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LIBRI
tratto dal n. 02/03 - 2010

Cenni incompiuti di antropologia cristiana


Di fronte alla crisi della cristianità Guardini ha intuito che viviamo “tempi agostiniani”, in cui l’incontro uomo concreto-Cristo concreto non soggiace a precondizioni, è frutto di grazia e fruttifica per grazia, dentro il rischio, anch’esso concretissimo, della libertà. Recensione


di Tommaso Ricci


Romano Guardini, <I>Opera omnia, 
vol. III/2: L’uomo. Fondamenti di una antropologia cristiana</I>, a cura di Massimo Borghesi, Morcelliana, Brescia 2009, 608 pp., euro 35,00

Romano Guardini, Opera omnia, vol. III/2: L’uomo. Fondamenti di una antropologia cristiana, a cura di Massimo Borghesi, Morcelliana, Brescia 2009, 608 pp., euro 35,00

Le opere incompiute sono spesso le più prossime all’intuizione profonda dello spirito di un autore, le più corrispondenti all’anelito intimo della sua anima. Perché l’esistenza umana è un inesauribile corteggiamento dell’Assoluto e anche nell’ambito del cristianesimo – laddove cioè i ruoli del corteggiamento sono incredibilmente rovesciati ed è l’Assoluto a corteggiare l’uomo – il vagheggiamento amoroso non si acquieta mai. Premessa che giova a collocare nel giusto contesto e a cogliere nel suo esatto significato l’opera di Romano Guardini da poco edita da Morcelliana: L’uomo. Fondamenti di una antropologia cristiana. Opera inseguita dal teologo italo-tedesco per tutta la vita, dagli anni Venti in poi; di quell’ambizioso progetto incompiuto restano tanti mattoni che conservano intatta la loro capacità di edificazione intellettuale e che dunque meritano di essere esaminati. Tanto più che l’eredità di Guardini (morto nel 1968 e letteralmente travolto dalla tempesta di oblio scatenatasi proprio in quegli anni anche in ambito teologico-ecclesiale) è stata gelosamente conservata e riproposta da due colossi del pensiero cattolico del Novecento, Hans Urs von Balthasar e Joseph Ratzinger.
Romano Guardini visse in una temperie culturale in cui alcune insufficienze strutturali della concezione moderna (illuministico-scientista) del mondo e dell’uomo, venivano drammaticamente a galla, generando una rivolta diffusa contro l’immanentismo materialista. L’irrazionalismo nel primo Novecento divenne così una moda che si tradusse in politica nel fascismo e nel nazismo; e a questa contestazione radicale dell’idea moderna di ragione avrebbe potuto associarsi, per reazione, anche il pensiero cattolico, trattato rudemente e sprezzantemente dalla modernità. Grande merito di Guardini fu quello di intravvedere la pericolosità delle sirene delle nuove metafisiche pseudospiritualiste e neopaganeggianti, il ritorno degli dei, e di dedicarsi con tutte le forze alla salvaguardia di ciò che era specificamente, «essenzialmente» (wesentlich), cristiano, irriducibile alla ventata irrazionalista. L’uomo cristiano per lui doveva affrontare con realismo e senza bolso spirito reattivo il lascito dell’epoca moderna, denunciandone sì i limiti ma anche riconoscendone le opportunità. L’Io moderno, secondo Guardini, doveva essere in grado di cogliere e accogliere la proposta cristiana, proprio perché essa è una possibilità esistenziale data alla singola persona, prima ancora che la chiave di un autentico spirito comunionale. Questi “Fondamenti” dovevano costituire il progetto architettonico, il disegno sistematico, la mappa antropologica all’interno della quale era fissato il punto migliore in cui l’incontro tra l’uomo contemporaneo e Cristo poteva avvenire, nel segno di una ragione rettamente intesa.
Ma naturalmente l’approccio fenomenologico all’umano di questa ponderosa opera incompiuta, concepita in quegli anni bui, l’ha resa subito un po’ “vecchia” (stessa cosa non vale per la brillante produzione saggistica guardiniana): il dopoguerra “americano” e soprattutto il Sessantotto, con ciò che ne è seguito, hanno fatto piazza pulita di tanti punti di riferimento e impalcature culturali e hanno mutato i connotati storico-sociologici della questione “rapporto uomo-Cristo”. L’Io contemporaneo, quello della società di massa, ha nel frattempo perduto ogni residuo di memoria cristiana e con esso l’autocoscienza della sua grandezza e dignità umana. Troppo male è transitato sotto i suoi occhi per continuare a coltivare una autostima “laica”. L’uomo del secondo Novecento e del duemila è ridotto a grido, a sete di verità e felicità, privo però assolutamente di appigli. Si torna a una situazione spirituale dei primordi cristiani, non certo quella del Medioevo, che Guardini non considerò mai come modello riproponibile all’uomo contemporaneo. Di fronte alla odierna crisi della cristianità, alla silenziosa apostasia collettiva in corso, quella paziente individuazione teoretica e sistematica del “punto X” in cui il divino interseca l’umano rischia di essere un’impresa ammirevole ma inattuale, dalle prospettive incerte e dalle ricadute infeconde. E, vien da dire, che in fondo Guardini lo intuiva: l’incontro uomo concreto-Cristo concreto non soggiace a precondizioni, è frutto di grazia e fruttifica per grazia, dentro il rischio, anch’esso concretissimo, storico, della libertà. Viviamo cioè tempi “agostiniani”. In questo senso, che la cattedrale guardiniana sia rimasta incompiuta le conferisce un fascino particolare, alla Gaudí.
La grande, luminosa, testimonianza di Guardini è quella di un uomo, di un filosofo, di un teologo, di un sacerdote che, sorretto dalla sua fede, ha saputo resistere a pressioni e sfide inaudite nella Germania nazista e pagana, ha tenuto per grazia la barra fissa su Gesù Cristo unico Salvatore dell’umanità, coltivando in tutte le occasioni del suo apostolato il rapporto con i giovani («Per me le prediche di san Luigi», scrive Guardini nel suo diario riferendosi alla chiesa universitaria di Monaco, «sono importanti, quasi come le lezioni». Oggi sul soglio di Pietro siede un giovane di allora che da quelle prediche era rimasto affascinato). In Guardini missione didattica e concreto impegno pedagogico sono inestricabilmente legati. La salvezza non zampilla dall’Accademia, fosse pure cristianamente orientata. «Nel cristianesimo ciò che decide tutto, assolutamente tutto, pensiero, azione, essere, è se la realtà di Dio viene sentita, s’egli sta nella esistenza come il reale, come in ultima istanza l’unico Reale» (cit. di Guardini in Massimo Borghesi, Maestri e testimoni, p. 54).


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