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LETTERATURA
tratto dal n. 11 - 2010

IL NATALE DI ALESSANDRO MANZONI

Ci fu largito un Figlio


«Dio diventa accessibile. L’uomo ora sa a chi può chiedere perdono. Non ha più paura di Dio: come si fa ad avere paura di un bambino indifeso, disarmato?». Lo scrittore Manlio Cancogni legge Il Natale di Alessandro Manzoni. Intervista


Intervista con Manlio Cancogni di Paolo Mattei


<I>La Natività</I>, Museo della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano [ © Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano]

La Natività, Museo della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano [ © Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano]

«Sì, io continuerei a parlare degli Inni sacri a scuola, e a spiegarli in classe, se facessi ancora il professore. Sono bellissimi». Manlio Cancogni, scrittore e critico letterario, ha frequentato per una vita l’opera di Manzoni. L’amore di Cancogni per lo scrittore milanese ebbe la sua consacrazione definitiva nel 1942, durante un viaggio verso Atene sull’“Orient Express”. Si recava nella capitale greca per andare a insegnare in una locale scuola italiana, ed entrava in un mondo sconvolto dalla guerra, dalla carestia e dalla fame, gli stessi drammi dei Promessi sposi, il romanzo che gli faceva compagnia nella traversata. Da allora la passione per l’opera di Manzoni non è mai venuta meno. Anche per gli Inni sacri, che non sono quasi mai in cima alle classifiche stilate dai critici letterari: «Non hanno nella storia della letteratura il posto che meritano. Forse solo La Pentecoste viene salvata».
Gli Inni sacri (La Risurrezione, Il Nome di Maria, Il Natale, La Passione, composti fra il 1812 e il 1815, e La Pentecoste, terminato nel 1822) sono presentati dalla critica come una svolta fondamentale nell’itinerario artistico di Manzoni: abbandonati i modelli neoclassici, la retorica montiana e quella della tradizione letteraria del primo Ottocento, Manzoni fa «un’altra cosa», spiega, ad esempio, Sapegno: «D’ora in poi non tanto gli importa il modo di dire, quanto la sostanza delle cose che dice». Questa svolta “contenutistica” secondo Cancogni non è però di nocumento alla bellezza dei versi. «Tutt’altro», osserva lo scrittore, che abbiamo raggiunto in quel di Marina di Pietrasanta, in Versilia, dove vive: «Sono poesie splendide».
Gli abbiamo chiesto di parlarci del Natale, che Manzoni scrisse nel 1813.

Anche Il Natale, professore, fa parte degli Inni meno amati dalla critica…
MANLIO CANCOGNI: Ma è così imprescindibile, in fondo, il giudizio dei critici? Mica sono infallibili… Usano spesso sovrastrutture, magari ideologicamente coerenti e giustificabili dal loro punto di vista. Io invece penso che basta provare a leggere un paio di volte le strofe di questo inno per restare impigliati nella sua bellezza. L’inizio, per esempio, è un piccolo catechismo in versi: «Qual masso che dal vertice…». L’uomo, come un macigno crollato da una vetta, giace schiacciato dal peso del peccato originale, e non può e non sa risollevarsi da solo. Anche soltanto per quest’inizio varrebbe la pena che ai bambini, e non solo ai bambini, si leggesse Il Natale.
Perché?
Innanzitutto perché anche solo ricordare che il Natale non è esclusivamente una festa di Babbi in barba bianca e regali, è una cosa buona, non trova? E che quel bambino è venuto per salvarci la vita… In quest’inno ci sono il peccato e la grazia, la caduta e la redenzione. È difficile, negli stessi anni in cui Manzoni lo compone, ma pure in quelli successivi, trovare poesie, anche di autori cristiani, che sappiano così armoniosamente cantare queste cose. Il Natale è l’evento di Dio che si fa piccolissimo, che prende un corpo e un’anima, che respira e muove gli occhi e le mani come noi: «Le avverse forze tremano / Al batter del suo ciglio»: che tenerezza quest’immagine! Dio è un neonato che spalanca gli occhi sul mondo. «Al batter del suo ciglio»: quando leggo questo settenario, prevale in me una sensazione di dolcezza davanti alla Sua inermità piuttosto che di trepidazione di fronte alla sovrumana potenza di Dio. Eppure questi due versi sono capaci di far scaturire entrambe le sensazioni. «All’uom la mano Ei porge…». Dio tende la mano all’uomo che non sa sollevarsi e non sa nemmeno chiedere perdono.
Non sa a chi chiedere perdono…
Perché «il Santo» era stato, fino a quel giorno, «inaccessibile» per il peccato originale. Qui Manzoni echeggia san Paolo, che nella Lettera a Timoteo parla di Dio come del «solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo». Dio ha incominciato a essere uomo quando Maria dice «sì» all’angelo: in quel momento inizia a essere anche uomo, prima era solo Dio. Poi si rende visibile: «Ecco ci è nato un Pargolo, / Ci fu largito un Figlio». Dio diventa accessibile, i suoi piccoli occhi incominciano a muoversi per cercare i nostri, le sue minuscole mani iniziano a protendersi verso le nostre, per salvarci, e l’uomo, che fino a quel momento non sapeva a chi poter dire «perdona», adesso può incominciare a farlo, ora sa a chi può chiedere perdono. Non ha più paura di Dio: come si fa ad avere paura di un bambino indifeso, disarmato?
Alessandro Manzoni, in una fotografia, a 85 anni

Alessandro Manzoni, in una fotografia, a 85 anni

Arrivano infatti subito immagini di dolcezza: Dio prova pietà e tenerezza per l’uomo schiacciato dal peccato…
Sì, proprio di dolcezza: «Stillano mèle i tronchi», i tronchi stillano miele. È un’immagine forse mutuata da Gioele – «Stillabunt montes dulcedinem», i monti stilleranno dolcezza (3, 18) –, o dalla quarta Egloga di Virgilio – «Durae quercus sudabunt roscida mella», le dure querce suderanno miele rugiadoso. Poi, c’è la figura del fiore: «Ivi germoglia il fior». Come in Ambrogio, quando, nell’inno In nocte natalis Domini, dice: «Verbum Dei factum est caro / fructusque ventris floruit», il Verbo di Dio si è fatto carne e il frutto del grembo fiorì. O in Bernardo, nei Sermones de adventu Domini: «Virginis alveus floruit… inviolata, integra et casta Mariae viscera… florem protulerunt», l’alveo della Vergine fiorì, le viscere caste e intatte di Maria partorirono un fiore. A queste espressioni faceva riferimento anche Dante quando, nell’ultimo canto del Paradiso, parla della Rosa dei beati: «Nel ventre tuo si raccese l’amore / per lo cui caldo ne l’etterna pace / così è germinato questo fiore». Quanta ricchezza!
Più avanti, Manzoni descrive Maria che depone il bambino nella mangiatoia.
La chiama «Mira madre», la Mater admirabilis delle litanie, Maria, che «in poveri / Panni il Figliol compose, / E nell’umil presepio / Soavemente il pose». È Manzoni stesso ad annotare l’adesione al dettato evangelico di Luca 2, 7: «Et pannis eum involvit, et reclinavit eum in praesepio», lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia. L’ultimo verso di questa strofa allude con bella delicatezza alla verginità della Madonna: Maria si china davanti a Gesù: «E l’adorò: beata! / Innanzi al Dio prostrata, / Che il puro sen le aprì». Subito dopo si spalanca la parte che amo di più di tutto l’inno.
L’annuncio ai pastori?
Sì, e tutta la scena finale. L’angelo non si rivolge alle «vegliate porte», alle porte chiuse dei potenti, ma appare ai «Pastor devoti, / Al duro mondo ignoti», quasi cancellati dalla vita per la superbia di quei potenti. L’angelo annuncia ai più piccoli la nascita del Bambino. All’immagine, con cui si apre l’inno, del peso del peccato che trascina in basso, segue quella del volo degli angeli, con la loro leggerezza, la loro graziosa e musicale letizia: «E accesi in dolce zelo, / Come si canta in cielo, / A Dio gloria cantar». «Come si canta in cielo»: questo verso non ricorda forse il «come in cielo così in terra» del Padre nostro? Da quel momento anche sulla terra si sarebbe potuto incominciare a lodare Dio come facevano gli angeli. Perché Dio era là, il Re del Cielo vagiva in una mangiatoia e si mostrava a «que’ fortunati». Gli angeli poi se ne tornano al firmamento, se ne tornano cantando «l’allegro inno». Anche questo «allegro», come è bello! «Bellissimo e nuovissimo», lo giudicò Giuseppe De Robertis, sottolineandone l’etimo latino alacer, cioè festoso, gioioso. È «l’ineffabile allegrezza» dei beati che Dante racconta nel XXVII del Paradiso. Ora di quella allegrezza beata si sentiva il suono anche sulla terra, su quel nascosto lembo di mondo in cui Dio volle farsi bambino.
«Dormi, o Fanciul, non piangere…»: ci si rivolge a Dio come a un figlio…
Le ultime due strofe sono una preghiera e una ninna-nanna: il poeta invita Dio, il Re «nella polve ascoso» che il mondo non conosce, a sostare ancora «in quell’umil riposo». A stare ancora là, ancora un poco. Non sono rime di circostanza. Non ho mai, leggendole, la sensazione di qualcosa di didascalico, fatto per obbedienza o scritto su commissione. Sono i versi vivi di un uomo proveniente da una storia particolare: un volterriano, uno spirito libero del Settecento diventato cristiano. Un illuminista, un democratico, un umanitario che a un certo punto trova tutte le sue idee di libertà e uguaglianza abbracciate da quel Bambino, che non gli chiede affatto di rinnegarle, ma che a queste idee astratte dona carne e sangue, cioè Sé stesso. Ecco, leggendo questi versi, mi commuovo ancora oggi, mi sorprendo a guardare quel Bambino che nasce con una tenerezza che cresce sempre più con gli anni.


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