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STORIE DI SEMPLICI PRETI
tratto dal n. 02/03 - 2010

Le “stazioni” di monsignor Ubique


A Roma lo chiamavano così per la sua instancabile operosità. Fu cerimoniere di due papi, studioso di musica sacra, appassionato cultore di archeologia cristiana. Riportò in auge, negli anni Trenta, le “stazioni quaresimali” per diffondere tra la gente la venerazione dei martiri. Ritratto di monsignor Carlo Respighi


Intervista con Pasquale Iacobone di Giovanni Ricciardi


Non aveva il dono dell’ubiquità, ma qualcuno cominciava a sospettarlo, nel vederlo sempre e dappertutto, con quel fare nobile e popolare al tempo stesso di chi è romano de Roma. E non era solo perché, per più di trent’anni, era stato cerimoniere del papa, e lo si vedeva sempre impeccabile, in tutte le occasioni, al fianco del pontefice. Era uno dei pochi – ricorda monsignor Domenico Bartolucci – che si permetteva di dare del tu a Pio XII: «Non farmi fare brutta figura!», gli aveva detto subito dopo la sua elezione, prima che si affacciasse alla Loggia delle benedizioni. Poteva permetterselo, lui che era stato il suo capo-camerata al Collegio Capranica. Poliedrico, instancabile, allegro, «di un’attività prodigiosa», come ricorda il senatore Andreotti che lo conobbe e lo frequentò negli anni Trenta, Carlo Respighi era per questo chiamato monsignor Ubique.
Studiò liturgia, creò la Rivista gregoriana in cui si ospitava il dibattito storico-musicale sul modo corretto di eseguire il canto gregoriano e che diresse fino al 1914; fu tra i fondatori dell’Istituto del Dramma sacro. Ma queste sono solo le “appendici” meno importanti della sua attività. A lui si deve soprattutto il recupero a Roma di un’antichissima tradizione liturgica, quella delle stazioni quaresimali, che per sessant’anni, all’indomani della presa di Porta Pia, con la proibizione delle processioni pubbliche nella città, era stata pressoché dimenticata. Di questo e della figura di Carlo Respighi parliamo con monsignor Pasquale Iacobone, sacerdos della Pontificia Accademia «Cultorum Martyrum», il sodalizio che collabora assiduamente con la diocesi di Roma per la celebrazione delle “stazioni”.

Monsignor Pasquale Iacobone, sacerdos della Pontificia Accademia «Cultorum Martyrum»

Monsignor Pasquale Iacobone, sacerdos della Pontificia Accademia «Cultorum Martyrum»

Tutti coloro che ricordano monsignor Respighi sottolineano la multiforme ricchezza della sua attività e dei suoi interessi…
PASQUALE IACOBONE: È vero, ma questa attività aveva un suo centro nell’amore per Roma, per la Chiesa e per le memorie dei martiri. Sentiva questa tradizione come una cosa viva. Lo scrisse molto bene il suo amico monsignor Giulio Belvederi, all’indomani della morte improvvisa di Respighi, nel giugno 1947: «Più che conoscerle per una intellettuale compiacenza, amò di vivere le memorie sacre di Roma in quanto diventarono, nelle sue aspirazioni, fonte della sua stessa vita spirituale».
Come nasce questo amore per le memorie dei martiri?
IACOBONE: La famiglia di Respighi viveva nella Torre del Campidoglio. Lui era nato “lassù” nel 1873, dove il padre Lorenzo dirigeva l’Osservatorio astronomico di Roma. Ma ai piedi della rampa del Campidoglio abitava Giovanni Battista De Rossi, intimo amico della famiglia. E così, da ragazzo, Respighi accompagnava spesso il maestro dell’archeologia cristiana nelle sue visite alle catacombe. La sua vocazione sacerdotale si sviluppa così a contatto con la memoria dei martiri. Tant’è vero che uno dei suoi primi incarichi, che durerà poi per tutta la vita, sarà quello di membro della Commissione di Archeologia sacra di cui, dal 1917 alla morte, ricoprì il delicato ruolo di segretario. Sono per Respighi anni di grande attività: si dà sistemazione al complesso di San Sebastiano, si scoprono il cimitero di Panfilo, quelli sulla via Latina, si eseguono gli scavi sotto la Basilica Lateranense, e soprattutto quelli della tomba di Pietro in Vaticano. E a questa attività è legato il primo incontro tra Respighi – che allora era già prefetto delle Cerimonie apostoliche, un altro “polo” fondamentale del suo ministero – e Pio XI, poche ore dopo la sua elezione a papa.
Che cosa voleva Pio XI da Respighi?
IACOBONE: Ce lo riporta lo stesso Respighi in un appunto personale e commosso: «Rientrando nella cameretta toccatagli in sorte per il conclave, con ancora nella mente la visione superba della colossale magnificenza con cui i popoli hanno esaltato la povertà della tomba del primo Papa, Pio XI pensò forse agli umili e travagliati inizi della Chiesa santa, ai trofei insanguinati ma gloriosi dei suoi primi antecessori nascosti nelle catacombe. Dall’alto del Vaticano ebbe la visione della Roma sotterranea cristiana, e di questa in quel primo colloquio mi parlò; volle conoscere lo stato dei sacri cimiteri; i bisogni, le idealità della Commissione nostra e le sue iniziative; parlò, ascoltò, promise». Di lì a poco la Commissione di Archeologia sacra fu elevata a Istituto Pontificio di Archeologia cristiana.
E sotto il pontificato di Pio XI, Respighi ebbe l’idea di riprendere le stazioni quaresimali…
IACOBONE: Questa iniziativa è legata a un altro dei campi in cui operò Respighi: il Collegium Cultorum Martyrum, fondato nel 1879 dai primi discepoli del De Rossi: Armellini, Hytreck, Marucchi e Stevenson. Il loro scopo era quello di far rifiorire, accanto allo studio e alle scoperte degli antichi cimiteri cristiani, il culto dei martiri romani. Come ho detto, l’amore per la memoria dei martiri è forse alla base della vocazione di Respighi, ed egli fu scelto come sacerdos del Collegio già nel 1900. Poi, nel 1931, ne divenne magister, cioè presidente, e fu allora che mise in atto l’idea di far rivivere le stazioni quaresimali, così profondamente legate al culto dei martiri.
Una tradizione molto antica che era caduta in disuso…
IACOBONE: Dopo Porta Pia, a Roma era stato vietato ogni atto di culto pubblico fuori dal perimetro delle chiese. Il papa e i vescovi non uscivano più per guidare le processioni, e le stazioni quaresimali erano state accantonate. Ma all’indomani dei Patti Lateranensi, con il clima nuovo che si era venuto a creare, Respighi colse subito l’occasione per riportare in auge questa tradizione così connaturata alla sua formazione, alla sua sensibilità e al suo ruolo. C’era la possibilità di restituire al culto non solo le chiese, ma anche le vie della città. E lui, come prefetto delle Cerimonie del papa e dunque punto di riferimento per tutta la liturgia della città di Roma, pensa subito alle stazioni quaresimali. Abbiamo parlato della sua competenza storica e archeologica. Questi diversi campi d’azione, la liturgia, il culto dei martiri, l’archeologia sacra, trovano una coincidenza e una sintesi proprio in queste processioni penitenziali, in cui si percorrono le strade dell’antica Roma, si toccano le chiese e le basiliche stazionali, e si valorizzano le memorie dei martiri presenti nelle varie chiese. Insieme al Collegium riuscì a coinvolgere moltissimi fedeli, in queste celebrazioni che risalgono alla Chiesa dei primi secoli.
Un ritratto di monsignor Carlo Respighi; sullo sfondo, un’immagine 
del Campidoglio con il Foro romano. 
Respighi nacque e visse nella Torre del Campidoglio, dove il padre dirigeva l’Osservatorio astronomico di Roma

Un ritratto di monsignor Carlo Respighi; sullo sfondo, un’immagine del Campidoglio con il Foro romano. Respighi nacque e visse nella Torre del Campidoglio, dove il padre dirigeva l’Osservatorio astronomico di Roma

Possiamo tracciarne un breve profilo?
IACOBONE: La prima notizia storica ufficiale sulle stazioni l’abbiamo con papa Ilaro (461-468). Nel Liber pontificalis si dice che il Papa dona alla Chiesa di Roma una serie di vasi sacri da utilizzare nelle chiese in cui avvenivano le stationes, che erano fondamentalmente connesse alla memoria solenne di alcuni santi e martiri: Pietro e Paolo, innanzitutto, poi Lorenzo, Agnese, Cecilia. Fin dall’inizio furono legate ai diversi tituli in cui era suddivisa la comunità cristiana di Roma: le antiche parrocchie, per dire così, che custodivano la memoria e le reliquie dei martiri. Lo schema di queste cerimonie è tutt’ora sostanzialmente identico a quello degli inizi. C’è un momento di colletta in cui il vescovo raduna i fedeli, in una chiesa vicina a quella stazionaria. Poi una processione, detta letania, con cui, al canto, appunto, delle litanie dei santi, si raggiunge la chiesa stazionale, dove si svolge una veglia di preghiera, successivamente sostituita dalla celebrazione della messa. In questo modo, con una liturgia semplice, ma carica di significato, si sottolinea il legame tra la Chiesa celeste – rappresentata dai martiri e dall’avvicinarsi fisico alle loro reliquie – e quella terrestre, che vive nel mondo ma è in pellegrinaggio verso il Cielo.
Le “stazioni” sono rimaste sempre le stesse?
IACOBONE: In origine non venivano celebrate tutti i giorni della Quaresima, ma nel corso dei secoli se ne sono aggiunte di nuove, fino ad arrivare all’attuale scansione, che comincia il Mercoledì delle Ceneri, con la solenne stazione presieduta dal papa a Santa Sabina, e finisce a San Pancrazio la domenica dopo Pasqua.
Si tratta di una tradizione solo romana?
IACOBONE: La “forma” romana fu ripresa, anche in antico, da altre diocesi, per cui questa tradizione liturgica da Roma si diffuse via via in tutto il mondo occidentale, dall’Africa del Nord a Ravenna, dalla Germania alla Gallia. La pratica delle stazioni ha poi, nella storia, i suoi alti e bassi. Decade notevolmente durante l’esilio avignonese, viene ripresa in alcuni momenti, ad esempio con san Carlo Borromeo e col papa san Pio V, e perdura fino al 1870, quando le stationes non hanno più luogo, per riprendere nel 1931 grazie all’opera di monsignor Respighi, che da allora e fino alla morte ne fu un instancabile promotore.
L’intuizione di monsignor Respighi ha un seguito ancora oggi?
IACOBONE: Da quando le reintrodusse, non sono più state abbandonate e il Collegio, ora Pontificia Accademia «Cultorum Martyrum», continua a promuoverle. Dopo una forte flessione negli anni Settanta, in cui questa pratica era in parte percepita dallo stesso clero come obsoleta, assistiamo oggi a una certa ripresa. Negli ultimi tempi le stazioni sono state riprese anche fuori da Roma, per esempio a Chieti e in alcune diocesi degli Stati Uniti. Anche noi abbiamo cercato di promuovere meglio e di più tra i fedeli romani la conoscenza di questa forma di preghiera penitenziale tipica della Quaresima. La semplice iniziativa, presa quest’anno, di stampare un manifesto da affiggere in tutte le parrocchie con l’orario e il nome della chiesa stazionale ha avuto un buon riscontro e il numero dei partecipanti va spesso oltre quello dei sodali dell’Accademia. Stiamo iniziando anche a proporre alle parrocchie della periferia dei “gemellaggi” con una chiesa stazionale, un esperimento che intendiamo allargare, perché dove si è realizzato ha avuto un buon esito: un pellegrinaggio quaresimale semplice, ma in cui si ha l’occasione di pregare e di invocare i santi martiri che ci guardano dal Paradiso.


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