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ITALIA
tratto dal n. 06/07 - 2010

DIALOGO. Le problematiche energetiche nella Dottrina sociale della Chiesa

L’atomo e lo sviluppo sociale


L’intervento del vescovo di Trieste al seminario della Sogin che si è tenuto nella città friulana in luglio: i criteri entro i quali l’energia nucleare può diventare un bene per l’uomo


di Giampaolo Crepaldi


Monsignor Giampaolo Crepaldi, 
vescovo di Trieste [© Paolo Galosi]

Monsignor Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste [© Paolo Galosi]

Mentre vi sto parlando, la “marea nera” – come è stata chiamata dai giornali – seguita all’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico continua a causare gravi conseguenze sulle persone, sull’ambiente e sull’economia. Non c’è alcun dubbio che, davanti a queste catastrofi naturali (ma a ben vedere non esistono catastrofi solo “naturali”, perché tutte riguardano anche l’uomo e solo per questo possono essere chiamate catastrofi) ci si interroghi ancora più insistentemente sul futuro energetico dell’umanità. Ci sono, a questo proposito, varie ipotesi sul tappeto, che però spesso vengono affrontate con una forte carica ideologica e facilmente estremizzate. Si parla insistentemente di una “economia verde” che però non sembra essere così “puramente ecologica” come si tende a dire. Oggetto di discussioni accorate è anche e soprattutto la questione dell’energia nucleare, davanti alla quale i fronti si dividono spesso radicalmente, come se attorno al nucleare si combattesse una battaglia assoluta tra il bene e il male. Caratteristiche principali di questa contrapposizione ideologica radicale sono di solito la scarsa attenzione ai dati, l’estremizzazione del principio di precauzione fino a separarlo da quello di responsabilità, l’enfasi posta sul rischio indotto, e infine una certa confusione tra leggerezza e pesantezza, per cui spesso l’aggettivo “pesante” è attribuito con toni squalificanti senza considerare che, in tante pratiche che oggi vengono dette leggere, si nascondono pesantezze – per esempio in termini di potentati economici – non trascurabili.
Per completare il quadro bisognerebbe anche fare riferimento al grande problema della ridistribuzione planetaria dei bisogni energetici. È vero che i Paesi sviluppati sono stati i maggiori consumatori di energia nel passato. Però la prospettiva per il futuro è diversa, dato che in questi Paesi viene progressivamente meno l’industria pesante, si passa attraverso la società dei servizi e si va verso una società a minore costo energetico. Il maggiore consumo energetico nei prossimi anni sarà da parte dei grandi Stati emergenti che, proprio per questo, dopo una prima fase tumultuosa e piuttosto devastante di accaparramento delle energie non rinnovabili, si stanno già orientando verso una vasta gamma di percorsi energetici, dai quali non mancano né l’eolico e il fotovoltaico né il nucleare. Come dice la Caritas in veritate nel paragrafo 49, espressamente dedicato a queste problematiche, «vi è l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà, specialmente nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi altamente industrializzati».
Davanti a questo quadro complesso, la Dottrina sociale della Chiesa ci invita, prima di tutto, a rifiutare l’approccio ideologico alla questione energetica. Sembra che oggi le ideologie gravitino soprattutto sulle questioni ecologiche in generale ed energetiche in particolare. Come sottolinea il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa: «Una corretta concezione dell’ambiente, mentre da una parte non può ridurre utilitaristicamente la natura a mero oggetto di manipolazione e sfruttamento, dall’altra non deve assolutizzarla e sovrapporla in dignità alla stessa persona umana. In quest’ultimo caso, si arriva al punto di divinizzare la natura o la terra, come si può facilmente riscontrare in alcuni movimenti ecologisti che chiedono di dare un profilo istituzionale internazionalmente garantito alle loro concezioni» (n. 463).
In secondo luogo ci invita a superare l’approccio di tipo puramente tecnico e ad avere fiducia nelle capacità dell’uomo, al quale «è lecito esercitare un governo responsabile sulla natura per custodirla, metterla a profitto e coltivarla anche in forme nuove e con tecnologie avanzate in modo che essa possa degnamente accogliere e nutrire la popolazione che la abita» (Caritas in veritate, 50). La tecnica è certamente espressione della vocazione del lavoro umano, ma rappresenta l’aspetto oggettivo dell’agire, la cui origine sta nell’elemento soggettivo, cioè nella persona che opera. Per questo la tecnica non è mai solo tecnica, inserendosi, appunto, nel mandato di «coltivare e custodire la terra» (cfr. Gen 2, 15) che Dio ha affidato all’uomo, e va orientata a rafforzare quell’alleanza tra essere umano e ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di Dio. Invece talvolta si assiste o a una esaltazione della tecnica oppure a una sua demonizzazione, come se essa fosse tutto o nulla.
Infine mi sembra che la Dottrina sociale della Chiesa ci inviti a rafforzare strumenti efficienti di governance locale e globale delle questioni energetiche, anche con riferimento all’energia nucleare. L’agire umano ha in sé la caratteristica di suscitare potenziali rischi, ma anche la capacità di una assunzione di responsabilità nel prevenirli e nel gestirli. Non si creda che la gestione del rischio sia solo un fatto tecnico o di risorse economiche. Come sta dimostrando la catastrofe del Golfo del Messico, all’origine di questi fenomeni non ci sono solo errori tecnici ma soprattutto morali. Di conseguenza la gestione dei rischi, anche in ambito nucleare, è di fondamentale importanza e richiede una capacità creativa in molti ambiti: politico, amministrativo, giuridico, assicurativo e, aggiungo io, etico, in quanto anche la tecnologia del nucleare implica e comporta sempre un agire di tipo umano. La collaborazione tra gli Stati, la collaborazione tra i saperi, la collaborazione tra i diversi livelli amministrativi e di controllo diventeranno in questo campo sempre più importanti. Riusciranno a raggiungere gli obiettivi se tutti i soggetti saranno guidati da «virtute e canoscenza», ossia da competenza e sapienza morale e umana. Con le considerazioni finora fatte sono giunto al tema forse più interessante di questo mio intervento. Pongo la domanda nel modo più netto possibile: la Dottrina sociale della Chiesa approva o disapprova l’energia nucleare? Vorrei approssimarmi alla risposta per gradi, prendendo spunto da tre fatti forse non a tutti noti.
In primo luogo vorrei ricordare che la Santa Sede è tra i fondatori dell’Aiea, l’agenzia dell’Onu per l’energia nucleare, e che lo Statuto di questo organismo, accettato anche dalla Santa Sede quale membro fondatore, dice che l’energia nucleare è un diritto inalienabile per lo sviluppo economico e sociale. La posizione di membro fondatore dell’Aiea consente alla Santa Sede di seguire da vicino e di promuovere per il bene comune da un lato il processo di disarmo e la non proliferazione nucleare e, dall’altro, la ricerca e le possibili applicazioni pacifiche della tecnologia nucleare.
Vorrei poi sottolineare, come appena ricordato, che la Santa Sede ha sempre condannato l’uso militare dell’energia nucleare e, dando il proprio contributo ai trattati di non proliferazione delle armi nucleari – armi di cui ha chiesto innumerevoli volte il progressivo smantellamento fino alla loro eliminazione totale –, ha anche ribadito ripetutamente la necessità di utilizzare in favore dello sviluppo dei Paesi poveri le risorse energetiche che derivano dall’attuazione dei trattati sul disarmo nucleare. Questa posizione è stata per esempio affermata recentemente da Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2006, dove si auspica che «le risorse in tal modo risparmiate potranno essere impiegate in progetti di sviluppo a vantaggio di tutti gli abitanti e, in primo luogo, dei più poveri». Segno inequivocabile che a un chiaro “no” nei confronti dell’uso militare dell’energia nucleare non corrisponde un altrettale no nei confronti del suo uso civile. I reattori nucleari costituiscono il solo mezzo per distruggere per sempre, convertendoli in energia, l’uranio e il plutonio che derivano dallo smantellamento delle testate nucleari.
La torre di condensazione di una centrale nucleare [© ENEL Spa]

La torre di condensazione di una centrale nucleare [© ENEL Spa]

Infine ricordo quanto affermato dal cardinale Renato Raffaele Martino, allora presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della pace, in una intervista alla Radio Vaticana: «L’apprensione per la sicurezza e la salute dell’uomo e del pianeta è più che legittima alla luce dei più o meno recenti disastri nucleari. Anche in questo caso è tuttavia necessario impostare correttamente il discorso e fissare con ragionevolezza i punti fondamentali di una ipotetica politica nucleare […]. Perché precludere l’applicazione pacifica della tecnologia nucleare? […] Assicurata la sicurezza degli impianti e dei depositi; regolati in maniera severa la produzione, la distribuzione e il commercio di energia nucleare, mi sembra vi siano i presupposti per una politica energetica “integrata”, che contempli quindi, accanto a forme di energia pulita, anche l’energia nucleare».
Da questi tre spunti penso di poter concludere che la Dottrina sociale della Chiesa né assolutizza la scelta per l’energia nucleare, sposandola sempre e comunque, né la condanna irrimediabilmente come sbagliata. Piuttosto essa la inserisce nella comune responsabilità dell’umanità a costruire il proprio progresso futuro, nel rispetto non, come spesso si dice, dei diritti dell’ambiente, perché l’ambiente naturalisticamente inteso non ha diritti, ma dei diritti degli uomini, compresi i poveri di oggi e di domani e le generazioni future. Responsabilità, solidarietà, intenti pacifici, trasparenza, controllo e sicurezza, sviluppo integrato di diverse energie rinnovabili, ottimismo responsabile sulle capacità umane e nello stesso tempo realismo sui possibili inquinamenti dovuti agli interessi di parte e agli egoismi, collaborazione internazionale, sviluppo di authority competenti e indipendenti politicamente, formazione ed educazione dei cittadini, lotta concorde e determinata all’uso militare del nucleare… Come si vede, un’agenda impegnativa ma, come oggi si dice spesso, “sostenibile”.
Oggi si usa spesso il termine sostenibilità. A mio parere lo si adopera talvolta con un equivoco di fondo. L’unica sostenibilità che di solito si prende in esame è quella naturalistica, legata cioè agli equilibri naturali così come essi sono dal punto di vista della natura considerata in sé stessa. Non sempre si tiene conto della sostenibilità umana.
Certamente non bisogna essere ingenui. E la Dottrina sociale della Chiesa infatti non lo è. Il caso dell’Iran sta dimostrando drammaticamente quanto possano essere contigui tra loro il nucleare pacifico e il nucleare militare. Questa possibile commistione impone di cercare dei progressivi miglioramenti su due aspetti delicati e cruciali. Il primo è quello della “trasparenza” su cui si sta lavorando da tempo nell’ambito delle trattative per un Trattato sul commercio internazionale di armi non convenzionali. La trasparenza deve essere un obiettivo forte e fondamentale, che riguarda non solo i possibili confini tra nucleare civile e militare, ma anche lo stesso nucleare civile. Il secondo è il problematico tema del dual use, cioè dei beni e tecnologie dal possibile duplice uso, civile e militare. Con il dual use diventa sempre più difficile individuare lo stesso confine tra economia civile e militare. Soprattutto nei settori biologico, chimico e nucleare il fenomeno del dual use solleva il problema della distinzione tra programmi civili e programmi militari, considerato il rischio che vengano realizzate armi di distruzione di massa. Oltre a una normativa internazionale su produzione e scambio di beni e tecnologie, la questione richiede una soluzione sul piano dell’etica personale e della deontologia professionale, soprattutto per chi è impegnato nella ricerca scientifica.
Per concludere, posso affermare che la Chiesa tiene in grande considerazione la scienza, la tecnica e il progresso umano e, nello stesso tempo, invita l’uomo a un atteggiamento di prudenza, che non vuol dire attendismo, incertezza, rinuncia, paralisi delle decisioni, nostalgia del passato, pessimismo acritico verso il futuro. Prudenza vuol dire procedere con decisione, ma dopo attenta valutazione dell’originario piano di Dio sull’umanità. Questi mi sembrano i criteri dentro i quali la problematica dell’energia nucleare può essere e diventare «un bene per l’uomo».


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