano due semplici fedeli, uno dei quali, Francesco, nemmeno sacerdote.

<I>L’incontro di Dante e Beatrice</I>, miniatura del XIV secolo tratta dalla Divina Commedia, Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia

L’incontro di Dante e Beatrice, miniatura del XIV secolo tratta dalla Divina Commedia, Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia

La precarietà della grazia
Eppure, continua a spiegare Molteni, Dante osserva, attraverso le parole di san Benedetto, come la storia di grazia che aveva avuto inizio con Domenico e Francesco, dopo soltanto qualche decennio, era già sfiorita: «“La carne d’i mortali è tanto blanda, / che giù non basta buon cominciamento / dal nascer de la quercia al far la ghianda”» (Par. XXII, 85-87). Se una cosa bella passata non si rinnova, non rifiorisce, se l’inizio non riaccade come nuovo inizio e nuova grazia, il suo ricordo diventa triste nostalgia e può poi addirittura tradursi in violenza. La grazia non si può impugnare come possesso proprio, e Dante lo sa, come spiega l’autore del libro: «Lui riconosceva che la vita cristiana era precaria e che nessuno aveva la sicurezza infinita, per sempre, di vivere nella grazia». Così Molteni cita un altro passo del Paradiso, i quattro versi conclusivi del canto XIII, nei quali è san Tommaso d’Aquino che parla: «“Non creda donna Berta e ser Martino, / per vedere un furare, altro offerère, / vederli dentro al consiglio divino; / ché quel può surgere, e quel può cadere”» (139-142): nessuno creda di ritenere condannate o salvate persone solo per il fatto di averne viste alcune rubare e altre fare pie offerte; perché quello che adesso ruba può essere toccato dalla grazia e salvato, e quello che invece fa l’offerta, può cadere ed essere dannato. E ancora, nel canto XIX del Paradiso, l’Aquila dice a Dante: «“Ma vedi: molti gridan ‘Cristo, Cristo!’, / che saranno in giudicio assai men prope / a lui, che tal che non conosce Cristo”» (Par. XIX, 106-108): molti che adesso gridano il nome di Cristo, nell’ultimo giudizio, saranno assai meno vicini a Lui di qualcuno che ora non lo conosce (di qualcuno che, magari, avrà offerto solo un bicchiere di acqua fresca al più piccolo dei suoi: «Non perderà», dice Gesù, «la sua ricompensa»). E più avanti, nel canto successivo, sono i beati a dire: «“E voi, mortali, tenetevi stretti / a giudicar; ché noi, che Dio vedemo, / non conosciamo ancor tutti gli eletti”» (Par. XX, 133-135). La certezza cristiana è l’abbandono del bambino in braccio alla madre, non una sicurezza costruita.

«... e ’l Vangelio si tace»
I brani appena citati raffigurano un’istituzione e un insegnamento cristiani che non scaturiscono e non rimandano alla Sua presenza viva. (Anche se il Signore non ha abbandonato la Sua Chiesa. E il sacramento dell’Eucaristia e la devozione alla Madonna non sono mai venuti meno e hanno reso anche ai più piccoli vicina e familiare la presenza reale e attuale del Signore). Beatrice, in un passo del Paradiso citato nel libro, sembra dirlo chiaramente a Dante: «“Voi non andate giù per un sentiero / filosofando; tanto vi trasporta / l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero! / E ancor questo qua su si comporta / con men disdegno che quando è posposta / la divina Scrittura o quando è torta”» (XXIX, 85-90): voi uomini siete trasportati soltanto dall’amore a ciò che appare e dal rincorrere i vostri pensieri; eppure, il correre dietro all’apparenza, il vivere dell’istintività e l’inseguire i propri pensieri, in Paradiso si giudica un male minore rispetto al posporre la divina Scrittura o oltrepassarla. Un passo, questo, suggestivo anche per l’attualità.
Continua Beatrice: «“Non vi si pensa quanto sangue costa / seminarla nel mondo e quanto piace / chi umilmente con essa s’accosta”» (Par. XXIX, 91-93): non si pensa a quanto sangue è costato a Gesù e a tutta la schiera degli apostoli e dei martiri seminare il Vangelo nel mondo, e quanto piace al Signore chi alla Sacra Scrittura umilmente si accosta. E Beatrice, ancora: «“Per apparer ciascun s’ingegna e face / sue invenzioni; e quelle son trascorse / da’ predicanti e ’l Vangelio si tace”» (Par. XXIX 94-96): per apparire originale, invece di stare umilmente al dato, ciascuno s’inventa discorsi; e questi sono accolti e diffusi dai predicatori, mentre il Vangelo si tralascia. «“Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi / quante sì fatte favole per anno / in pergamo si gridan quinci e quindi”»: Beatrice continua a far notare a Dante come questa voglia di discorsi produca una nube di parole proclamate dal “pergamo” – dal pulpito –, che confondono la gente che le ascolta: «“sì che le pecorelle, che non sanno, / tornan del pasco pasciute di vento”» (Par. XXIX, 103-107).
«“Non disse Cristo al suo primo convento: / ‘Andate, e predicate al mondo ciance’; / ma diede lor verace fondamento; / […] Ora si va con motti e con iscede / a predicare, e pur che ben si rida, / gonfia il cappuccio, e più non si richiede”» (Par. XXIX, 109-111.115-117): ora chi predica lo fa con motti e sciocchezze, osserva Beatrice, con l’intento, teatrale, di mettersi in mostra di fronte al conquistato riso dei fedeli. Ma Cristo ai primi apostoli non aveva chiesto di fare teatro. E nel canto IX del Paradiso: «“Per questo l’Evangelio e i dottor magni / son derelitti, e solo ai Decretali / si studia, sì che pare a’ lor vivagni. / A questo intende il papa e’ cardinali: / non vanno i lor pensieri a Nazarette, / là dove Gabrïello aperse l’ali”» (133-138): è abbandonato il Vangelo e sono abbandonati i Padri della Chiesa. Si attende solo allo studio dei testi delle leggi, consunti e fittamente glossati ai margini. Invece, è così semplice l’avvenimento cristiano: tutto è iniziato nel piccolo paese di Nazareth.

<I>San Bernardo mostra a Dante  la Vergine in gloria</I>, particolare della miniatura di Giovanni di Paolo tratta dal codice Yates-Thompson della <I>Divina Commedia, Paradiso</I>, canto XXXI, f.186r, British Library, Londra

San Bernardo mostra a Dante la Vergine in gloria, particolare della miniatura di Giovanni di Paolo tratta dal codice Yates-Thompson della Divina Commedia, Paradiso, canto XXXI, f.186r, British Library, Londra

La «scuola» e il sorriso di Beatrice
Nella seconda parte del libro di Molteni si ripercorrono i passi in cui Dante descrive il sorriso di Beatrice, attraverso cui il poeta aveva intravisto il riflesso della Sua grazia che brilla qui sulla terra nel volto, nei gesti e nelle “opere belle” di chi di quella grazia vive. Beatrice spiega con tenerezza a Dante perché egli aveva smarrito quel sorriso. Dante s’era dato agli studi credendo che quella scuola potesse rendere felice la vita. E Beatrice dolcemente lo rimprovera: la vita è resa felice dal brillare della grazia e non dai discorsi su di essa.
«“Perché conoschi”, disse, “quella scuola / ch’hai seguitata, e veggi sua dottrina / come può seguitar la mia parola; / e veggi vostra via da la divina / distar cotanto, quanto si discorda / da terra il ciel che più alto festina”» (Purg. XXXIII, 85-90): Beatrice desidera che Dante conosca l’insufficienza di quella scuola in cui si producono grandi quantità di discorsi; desidera che conosca la distanza tra quei discorsi sulla grazia e il suo grazioso brillare: la stessa distanza che separa la terra dal cielo sconfinato. Discorsi che lo avevano affaticato («portava la mia fronte / come colui che l’ha di pensier carca», aveva detto il poeta in un altro passo del Purgatorio), privi com’erano di quella leggera suavitas donata dallo Spirito Santo.
Ecco, quindi, il sorriso di Beatrice da cui Dante è riconquistato: «Tant’eran li occhi miei fissi e attenti / a disbramarsi la decenne sete, / che li altri sensi m’eran tutti spenti. / […] così lo santo riso / a sé traéli con l’antica rete!» (Purg. XXXII, 1-3.5-6): il sorriso di Beatrice, che da dieci anni egli non aveva più visto, come la rete degli apostoli, prende Dante che lo guarda stupito.
E poi, nel Paradiso, Dante continua il suo racconto: «… rimirando lei, lo mio affetto / libero fu da ogne altro disire, / fin che ’l piacere etterno, che diretto / raggiava in Bëatrice, dal bel viso / mi contentava col secondo aspetto» (Par. XVIII, 14-18): guardandola, Dante riconobbe quello che il suo cuore desiderava, e fu libero da ogni altro desiderio finché la felicità eterna, il Signore, che brillava direttamente in Beatrice, riflettendosi nel suo bel viso, non rendeva contento anche lui.
Poi Dante rivolge la sua ultima meravigliosa preghiera a Beatrice: «“O donna in cui la mia speranza vige, / e che soffristi per la mia salute / in inferno lasciar le tue vestige, / di tante cose quant’i’ ho vedute, / dal tuo podere e da la tua bontate / riconosco la grazia e la virtute. / Tu m’hai di servo tratto a libertate / per tutte quelle vie, per tutt’i modi / che di ciò fare avei la potestate. / La tua magnificenza in me custodi, / sì che l’anima mia, che fatt’hai sana, / piacente a te dal corpo si disnodi”. / Così orai; e quella, sì lontana / come parea, sorrise e riguardommi; / poi si tornò a l’etterna fontana» (Par. XXXI, 79-93). Con queste parole di preghiera il poeta saluta la sua guida, che torna cogli altri santi a godere per sempre della visione di Dio. Dante prega, domanda. Il brillare della grazia, del piacere sommo riflesso nel volto e nei gesti, si può solo domandare. Anche quando lo si vede, lo si domanda, come fa il bambino «che ricorre / sempre colà dove più si confida» (Par. XXII, 2-3).
Questo libro è come un augurio che tutti possano imbattersi nel lume di quel sorriso.


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