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LITURGIA
tratto dal n. 04 - 2010

Come tradurre pro multis

Non c’è contrapposizione dialettica tra pro multis e per tutti


Intervista con il cardinale Albert Vanhoye sulla traduzione delle parole latine pro multis nella formula di consacrazione del calice


Intervista con il cardinale Albert Vanhoye di Gianni Valente


Lento pede, con tempi più lunghi del previsto, si va realizzando in tutta la Chiesa cattolica di rito latino un cambiamento lieve ma non irrilevante nella formula di consacrazione del calice che i cattolici di tanti Paesi del mondo ascoltano ogni volta che partecipano alla messa, fin da quando – dopo il Concilio ecumenico Vaticano II – si è passati a celebrare il rito nelle lingue dei diversi Paesi.
Da quel tempo, durante la messa, al momento della consacrazione del calice, i fedeli di gran parte del mondo hanno sentito ripetere dal sacerdote celebrante le parole di Gesù secondo le quali il suo sangue è versato «per voi e per tutti» in remissione dei peccati. Adesso, nelle diverse lingue si va correggendo quella formula secondo le indicazioni disposte dalla Santa Sede nell’ottobre 2006: di nazione in nazione, nel corso della preghiera eucaristica, l’espressione «versato per voi e per tutti» viene sostituita con «versato per voi e per molti».
Il cambiamento riguarda una sola parola: il «tutti» diventa «molti». Ma la sostituzione, già quando fu disposta dalla Santa Sede, alimentò dibattiti ed equivoci, destinati forse a riaffiorare man mano che le indicazioni vaticane vengono recepite e realizzate dagli episcopati nazionali: se Cristo è morto «per molti», vuol dire che non è morto per tutti? E la formula usata dopo il Concilio in buona parte delle parrocchie di tutto il mondo, quella per cui il sangue di Gesù è stato versato «per tutti», era quindi una versione erronea e fuorviante?
Nelle pagine che seguono offre il suo punto di vista autorevole sull’intera questione il cardinale gesuita Albert Vanhoye, rettore emerito del Pontificio Istituto Biblico, che lo stesso Benedetto XVI ha riconosciuto pubblicamente come «un grande esegeta».

Il cardinale Albert Vanhoye [© Paolo Galosi]

Il cardinale Albert Vanhoye [© Paolo Galosi]

Eminenza, su indicazione della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti si va introducendo un cambiamento nella formula di consacrazione del vino in diverse versioni linguistiche. «Versato per voi e per tutti» diventerà «versato per voi e per molti». Quali riferimenti offre il Nuovo Testamento al riguardo?
ALBERT VANHOYE: Riguardo alle formule usate per la consacrazione eucaristica, nel Nuovo Testamento si trovano cose diverse. Nella formula di consacrazione del pane riportata nella prima Lettera ai Corinzi, Gesù dice: «Questo è il mio corpo, che è per voi». Non per molti, non per tutti, ma per voi. In Luca si trova la stessa formula, con un’aggiunta: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi». Riguardo alla formula di consacrazione del vino, nella prima Lettera ai Corinzi Paolo non riporta alcun riferimento ai destinatari: «Questo calice», dice Gesù, «è la nuova alleanza nel mio sangue». Solo questo. Mentre nel Vangelo di Luca Gesù ripete la formula usata per la consacrazione del pane: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi». Invece, sempre riguardo alla formula di consacrazione del vino, Marco e Matteo nei rispettivi Vangeli usano un’espressione che nella versione greca contiene la parola polloi, molti. In Marco troviamo la frase: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti». Nel Vangelo di Matteo Gesù invece dice: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati».
Allora, il problema è su come va interpretata la parola «molti».
VANHOYE: In italiano molti si contrappone implicitamente a tutti. Se si dice che molti alunni sono stati promossi all’esame, vuol dire che non tutti sono stati promossi. Invece in ebraico non c’è questa connotazione dialettica. La parola rabim significa soltanto che c’è un grande numero. Senza specificare se questo grande numero corrisponde o non corrisponde a tutti.
L’esegesi quali orientamenti offre per chiarire questo punto?
VANHOYE: Molti testi del Nuovo Testamento ripetono che Cristo è morto per tutti. Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi scrive che «l’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti» (2Cor 5, 14). E nella Lettera ai Romani ripete che se «per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 5, 15). Proprio riguardo all’Eucaristia, nel VI capitolo del Vangelo di Giovanni troviamo il discorso di Gesù sul pane di vita: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Quindi si tratta di un’offerta universale, non riservata in principio a un certo numero di destinatari. Tutto ciò mette in evidenza una questione teologica.
A che cosa si riferisce?
VANHOYE: È chiaro che l’intenzione di Gesù nell’ultima cena non è stata rivolta a un certo gruppo determinato, anche se numeroso, di individui. La sua intenzione è stata universale. Gesù vuole la salvezza di tutti. Lui è il salvatore del mondo. Il Nuovo Testamento lo ripete più volte, a partire dal quarto capitolo del Vangelo di Giovanni, quando i samaritani dichiarano di aver riconosciuto che Gesù è «veramente il salvatore del mondo». Non soltanto il salvatore degli ebrei, ma anche dei samaritani e di tutte le nazioni. Un’espressione – salvatore del mondo – che si ritrova anche nella prima Lettera di Giovanni.
Tutto questo, per lei, cosa suggerisce?
VANHOYE: Gesù non ha escluso nessuno e alla fine del Vangelo di Matteo dice di portare l’annuncio a tutte le nazioni. Quindi l’intenzione di Gesù è diretta a tutti gli uomini. «A ogni creatura», scrive addirittura Marco alla fine del suo Vangelo, usando un’espressione un po’ impropria, perché il Vangelo non va certo predicato ai cani o ai cavalli, che sono anche creature. Ma anche questo è per manifestare l’intenzione di Gesù, che è universale e offre a tutti la salvezza.
Il Missale Romanum, nell’<I>editio typica tertia</I> approvata da papa Giovanni Paolo II nell’aprile 2000. In particolare, parte del Canone Romano 
con la formula di consacrazione

Il Missale Romanum, nell’editio typica tertia approvata da papa Giovanni Paolo II nell’aprile 2000. In particolare, parte del Canone Romano con la formula di consacrazione

Eppure nel Nuovo Testamento si trovano anche espressioni che suonano più “esclusive”.
VANHOYE: San Paolo dice che la fede non è di tutti. E anche Gesù usa formule molto limitative, come quando dice che molti sono gli invitati e pochi i salvati. Questi passi hanno un’intenzione esortativa. Gesù ci mette in guardia davanti al pericolo di essere esclusi. Non si configura qui una definizione di predestinazione. Non si trova mai nel Nuovo Testamento l’idea che qualcuno sia a priori destinato a una sorte negativa. D’altra parte si può vedere nei Vangeli che Gesù metteva in conto che non tutti avrebbero accettato la sua offerta di salvezza. Ma questo non chiama in causa una limitazione escludente già insita nell’intenzione di Gesù, rimanda piuttosto all’effettiva ricezione dell’annuncio evangelico, condizionata dal fatto che la libertà umana può accogliere o no la generosissima offerta del Signore.
Ritorniamo al pro multis. Le considerazioni appena fatte in che modo aiutano a interpretare correttamente il cambiamento di traduzione richiesto dalla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti?
VANHOYE: Dal punto di vista esegetico, nella formula latina della consacrazione del calice («… qui pro multis effundetur… »), l’espressione pro multis va intesa nel senso che essa aveva nella lingua aramaica in cui è stata pronunciata. Cioè senza mettere in contrapposizione «molti» a «tutti». La traduzione liturgica francese ha aggirato la difficoltà traducendo il pro multis latino con l’espressione pour la multitude. La multitude possono essere anche tutti. Mi sembra una scelta da apprezzare, perché rispetta l’originale della versione latina e allo stesso tempo evita di cadere in contrapposizioni – in questo caso fuorvianti – tra molti e tutti, mantenendo il senso dell’apertura universale dell’offerta del calice.
Il cambiamento richiesto dalla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti può essere interpretato come una sconfessione delle traduzioni in alcune lingue volgari, dove il pro multis è stato tradotto «per tutti»?
VANHOYE: Dal punto di vista teologico, tradurre pro multis con «per tutti» può essere adeguatamente motivato, se si tien conto dei due fatti che ho già esposto, e cioè che in ebraico «molti» non si contrappone a «tutti», e che tutto il Nuovo Testamento ripete che Gesù non ha inteso escludere nessuno a priori dalla Redenzione.
Tra le motivazioni esposte nella lettera del cardinale Arinze per una «più precisa traduzione della formula tradizionale pro multis», la prima richiama la necessità di attenersi al testo dei Vangeli sinottici che in greco riportano la formula hyper pollon. Condivide questo argomento?
VANHOYE: Non saprei dire. Nel secolo scorso il grande esegeta tedesco Joachim Jeremias, nella voce polloi scritta per il Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament, il dizionario teologico del Nuovo Testamento, partendo dal fatto che in ebraico rabim poteva designare tutti, si è spinto fino a mostrare che anche nel testo greco del Nuovo Testamento il vocabolo polloi (molti) ricorre talvolta con un significato equivalente a quello di pantes (tutti). Lo si vede ad esempio nella Lettera ai Romani, dove Paolo usa in maniera indifferenziata l’espressione pantes anthropoi, tutti gli uomini, e l’altra espressione hoi polloi, che di per sé significherebbe la maggioranza. Tanto che le versioni in latino e nelle lingue volgari in tutti quei passi hanno tradotto hoi polloi con omnes, tutti.
Nella lettera della Congregazione si fa notare anche che «il Rito romano in latino ha sempre detto pro multis e mai pro omnibus nella consacrazione del calice». Manfred Hauke, nel suo studio sulla traduzione del pro multis, scrive: «Ci troviamo di fronte a delle parole di Gesù Cristo, citato con l’espressione “e disse”. Una cosciente modificazione delle parole del Signore sarebbe perciò una mostruosità».
VANHOYE: Faccio notare che nelle parole scelte per le formule di consacrazione la Chiesa ha usato una certa libertà. Quando nella preghiera di consacrazione del vino si ripetono le parole di Gesù dicendo: «Questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza», va notato che questa formulazione non si trova in nessuno dei Vangeli; nessuno dice “il calice del mio sangue”, in nessuno la parola “eterna” compare tra quelle usate da Gesù nell’istituzione dell’Eucaristia. Essa si ritrova piuttosto nella Lettera agli Ebrei, lì dove si dice che Cristo è stato mediatore di una «alleanza eterna». Ecco, la Chiesa si è presa a suo tempo la libertà di metter questa parola nella formula della consacrazione del vino. E mi sembra che anche questa scelta vada nel senso di riconoscere l’intenzione universale della salvezza offerta da Cristo mediante il suo sacrificio: «eterna» vuol dire per tutti i tempi.
E questo per lei cosa indica?
VANHOYE: Vuol dire che non si può ridurre tutto alla preoccupazione di una rigidità letterale. È lo stesso Nuovo Testamento che ci conduce a una certa flessibilità, a evitare assolutizzazioni e rigidezze che finiscono per essere fuorvianti. Proprio per la formula di consacrazione del calice si è visto come le formule di Paolo nella prima Lettera ai Corinzi e di Luca nel Vangelo sono veramente molto diverse da quelle di Matteo e di Marco. Anche per il Padre nostro nei Vangeli ritroviamo due versioni diverse.
<I>Ecce homo eucaristico</I>, scultura in legno di tiglio del XV secolo, bottega 
del Maestro dell’altare di Znaim, Oberösterreichischen Landesmuseen, Schlossmuseum, Linz, Austria

Ecce homo eucaristico, scultura in legno di tiglio del XV secolo, bottega del Maestro dell’altare di Znaim, Oberösterreichischen Landesmuseen, Schlossmuseum, Linz, Austria

Il vero nodo teologico viene esposto in un’altra delle ragioni del cambiamento proposte nella lettera della Congregazione del 2006: «L’espressione pro multis», scrive il cardinal Arinze, «mentre rimane aperta a includere ogni singola persona umana, rispecchia anche il fatto che questa salvezza non è compiuta in maniera meccanica, senza il proprio volere o partecipazione».
VANHOYE: Ma neanche la formula della consacrazione che si è deciso di correggere implica di per sé l’idea di una salvezza meccanica. Se si dice che Gesù è morto per tutti, questo non significa che tutti accetteranno la salvezza offerta mediante il suo sacrificio. In fondo tutto il problema si risolve tenendo presente questa distinzione. La cosa principale è dire a tutti che la salvezza è offerta a tutti, che Gesù non ha fatto nessuna restrizione previa, non ha escluso nessuno da questa offerta. Però essa deve essere accolta, e qui entra in gioco la libertà umana. Quindi si può pensare che non tutti saranno salvati. I testi di carattere limitante che ho citato vanno in questo senso. Come ho detto, indicano semplicemente la possibilità, il pericolo reale della dannazione.
Non si può comunque negare che sia diventata opinione diffusa un certo meccanicismo salvifico che considera la salvezza come garantita a priori a tutti.
VANHOYE: Non mi pare che una tale opinione possa essere imputata a una presunta ambiguità delle versioni in lingua volgare che hanno tradotto pro multis con «per tutti». Basta rimanere alle parole di Gesù e all’intenzione palese con cui le ha pronunciate per escludere ogni automatismo della salvezza da lui offerta a tutti. Se invece si fanno speculazioni o ragionamenti artificiosi, ci sono anche altri testi isolati che possono essere manipolati per arrivare a conclusioni fuorvianti. Ad esempio, Paolo scrive nella prima Lettera a Timoteo che Dio vuole che tutti siano salvati e arrivino alla piena conoscenza della verità: si può partire da quella affermazione per dedurne arbitrariamente che tutti sono salvati ab origine per onnipotente volontà divina. Secondo me, bisogna avere il senso di ciò che chiamavo prima flessibilità. Occorre evitare di prendere dal Nuovo Testamento un testo isolato per tirarne fuori conclusioni che non corrispondono all’insieme della Rivelazione.
Ma traducendo pro multis con «per tutti» non si è forse rischiato in qualche modo di favorire la diffusione di dottrine ambigue tra i fedeli?
VANHOYE: Non mi sembra che il popolo cristiano abbia questa propensione ad analizzare le singole parole con pretese di letteralismo. Il popolo accetta che Gesù ha usato l’espressione «per molti», e in questo senso la scelta di tradurre pro multis con «per tutti» non era certo una scelta obbligata. Quindi anche la correzione di questa traduzione verrà accolta dai fedeli senza problemi.
Eppure, da una parte e dall’altra, c’è chi non sembra condividere questo suo approccio sdrammatizzante. Per alcuni il cambiamento di traduzione finirà per favorire l’idea che Cristo non è morto per tutti. Altri, al contrario, considerano il cambiamento assolutamente necessario per contrastare un malinteso «temerario ottimismo della salvezza»...
VANHOYE: Lo ripeto: il cambiamento di traduzione è legittimo e ha le sue ragioni, però non va interpretato come una restrizione della promessa di salvezza offerta a tutti, e quindi come una sconfessione delle traduzioni utilizzate nelle lingue volgari dal 1969 a oggi. Insomma, occorre evitare di mettere in contrapposizione dialettica il pro multis e il per tutti.


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