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LIBIA
tratto dal n. 05 - 2010

Politica internazionale – A un anno dalla prima visita di Gheddafi a Roma

Una continuità di ispirazione politica e ideale


A un anno dalla prima visita ufficiale di Muammar Gheddafi in Italia un libro raccoglie tutti i discorsi del leader libico. L’intervento di Massimo D’Alema alla presentazione del volume


di Massimo D’Alema


Da sinistra, Massimo D’Alema, Alessandro Profumo, amministratore delegato del gruppo Unicredit, e Hafed Gaddur, ambasciatore libico in Italia, in occasione della presentazione del libro al Senato, Sala Zuccari, Roma, il 10 giugno [© Paolo Galosi]

Da sinistra, Massimo D’Alema, Alessandro Profumo, amministratore delegato del gruppo Unicredit, e Hafed Gaddur, ambasciatore libico in Italia, in occasione della presentazione del libro al Senato, Sala Zuccari, Roma, il 10 giugno [© Paolo Galosi]

Voglio sottolineare l’importanza di questa pubblicazione e rendere merito alla rivista 30Giorni, al presidente Andreotti e all’amico Hafed Gaddur, protagonisti della decisione di raccogliere in questo volume i discorsi e alcune delle fotografie che ricordano una visita di valore storico per il nostro Paese e per l’amicizia tra l’Italia e la Libia.
Gheddafi, più volte invitato a venire nel nostro Paese, aveva sempre condizionato la possibilità di una sua visita al previo riconoscimento, attraverso un accordo, del diritto della Libia a un indennizzo per il passato coloniale. Raggiunto l’accordo, all’esito di un lungo negoziato concluso con la firma per decisione del governo Berlusconi, la visita di Gheddafi ha rappresentato il suggello di una vicenda importante, della quale, credo, l’Italia può essere orgogliosa. Nessun Paese europeo ha fatto i conti con il proprio passato coloniale nel modo in cui lo ha fatto l’Italia. Nessun Paese europeo ha assunto in pieno il peso delle proprie responsabilità verso un altro popolo riconoscendo, anche attraverso un gesto concreto, ma di grande valore simbolico, il diritto all’indennizzo.
Al di là della firma del trattato, a cui si è arrivati dopo un lungo processo, vorrei ricordare alcuni aspetti che certamente possono apparire di minore importanza rispetto all’indennizzo: penso al lavoro compiuto insieme sul piano culturale per ricostruire, con molto coraggio e onestà intellettuale, nel quadro di una libera ricerca, anche le pagine più oscure e più tragiche del colonialismo italiano. Vorrei rievocarne i gesti simbolici.
Quando, nel dicembre del ’99, mi recai in visita in Libia, dopo il lavoro di preparazione svolto con grande impegno dal ministro Dini (fu la prima visita di un capo di governo europeo in quel Paese dopo la fine delle sanzioni), portai in dono, anzi in restituzione, una statua, una Venere capitolina, che Italo Balbo aveva donato a Goering, appassionato collezionista di immagini di fanciulle nell’arte: con una complessa operazione internazionale, il governo italiano l’aveva successivamente recuperata negli scantinati del museo Pergamon di Berlino provvedendo quindi a restaurarla, un gesto simbolico di riparazione.
Se penso al contenzioso tuttora irrisolto tra la Grecia e il Regno Unito – due Paesi membri dell’Unione europea – sui fregi del Partenone, credo che il gesto compiuto dal nostro Paese abbia avuto un grande valore.
Al di là del valore dell’oggetto, ritengo che questi atti abbiano costruito anche un simbolismo della rappacificazione tra i nostri Paesi, che ha seguito un percorso estremamente interessante e senza eguali nell’esperienza di altri Paesi europei. Percorso del quale, ripeto, dobbiamo essere orgogliosi, anche perché ha costituito una delle operazioni di politica internazionale che l’Italia ha perseguito con impegno attraverso governi diversi, in una sostanziale continuità di ispirazione politica e ideale.
Naturalmente, la premessa di tutto questo è stata un’attenzione verso la Libia e il mondo arabo, che i governi della cosiddetta Seconda Repubblica hanno ereditato dai governi precedenti, e di cui il presidente Andreotti è stato un grande protagonista (ma penso anche alla politica di Moro e di Craxi). L’Italia non ha mai cessato di tenere aperte vie di comunicazione verso il mondo arabo, e in particolare verso la Libia, anche nei momenti più difficili delle relazioni tra questo Paese e l’Occidente. Se si è arrivati, alla fine, a quella sorta di rappacificazione tra la Libia e la comunità internazionale che ha portato alla fine delle sanzioni, è stato anche in virtù di un paziente lavoro di tessitura e di diplomazia di cui l’Italia, ben prima dei nostri governi, fu indubbiamente protagonista.
Voglio sottolineare un passaggio importante, che già Frattini ricordava. La Libia è un Paese che ha ricostruito la rete delle sue relazioni diplomatiche con il mondo occidentale. E questo non è accaduto a partire da ieri, ossia con l’accordo con l’Unione europea, ma è oramai storia di alcuni anni. In questa grande operazione di ricostruzione, l’Italia, ripeto, ebbe un ruolo centrale.
Ricordo che alla vigilia del mio viaggio in Libia ebbi modo di parlarne con gli americani. Non si trattava di ottenere un via libera – perché l’Italia è un Paese indipendente e non ha certo bisogno di autorizzazioni alla sua politica estera –, piuttosto di collocare l’iniziativa italiana nel quadro di un’operazione condivisa. In quell’occasione, l’allora presidente americano – uomo lungimirante e, a mio giudizio, molto aperto – apprezzò non solo quanto stavamo facendo per riaprire le vie di un rapporto con la Libia, riconoscendo che su questo gli Stati Uniti difficilmente avrebbero potuto svolgere un ruolo di punta, ma anche il fatto che fosse imminente la visita in Italia del presidente iraniano Khatami. E malgrado tutte le perplessità della struttura del Dipartimento di Stato, il presidente degli Stati Uniti disse che facevamo bene a intrattenere questo dialogo: esso poteva essere utile alla causa della pace nel mondo e loro non erano in condizione di farlo.
Ricordo che a Tripoli un amico mi suggerì di portare una corona di fiori davanti alla casa che era stata bombardata dagli americani, divenuta un monumento a una pagina di cui certamente l’Occidente non può andare orgoglioso. Io non ci andai, portai invece una corona di fiori al monumento alle vittime del colonialismo italiano, pensando che ognuno debba rendere conto delle proprie azioni.
La copertina del libro 
<I>Il viaggio del Leader. Muammar Gheddafi in Italia</I>, 30Giorni, Roma 2010, 118 pp.

La copertina del libro Il viaggio del Leader. Muammar Gheddafi in Italia, 30Giorni, Roma 2010, 118 pp.

Nel riavvicinamento della Libia all’Occidente hanno pesato, a mio parere in modo determinante, due decisioni molto coraggiose prese da Gheddafi. La prima, ricordata da Dini, è stata quella di rinunciare all’arma nucleare, all’arma chimica e alle armi di distruzione di massa: scelta coraggiosa, intelligente e lungimirante che ha caratterizzato il ruolo della Libia come Paese che lavora per la pace. La seconda decisione, con la quale Gheddafi ha anticipato gli americani, è stata quella di schierare il proprio Paese in una posizione di grande fermezza contro il fondamentalismo islamico.
Davvero bisogna riconoscere che Gheddafi è stato, da questo punto di vista, uno degli uomini di Stato più lungimiranti. Ricordo di aver ascoltato il suo giudizio sulla pericolosità estrema di Bin Laden e del fondamentalismo in un periodo in cui l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, con quei gruppi e con quelle personalità ancora collaboravano apertamente. E ricordo anche che mi disse che gli americani stavano sostenendo e finanziando un personaggio e alcuni gruppi che rappresentavano un enorme pericolo, non solo per il mondo arabo ma per tutta l’umanità.
Una lungimiranza confermata dai fatti: il mandato di cattura internazionale emesso dalla Libia contro Bin Laden precedette di parecchi anni l’attacco alle Twin Towers e, se la comunità internazionale l’avesse preso più sul serio, forse sarebbe stato possibile prevenire gli sviluppi tragici che abbiamo conosciuto.
Certo, nella polemica di Gheddafi verso l’Occidente, di cui questo libro costituisce una ricca testimonianza, vi sono aspetti discutibili. È certamente ingegnoso, ma alquanto opinabile, il discorso di Gheddafi sul tema della democrazia e del rapporto tra democrazia delegata e democrazia partecipata e diretta. Un discorso che ci rimanda a dibattiti che la cultura europea ha conosciuto in passato ma che hanno trovato, almeno da noi, una loro definizione.
Vi sono però anche spunti che ho trovato indiscutibilmente validi. Ad esempio, non c’è dubbio che le preoccupazioni e le critiche di Gheddafi circa il modo in cui l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, hanno combattuto quel fondamentalismo che egli stesso aveva individuato come un pericolo mortale, si sono rivelate tutt’altro che prive di fondamento: l’idea della guerra al terrore ha finito per fornire motivazioni e martiri alla jihad islamica piuttosto che soffocarla e impedirne la pericolosa propagazione.
Nei discorsi romani di Gheddafi ritroviamo anche la sua impostazione critica verso l’Occidente riguardo alla politica del “doppio standard”, in particolare per quanto attiene al conflitto israelo-palestinese. Conflitto che, a mio parere, continua ad essere un problema importante: per quanto si cerchi di aggirarlo, rimane il principale ostacolo allo sviluppo di una politica mediterranea condivisa. Io non concordo, certo, con la decisione libica di non partecipare all’Unione per il Mediterraneo, ma, d’altra parte, non si può non riconoscere che questo organismo sta svolgendo un’attività decisamente al di sotto delle aspettative.
Il principale ostacolo alla costruzione di una dimensione politica mediterranea è appunto rappresentato da un conflitto del quale non si vede un esito e rispetto al quale l’iniziativa politica e diplomatica dell’Europa appare modesta e deludente.
Per tutti questi motivi, ritengo che il dialogo con il mondo arabo, e con le tesi anche critiche verso le politiche occidentali, di cui troviamo eco in questo volume, debba essere portato avanti con coraggio, riconoscendo il valore di un punto di vista diverso, senza tuttavia rinunciare al nostro modo di vedere le cose.
Negli ultimi anni si è verificato un grande mutamento di collocazione della politica internazionale di Gheddafi: egli ha progressivamente scelto di essere sempre meno un leader arabo e sempre più un leader africano. Anche in questo c’è un’intuizione intelligente, e cioè, sostanzialmente, quella della fragilità del mondo arabo, delle sue divisioni, della sua incapacità di esercitare un ruolo politico rilevante. Puntare sull’Africa ha indubbiamente consentito a Gheddafi di assumere una leadership in una parte cruciale del mondo, leadership che diversamente, a mio giudizio, non avrebbe potuto esercitare.
Quello africano può costituire il grande tema di un’azione internazionale congiunta portato avanti da un Paese come l’Italia, proiettato verso l’Africa e interessato a spingere l’intera Europa a occuparsene seriamente, e da un Paese come la Libia.
Questa azione italo-libica ed europea verso l’Africa non deve certamente limitarsi alla politica del contenimento dei flussi migratori e deve guardarsi bene dalla retorica sulla cooperazione allo sviluppo. In questo campo, infatti, le affermazioni senza soldi sono pura retorica e se si vanno a vedere i bilanci della cooperazione internazionale dell’Italia, si capisce bene che, appunto, di retorica si tratta. Una pura logica securitaria e poliziesca accompagnata da un po’ di retorica sull’aiuto allo sviluppo, a mio giudizio, non risolve il problema. Credo, invece, che insieme dobbiamo preoccuparci affinché le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina avvengano nel pieno rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.
Che i respingimenti collettivi mettano in discussione il diritto di asilo non è una invenzione di qualche organizzazione umanitaria, ma un rischio reale. Per questo penso che sia giusto in questa sede auspicare che la Libia collabori pienamente con le organizzazioni delle Nazioni Unite, in particolare con l’Alto commissariato per i rifugiati che, da questo punto di vista, svolge un compito fondamentale. Penso che la Libia, che è membro autorevole della comunità internazionale e ha svolto ruoli di primo piano nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e nel Consiglio per i diritti umani, possa e debba trovare un accordo con l’Onu per consentire all’Alto commissariato per i rifugiati di svolgere il proprio lavoro all’interno del suo territorio nazionale. La Libia, infatti, è un Paese in cui quell’istituzione internazionale ha un lavoro da compiere, e non per responsabilità dei libici, ma in quanto costituisce uno snodo importante dei grandi flussi migratori.
Gheddafi con il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi in occasione della firma del trattato di «amicizia, partenariato e cooperazione», a Bengasi, il 30 agosto 2008 [© Associated Press/LaPresse]

Gheddafi con il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi in occasione della firma del trattato di «amicizia, partenariato e cooperazione», a Bengasi, il 30 agosto 2008 [© Associated Press/LaPresse]

Dico questo in spirito di amicizia, con la piena consapevolezza che anche l’Italia ha le proprie responsabilità in questo campo, e che non si può giocare a scaricabarile quando si tratta di diritti umani.
Tra Libia e Italia si sono aperte anche grandi opportunità dal punto di vista dello sviluppo economico, e credo sia stato questo il vero salto di qualità compiuto con l’accordo di amicizia, con l’indennizzo, con la definitiva normalizzazione dei rapporti tra i nostri Paesi. La crescita dei rapporti economici e culturali, lo scambio delle delegazioni giovanili e degli imprenditori costruiscono quel tessuto di interessi condivisi e contribuiscono anche, direi, a consolidare il modo di vedere le cose comuni, che è poi il modo di rafforzare un rapporto di amicizia tra due popoli.
È una grande opportunità per il nostro Paese in un momento difficile come questo. Il flusso di investimenti dalla Libia verso l’Italia è stato forse uno dei più consistenti in termini relativi, e le opportunità per le nostre imprese sono un capitolo non secondario di questo rapporto di amicizia. Credo che questo debba essere sottolineato come un grande fatto positivo e non c’è dubbio che il governo in carica abbia avuto al riguardo un grande merito: quello di sbloccare l’“ultimo miglio”. Un merito innegabile che è motivo di soddisfazione anche per chi aveva percorso il cammino sin lì. Si deve infatti sempre guardare all’interesse nazionale, che per sua natura è di tutti e non è di parte.
Ora davanti a noi ci sono molte cose da fare insieme, non soltanto sul piano delle relazioni bilaterali, ma, lo ripeto, sul piano dell’azione, della collaborazione politica e dei progetti concreti che Italia e Libia possono sviluppare in un Mediterraneo tuttora debole. Noi abbiamo una grande responsabilità. L’Europa, per un lungo periodo della sua storia, che va dall’89 fino a questi anni, si è sostanzialmente volta a Nord e a Oriente, e questo è accaduto anche per ragioni oggettive. Si trattava di ricucire la ferita della guerra fredda. Da qualche anno ormai diciamo che l’Europa deve volgersi a Sud, verso il Mediterraneo.
È qui la grande sfida: per il Mediterraneo passano le questioni fondamentali della sicurezza, dello sviluppo, della sicurezza energetica, dei flussi migratori. Ma questo appello non ha ancora trovato una risposta adeguata, né in termini di risorse, né in termini di coraggio politico e di innovazione. L’Europa appare ancora prigioniera di una vecchia logica burocratica.
Ecco: questo è davvero un tema essenziale della politica estera italiana e una grande opportunità per fare in modo che l’amicizia tra l’Italia e la Libia non sia fruttuosa soltanto per i nostri popoli, ma sia utile alla pace e alla sicurezza nel Mediterraneo.


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