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STORIE DI SEMPLICI PRETI
tratto dal n. 08/09 - 2010

“Il Padre” di Rifredi


Così a Firenze tutti chiamavano don Giulio Facibeni, parroco di Santo Stefano in Pane, in un quartiere della periferia cittadina. Le numerose opere di carità nascevano dal suo affidarsi alla Provvidenza «con la tranquillità del fanciullo che si tiene stretto alla mano paterna quando rugge la tempesta»


di Paolo Mattei


Don Facibeni in un ritratto con i bambini dell’Opera [© Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa]

Don Facibeni in un ritratto con i bambini dell’Opera [© Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa]

“Un prete mingherlino che t’un gli daresti un duino”. Il duino è moneta di rame di scarso valore; il prete mingherlino è don Giulio Facibeni; l’espressione è toscana, naturalmente. Bisognerebbe immaginarsela sussurrata con ironica ammirazione dalla viva voce di un fiorentino al passaggio di quel prete piccoletto, cui la Provvidenza elargì grazie in modo così generoso: proprio a lui, che all’apparenza non si meritava nemmeno un “duino”. Non era difficile incontrarlo in giro per Firenze. A passeggio, lento pede e in compagnia degli amici, o di corsa, con frettolosa solitudine, probabilmente alla volta di qualche banca per saldare i debiti del suo orfanotrofio di Rifredi, quartiere di periferia in cui, dal 1913, era parroco nella pieve di Santo Stefano in Pane. In un diario, che intitolerà Libro della Provvidenza, annota i tanti episodi che lo videro giungere all’ultimo secondo utile sul fil di lana di prestiti da rifondere, cambiali da pagare, retribuzioni da corrispondere. Come quando, nel 1938, bisognava liquidare, entro le cinque di un pomeriggio di giugno, il compenso di alcuni operai che non potevano più aspettare, e in cassa non c’era una lira: «Verso le 16 una signora si presenta e chiede di parlare: è venuta per portare una piccola offerta. Le domando il nome. Mi guarda sorridendo: “Lei non conosce il Vangelo”, mi dice. E perché? “Nel Vangelo c’è scritto: la tua destra non sappia quel che fa la tua sinistra”. Commosso per la lezione apro la busta. C’era esattamente l’occorrente per potere pagare alle 17 tutti gli operai».
Quello che serve, quando serve; né di meno né di più, né in anticipo né in ritardo: così la Provvidenza fa i suoi tempestivi regali a don Facibeni, talvolta tenendo conto anche del santo del calendario, come riporta Giancarlo Setti nel suo libro Il rischio di essere padre (breve vita di monsignor Facibeni) (Firenze 1998): «Il 31 gennaio, giorno onomastico del Padre, il signor Sergio Casaltoli, che aveva fornito l’Opera di asciugamani e lenzuoli e altra biancheria e che aveva fatto forti prestiti, fa di tutte le cambiali stracciate un bel mazzo avvolto in una velina e lo fa consegnare con questo biglietto: “Al Padre, nel suo onomastico, questi fiori, con tanti auguri”». Un’iniziativa graziosa, si potrebbe dire poetica: brandelli di “pagherò” rifioriti in un dono inatteso. Del resto, Firenze era la città della poesia, antica e moderna, da Dante ai poeti habitué del caffè “Giubbe Rosse”. E quel piccolo prete fin da bambino avrebbe voluto comporre versi.

“Fiorenza mia”
«Fatto prete, non mi posso occupare di poesia? Non poetavano san Francesco, il beato Iacopone, sant’Alfonso, il direttore?». Il diciannovenne Giulio Facibeni appunta questo pensiero nel 1903, quando è in seminario a Faenza. Era nato a Galeata, in provincia di Forlì, nel 1884, il 29 luglio, giorno di santa Marta, che ospitò a casa sua il Signore a Betania. Terzo di undici figli di una famiglia cattolica con sentimenti patriottici, fin da ragazzino desiderava farsi prete ed entrò quindi nel seminario faentino nel 1899. Là incontrò monsignor Paolo Taroni, il “direttore poeta” cui fa cenno in quell’appunto, cioè il suo direttore spirituale di quegli anni, «i più belli e i più degni di ricordo», avrebbe scritto molto tempo dopo. Di monsignor Taroni – l’amico di don Bosco che il giovane seminarista considerava, insieme al Curato d’Ars e san Francesco, la sua guida –, Silvano Nistri, autore della biografia Vita di don Giulio Facibeni (Firenze 1979), racconta: «Rappresentava al meglio quella spiritualità affettiva che ebbe tanta parte nella pietà popolare» dell’Ottocento e del Novecento. Una spiritualità che «si affidava alle pratiche di pietà personale – preghiera, rosario, meditazione quotidiana, vite dei santi, visita al Santissimo Sacramento, grande devozione alla Madonna. […] È il primo personaggio autenticamente religioso, nel senso di una totalità di abbandono al Signore, che Giulio Facibeni incontrò».
Come don Taroni, anche il suo allievo scrive versi in onore di Maria, con altisonanti echeggiamenti carducciani, come usava allora. Ed è anche l’amore per la letteratura a condurlo a Firenze, dove, nel 1904, si iscrive a Lettere moderne; inizia a studiare teologia e trova posto come assistente nell’illustre semiconvitto Cepparello, retto dagli Scolopi, tra le più prestigiose scuole del capoluogo, legata profondamente alla cultura toscana, e, spiega Nistri, con una «tradizione di fedeltà a una scienza umanistica di marca galileiana». Là era forte «la componente cattolico-liberale, se si volesse usare l’etichetta consacrata dall’uso; certamente non intransigente, conciliatorista».
Insomma, a Firenze, il futuro sacerdote ritrova il patriottismo respirato in famiglia; e a Firenze accarezza l’idea di continuare a studiare e poi di insegnare, e, senz’altro, di proseguire nella composizione di liriche. Ma la vena poetica si esaurirà presto e nel futuro del ragazzo non c’è posto per cattedre universitarie né per libri di versi.

La pieve di Santo Stefano in Pane, nel popolare quartiere fiorentino di Rifredi [© Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa]

La pieve di Santo Stefano in Pane, nel popolare quartiere fiorentino di Rifredi [© Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa]

Contentezza del prete
«Si intuiva che il giovane don Giulio, con quei suoi occhi sempre sorridenti, era destinato a rimanere giovane. Ogni mattina celebrando la messa, ripeteva salendo all’altare il salmo 48: “Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat iuventutem meam”, “Salirò all’altare di Dio, a Dio che fa lieta la mia giovinezza”. […] Sentiva che questi versi gli stavano bene addosso, a lui e a tutta la gioventù che avrebbe presto incominciato a circondarlo»: così Giancarlo Setti descrive il novello prete, ordinato a Fiesole il 21 dicembre 1907.
È contento quel giorno, don Giulio, e desidera che pure i suoi amici lo siano. Lo chiede anche nell’immaginetta-ricordo della prima messa: «Tutti, o Gesù, sian partecipi della contentezza provata da me».
I giovani che per primi lo circondano sono quelli del Circolo Italia Nova “per gli studenti secondari cattolici”, che fonda all’inizio del 1910. Con loro, il sacerdote romagnolo – cui la terra d’origine aveva regalato un sanguigno temperamento cattolico-popolare – rilegge la Rerum novarum, approfondisce i temi del cattolicesimo liberale e conciliatorista, studia la storia del Risorgimento e l’opera di Federico Ozanam, con l’intento di favorire l’idea secondo cui i cristiani debbano operare attivamente nella società superando quella «divisione dell’anima» che sta spaccando in due una nazione da ricostruire. Lancia l’idea di costituire una cooperativa per agevolare l’acquisto di libri scolastici e fonda il giornalino mensile Italia Nova – ricco di citazioni di Tommaseo e Manzoni – che nel 1911 diviene l’organo ufficiale degli studenti cattolici, mentre il Circolo – i cui giovani militanti partecipano attivamente a manifestazioni e cortei patriottici provocando l’ira sia dei clericali intransigenti sia degli anticlericali – si federa con la Gioventù cattolica diocesana. All’arcivescovo Alfonso Mistrangelo non dispiace per niente quel fuoco di fila di iniziative, anche perché a suo avviso possono funzionare da contravveleno al diffuso anticlericalismo.
Ma la cosa che probabilmente più colpisce i fiorentini è la piccola novità che fa la propria apparizione tra le vie cittadine: «Forse per la prima volta», osservò don Raffaele Bensi, «a Firenze si vedeva passare per strada un prete a braccetto con dei giovani, ridere e conversare con loro come un amico e un fratello».
Ecco: una vita di apostolato con i giovani e di attività pubbliche, sociali e culturali: forse è questo che il Signore ha in serbo per lui. O forse no.

Sperduto in terra incognita
Nell’ottobre del 1912, il cardinale Mistrangelo decide infatti di assegnare don Giulio alla pieve di Santo Stefano in Pane, a Rifredi, come coadiutore di don Alessandro Brignolle, protagonista di un crack finanziario originato da sconsiderate «giocate in borsa» e da «un labirinto di affari arrischiati poco puliti», come ebbe a dire lo stesso arcivescovo. A Rifredi, quartiere di novemila abitanti tra contadini e operai, a nord-ovest della città, crescono le fabbriche e con esse i disagi di chi lavora in quegli ambienti insalubri. Il perno della vita pubblica è la Società di mutuo soccorso guidata dai socialisti, mentre la parrocchia e la messa sono frequentate da pochissimi, scomparse le associazioni cattoliche, sciolte le antiche confraternite. I sacerdoti sono considerati da un sacco di gente sfruttatori della classe operaia, e le tristi avventure finanziarie del vecchio pievano non contribuiscono a migliorarne l’immagine.
Don Giulio fa il suo ingresso in questo mondo, e si sente «come sperduto in terra incognita». Si inginocchia di fronte al Santissimo nell’antica pieve romanica di Santo Stefano in Pane, mentre il vento dei cambiamenti, che soffia su quelle mura da mille anni, pare essersi fatto più impetuoso. E un impetuoso cambiamento di prospettiva scompiglia ancora i desideri e i progetti del piccolo prete.
In quel momento, nel silenzio della pieve, chiede a Dio di poter lietamente obbedire e di «essere il padre di tutti, anche di quelli che sono lontani».

Don Facibeni con Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, che gli conferisce il titolo di cittadino benemerito della città nell’ottobre 1951 [© Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa]

Don Facibeni con Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, che gli conferisce il titolo di cittadino benemerito della città nell’ottobre 1951 [© Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa]

Il petto squarciato della Madonna
«Monsignor Facibeni fu un uomo di frontiera e visse e domandò un apostolato fatto in mezzo alla gente, cuore a cuore, senza schemi»: così il cardinale Silvano Piovanelli, arcivescovo emerito di Firenze, nel suo libro Don Giulio Facibeni. «Il povero facchino della Divina Provvidenza» (Firenze 2008), parla del prete romagnolo, che non perde un momento per riassettare la casa di Rifredi in disordine, un po’ come la santa del suo compleanno, Marta, quando il Signore fu suo ospite.
Don Giulio ripristina innanzitutto la messa quotidiana, abolita da tempo, e la processione del Corpus Domini. Si inventa iniziative di aiuto allo studio: corsi per il doposcuola, scuole serali, scuole di disegno. Ricostituisce le organizzazioni perdute, la Società San Filippo Neri per la carità ai poveri della parrocchia, le Piccole lavoratrici per Gesù Bambino, che preparano i corredini per i figli delle famiglie bisognose. E ancora: fonda il bollettino parrocchiale – otto paginette 21 per 15 –, crea la Cassa dotale per le ragazze che si devono sposare, inaugura il circolo “Liberi e forti” per coadiuvare il parroco nelle opere di patronato.
Ma la Grande Guerra fiammeggia all’orizzonte. Don Giulio non vuole lasciarsi cogliere impreparato e il 1º giugno 1915, a soli otto giorni dall’entrata dell’Italia nel conflitto, apre, sistemandolo in un vecchio magazzino vicino alla pieve, il “Nido”, un asilo, con refezione gratuita, per i figli poveri dei richiamati alle armi. Affidato esclusivamente alla carità dei parrocchiani e alla collaborazione volontaria delle donne di Rifredi, alla fine del primo trimestre registra 77 iscritti.
Don Giulio segue con apprensione le vicende belliche, e nel 1916 anche lui è chiamato al fronte, dapprima come soldato, poi come cappellano. Scrive in una lettera: «Sono sceso col cuore commosso e avrei baciato un povero soldatino che, tutto fangoso, con i piedi congelati, zoppicando, scendeva dalla trincea». Il cappellano militare don Facibeni non ha le parole per confortare il cuore disperato dei soldati ingoiati dall’abisso della guerra. Così si affida alla «cara Madonna» del Grappa, che un giorno era andato a pregare sulla cima del monte. Ma Lei non c’era, perché uno shrapnel l’aveva colpita in pieno petto ed era stata trasportata a valle in barella. Trovò la statua ricoverata nella chiesetta di San Crespano, vegliata dai militi. Con quell’immagine nel cuore don Giulio si piega sui feriti e sui moribondi e il dolore dei giorni di guerra cerca rifugio e consolazione nel petto squarciato della Madonna del Grappa. A Lei, e alla Divina Provvidenza, qualche anno dopo, intitolerà l’opera di carità che nel frattempo andava crescendo nella pieve di Rifredi.

Con la tranquillità del fanciullo
«Sento che se la Provvidenza Divina non soccorre alla mia fragilità sono veramente incapace di portare il grave peso». La città e il quartiere al ritorno dalla guerra sono un deserto di «immoralità, rancori, divisioni di partiti, furti». Don Giulio desidera essere il padre di tutti, pure dei più lontani, «superando ogni pregiudizio e ogni contrapposizione: non voleva lasciarsi irretire neanche dal ghetto cattolico», spiega Silvano Nistri. E ai suoi parrocchiani, scrive: «Non traccio programmi, non faccio promesse; il Crocifisso, nient’altro che il Crocifisso deve essere la mia bandiera, il mio motto, la mia luce, la mia forza».
Il “prete mingherlino” vuole ricominciare dai più piccoli, dal “Nido” realizzato all’inizio della deflagrazione mondiale, perché i bambini «possano trovare in me un cuore di padre infiammato della carità di Cristo». E attraversa gli anni accompagnato dalla memoria viva della sua «cara Madonna» del Grappa, Madre di quella Provvidenza cui tutto affida del suo povero fare, come spiega ancora Nistri: «È in questo lasciarsi portare… tutto il segreto di don Giulio Facibeni», che «avvertiva in maniera drammatica la sproporzione immensa tra la sua povertà e il dono di Dio».
La Piccola Opera della Divina Provvidenza “Madonnina del Grappa”, inaugurata nel novembre 1924, nasce, spiega Giancarlo Setti, «almeno nel suo sviluppo assolutamente imprevedibile e imprevisto, quasi “per caso”. Non c’è alla base né progetto né finanziamento». Essa unifica tutte le opere a carattere religioso, culturale, caritativo e sociale sorte fino ad allora in parrocchia. L’orfanotrofio – una famiglia, nell’idea di don Giulio, non un ospizio per piccoli abbandonati – accoglie i primi bambini il 4 novembre 1924, e quattro anni dopo conterà cento ospiti, che non pagano retta e che sono accuditi dalle Ancelle della Misericordia, suore affezionatissime al sacerdote: «Quegli anni segnarono in maniera decisiva la nostra vita religiosa: avevamo veramente la sensazione di vivere accanto a un santo», dirà una di loro. Tutti sono coinvolti per trovare i fondi: le donne offrono il ricavato della vendita di ricami, i ragazzi quello di pubbliche recite teatrali, i contadini donano parte dei raccolti. La generosità dei suoi amici è il primo segno tangibile dell’aiuto della Provvidenza. La quale non fa mai mancare il suo aiuto a chi le si affida.
Il sacerdote e quanti gli stavano vicino godettero spesso di questa fortuna nelle difficoltà quotidiane, nelle necessità e nei bisogni che crescevano a fronte di spazi e soldi che non bastavano mai. Molti gli episodi che don Giulio e i suoi amici hanno raccontato, divertiti e confusi da quanto accadeva loro. Come quella volta degli assegni non coperti che don Alfredo Nesi, su incarico di don Giulio, si trovò a dover cambiare nel mercato ortofrutticolo di Firenze: «C’era un omaccione grosso, rude, con barba di quattro giorni, le mani che sembravano due pale… Mi presento a lui e gli chiedo di cambiarmi un assegno di trentamila lire. Gli porgo l’assegno, lo prende, lo guarda attentamente, lo rigira, legge la firma, mi dice: “La firma l’è di Facibeni; gli è di sicuro a vòto quest’assegno, ma lo piglio lo stesso”. E, senza dir altro, mi porse trentamila lire».
«Bisogna credere alla Provvidenza… con la limpida ingenuità e fermezza, la tranquillità del fanciullo che si tiene stretto alla mano paterna, quando rugge la tempesta… Dio Padre! Non è in questo titolo di Dio che si racchiude tutto il cristianesimo? Come respira l’anima in questa certezza». Il “prete mingherlino” sarà portato per mano anche quando la tempesta pare soverchiarlo. Quando i fascisti («sciagurati che pensano di modificare i cervelli e le coscienze con una randellata») lo minacciano di morte; quando mancano le persone e i mezzi necessari per accogliere i sempre più numerosi orfani che bussano alla porta dell’Opera, e che diventeranno più di mille dopo la Seconda guerra mondiale.

Il feretro di don Facibeni sul sagrato della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, il 4 giugno 1958 [© Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa]

Il feretro di don Facibeni sul sagrato della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, il 4 giugno 1958 [© Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa]

«Non posso fare altro che tenderti le braccia»
Quella mano non lo abbandonerà neanche nei momenti drammatici in cui ha l’impressione che le sue iniziative non siano comprese dalla gerarchia ecclesiastica, negli «anni penosi, che affido alla misericordia infinita di Dio», durante i quali giunge a immaginare che nel proprio futuro «questi ricordi porteranno tutti l’indicazione: fallimento di un preteso metodo educativo». Infatti non da tutti è apprezzato il rapporto troppo stretto fra Opera e parrocchia, con il rischio dell’indistinzione tra le due realtà, le quali, per evitare che l’una sia di nocumento all’altra, dovrebbero, secondo il parere di molti, essere separate, a differenza di quanto lui ha in mente: «Tu sai quanto mi costerebbe lasciare la parrocchia e come io sia convinto che l’Opera e la parrocchia si aiutino vicendevolmente», spiega nel 1941 a un sacerdote amico subito dopo una visita pastorale dell’arcivescovo Elia Dalla Costa, che dieci anni prima era succeduto al cardinale Mistrangelo. «Ad ogni modo», continua in quella lettera, «tu sai che sono nelle mani del Signore e sono pronto a tutto; ogni sacrificio sono pronto a compierlo». Lo compirà qualche anno dopo, nel 1954, quando la separazione sarà definitivamente sancita. «Sii benedetto, Signore», sussurrò in quel momento, «perché tutti i miei progetti sono sconvolti… Non posso fare altro che tenderti le braccia». D’altronde già nel 1926 aveva scritto: «Nella breve storia dell’Opera, come appare chiaro che il Signore vuole fare Lui: quante volte ci ha già cambiato le carte in tavola!».
«Don Facibeni – l’uomo, il sacerdote, che portava nel nome il segreto della sua vita – si è trovato (non saprebbe forse dir bene egli stesso in che modo) circondato ben presto non più da pochi orfanelli in cerca di tenerezza e di soccorso, ma da uno stuolo, da una folla di piccoli che è via via cresciuta, e straripando dall’umile asilo, ha sciamato prodigiosamente, e oggi l’Opera, che qui salutiamo, è in quattordici case, fiorente di alunni e di protettori, sotto la buona guardia della Vergine Santissima, che mantiene, in nome della divina Provvidenza, l’impegno assunto da questa, venticinque anni or sono, nella Carità di Gesù Cristo». È il 1949, e con queste parole Pio XII saluta “il Padre”, come ormai a Firenze e fuori lo chiamano tutti, giunto a Roma in udienza per festeggiare il primo quarto di secolo dell’Opera. Ha già la malattia, il Parkinson, che lo accompagnerà fino al giorno della morte, il 2 giugno 1958.
Negli ultimi anni della vita gli sono accanto gli amici, molti dei quali sacerdoti. «Chi ha avuto la grazia di incontrarlo allora», ricorda Piovanelli, «non può ricordarlo che come stanco e cadente. Ma con un volto illuminato da due occhi vivissimi e dal sorriso di un bambino».
Dio aveva provveduto ancora al “prete mingherlino”. Soprattutto a rendere lieta la sua giovinezza.


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