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ITALIA
tratto dal n. 06/07 - 2010

Le ragioni di un programma realista


Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico, spiega perché non possiamo più dipendere così tanto dai combustibili fossili: per motivi economici, di salvaguardia dell’ambiente e anche geopolitici


Intervista con Stefano Saglia di Roberto Rotondo


«Oggi possiamo affermare che produrre energia elettrica da una centrale nucleare è sicuro. Ma quando si parla di sicurezza bisognerebbe anche dire che non c’è da garantire solo la sicurezza per la salute dei cittadini, perché la sicurezza energetica del Paese è un obiettivo altrettanto importante per chi vuole agire per il bene comune». Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico, trentanove anni, milanese, residente a Brescia, sintetizza così i motivi per i quali l’Italia sta percorrendo un cammino che la riporterà tra i Paesi che producono energia dall’atomo: «La gente deve comprendere che questa strada è stata intrapresa perché non possiamo più dipendere totalmente dai combustibili fossili, come avviene oggi: per motivi economici, di salute pubblica, di salvaguardia dell’ambiente e anche geopolitici. E i sondaggi d’opinione fatti in questo periodo, dai quali risulta che il 50 per cento degli italiani si dichiara favorevole al nucleare, indicano che la gente comincia a comprendere».

Stefano Saglia [© Massimo Silvano]

Stefano Saglia [© Massimo Silvano]

Erano anni che non si assisteva a un dibattito così intenso sul nucleare, sia per limitare il riscaldamento terrestre sia per l’aumento della domanda di energia specie da parte dei Paesi emergenti. Ma il nucleare è l’unica possibilità alternativa a petrolio e gas?
STEFANO SAGLIA: No, e non è questo il nostro programma, perché un Paese responsabile deve avere un mix di fonti energetiche e non può dipendere da una fonte sola. Oggi però il nostro Paese dipende quasi totalmente dalle fonti fossili.
Insomma: nucleare quanto basta. Ma quanto ne basta?
SAGLIA: Se il fabbisogno energetico fosse una mela direi che l’obiettivo realistico è dividerla in tre: metà ancora in idrocarburi, un quarto in fonti rinnovabili, e un quarto per il nucleare, che, come le rinnovabili, non produce gas serra ed è a tutti gli effetti una fonte energetica ecologica.
Una delle obiezioni è che l’Italia torna al nucleare nel momento in cui nel resto del mondo questa tecnologia è in declino…
SAGLIA: Non è così. Ci sono 436 centrali funzionanti nel mondo e 50 sono in costruzione. Forniscono il 15 per cento dell’energia elettrica mondiale (nell’Unione europea si arriva al 30 per cento). Il nucleare risponde anche ai bisogni dei Paesi emergenti come India e Cina: quale altra fonte, infatti, in spazi relativamente piccoli produce così tanta energia costante con pochissimo combustibile, lavorando 24 ore su 24 per decenni e senza emettere gas serra? Per questo anche Paesi emergenti come la Cina o l’India stanno puntando sul nucleare. Ma anche gli Usa vogliono aumentare l’energia prodotta con l’atomo e con le fonti rinnovabili mentre in Europa si è deciso di allungare la vita di alcune centrali già in funzione da molto tempo. In realtà questo programma sta dando credibilità all’Italia. Ogni volta che mi trovo a contatto con istituzioni internazionali, Onu, Ocse, Unione europea, riscontro un’attenzione nuova verso l’Italia per il cammino intrapreso. Anzi, forse c’è più attenzione all’estero che in Italia.
Forse perché da noi non si percepisce come questo programma possa aiutare lo sviluppo sociale ed economico?
SAGLIA: Tutto quello che stiamo facendo non varrebbe la pena se non ci fosse dietro anche uno sviluppo industriale. Il nucleare è una grande impresa. Per esempio, in un cantiere per costruire una centrale lavorano cinquemila persone per cinque anni. E, una volta in funzione, ci lavorano cinquecento persone, tutte con alte professionalità, la maggior parte delle quali sono ingegneri. Le industrie che lavorano per i componenti delle centrali, per forza di cose appartengono al territorio e questo vuol dire sviluppo sociale e lavoro. Fare il nucleare non vuol dire solo risolvere un problema di risorse energetiche, ma anche sviluppare una filiera industriale che si traduce in competenze e decine di migliaia di posti di lavoro. E in un momento di crisi come questo non è poco. Ma non partiamo da zero perché l’industria nucleare italiana che si era sviluppata negli anni Sessanta e Settanta in molti casi ha continuato a lavorare all’estero e oggi può ricominciare a farlo in Italia.
Il nostro Paese era all’avanguardia nel nucleare civile, anzi, si può dire per certi versi che il nucleare civile sia nato in Italia. Oggi quell’entusiasmo per le possibilità aperte dal progresso tecnologico sembra molto lontano. O no?
SAGLIA: Oggi siamo istintivamente contrari a qualsiasi cosa, perché non ci rendiamo conto dei nostri reali bisogni e si è un po’ perso quel sogno di benessere ancora da raggiungere, la prospettiva di nuove possibilità da aprire grazie al progresso scientifico e tecnologico. Gli anni Sessanta e Settanta, invece, sono stati anni pionieristici, che hanno portato l’industria italiana a essere leader nel mondo. All’inizio il nucleare fu accompagnato da una grandissima partecipazione popolare, basta vedere i documentari in cui la gente accoglie con le bandiere l’arrivo nel porto della nave che trasporta alcuni componenti per costruire la centrale nucleare.
Possibile che bastò un referendum sull’onda emotiva dell’incidente di Chernobyl a far abbandonare tutto nell’87? Giulio Andreotti commentò l’uscita dal nucleare dicendo che avremmo dovuto arrossire di vergogna…
SAGLIA: La politica ha anche un ruolo pedagogico nei confronti dei cittadini e ha il dovere di informare i cittadini sulla realtà. In quel momento la politica non lo fece, anzi cercò di cavalcare l’inquietudine popolare e fummo l’unico Paese a chiedere un parere ai cittadini in un momento in cui l’emozione vinceva sulla ragione.
Seconda componente: noi abbiamo pensato di poter “vivere a metano” e oggi siamo il Paese che più dipende da questa fonte energetica. Ora, la classe politica ha il dovere non solo di amministrare l’esistente ma anche di immaginare il futuro. Oggi dipendiamo per l’80 per cento da idrocarburi e i Paesi da cui li importiamo, se sono affidabili dal punto di vista commerciale, non sempre lo sono dal punto di vista politico.
Abbiamo il dovere di dire che le tensioni per l’accaparramento delle risorse energetiche saranno sempre più forti e quindi anche i problemi di carattere geopolitico avranno una ricaduta sulla vita della gente, soprattutto per quei Paesi che non dispongono di materie prime.
Operatori nel Centro ricerche “Casaccia” a Roma [© Sogin]

Operatori nel Centro ricerche “Casaccia” a Roma [© Sogin]

Però in Italia non c’è nemmeno l’uranio per le centrali nucleari...
SAGLIA: È vero, ma è presente in moltissimi Paesi come Canada e Australia che non destano preoccupazioni dal punto di vista di tensioni politiche o fondamentalismi religiosi. Inoltre, la domanda di energia elettrica aumenterà nei prossimi anni. Sia nei Paesi sviluppati – pensi solo se, ad esempio, aumenteranno le auto elettriche nelle città – sia in quelli in via di sviluppo: ci sono due miliardi di persone nel mondo senza energia elettrica e se, come è auspicabile, anche questa parte della popolazione mondiale comincerà a progredire, comincerà anche a richiedere più energia. Quindi smarcarsi un po’ dalla corsa per l’accaparramento delle fonti energetiche fossili, attraverso il nucleare e le rinnovabili, per noi vuol dire anche lasciare quote a Paesi in via di sviluppo.
Programmi come quello nucleare sono a lungo termine e se ne vedranno i benefici tra una decina di anni. Come è possibile mantenere vivo un dialogo con l’opposizione che permetta al programma di non subire ritardi o interruzioni? Mi sembra che il recente dibattito sulla scelta del professor Veronesi a capo dell’Agenzia per la sicurezza nucleare renda attuale la domanda…
SAGLIA: Nell’opposizione ci sono due linee di pensiero. Una oltranzista, per la quale il nucleare è da escludere sempre e comunque. Chi la sostiene cerca una contrapposizione ideologica a cui noi ci dobbiamo sottrarre, come ci distinguiamo rispetto a chi dice sì al nucleare in assoluto, e che rappresenta l’altra faccia della medaglia dello scontro ideologico. Noi diciamo sì al nucleare ma con realismo, secondo le nostre capacità e investimenti. Su questa base, parte dell’opposizione dice sì al nucleare, ma ci contesta la capacità di gestirlo. Ecco: io vorrei lavorare con questa parte dell’opposizione per convincerla che non è un problema di gestione di destra o di sinistra del nucleare. Per gestire questo processo bisogna coinvolgere i migliori cervelli del Paese al di là delle loro idee politiche, quindi i maggiori esperti di radioprotezione, di medicina, di ingegneria nucleare. È quello che stiamo cercando di fare e, se continueremo così, anche l’opposizione non potrà non riconoscere che chi gestisce il nucleare non è di destra o di sinistra, ma è semplicemente gente seria.
Da parte di chi lavora in questo campo c’è una certa attenzione alla posizione della Chiesa cattolica sul nucleare. I malevoli potrebbero pensare che temete l’eventuale opposizione di un parroco o di un vescovo che si mettano a capo di qualche manifestazione di protesta davanti alle centrali in costruzione…
SAGLIA: Per carità, è capitato e potrà capitare per qualsiasi tipo di impianto, non solo nucleare; e tra i tanti motivi a volte può esserci anche una cattiva interpretazione del proprio ruolo nel territorio. Invece leggo con piacere sia i documenti pastorali sull’ambiente sia quelli di dottrina sociale in cui si cerca di definire l’ambiente come un’opportunità e non come un elemento da considerare solo naturalisticamente, a prescindere dall’uomo. Inoltre, il fatto che la Santa Sede, che non è solo un’entità religiosa ma anche un attento osservatore dei fenomeni internazionali, si interessi a questi temi, è un grande conforto per noi cattolici in politica. Ma è importante anche per l’opinione pubblica, perché l’interesse della Santa Sede, quando guarda a cosa accade nel mondo e dà un giudizio su queste cose, è solo quello del bene dell’uomo, della ricerca di nuove strade per uscire dalla povertà. E quello che, coerentemente, ci dice è: se il nucleare è gestito bene e a fin di bene, utilizziamolo.


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