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NOVA ET VETERA
tratto dal n. 11 - 2010

Archivio di 30Giorni

C’è natura e natura


Non si tiene presente la distinzione tra natura e grazia perché, a monte, si confonde la natura creata integra da Dio all’origine e la natura attualmente ferita dal peccato. Dialogo con il patrologo Nello Cipriani


Intervista con Nello Cipriani di Lorenzo Cappelletti


<I>La cacciata dal Paradiso terrestre</I>, particolare dell’Annunciazione, Beato Angelico, 
Museo del Prado, Madrid

La cacciata dal Paradiso terrestre, particolare dell’Annunciazione, Beato Angelico, Museo del Prado, Madrid

In occasione della pubblicazione del volume I cattolici e la società pluralista. Il caso delle “leggi imperfette” (la cui ampia recensione, a firma di Massimo Borghesi, è apparsa in 30Giorni, n. 2, febbraio 1997), abbiamo pensato di ritornare a intervistare padre Nello Cipriani, docente presso l’Istituto patristico Augustinianum e autore di uno dei contributi più interessanti compresi nel volume citato. Il dialogo, incentrato inizialmente sul modo con cui sant’Agostino affronta il tema di quelle leggi civili che non coincidono con la legge naturale o addirittura la contraddicono, si è poi andato allargando a considerare la distinzione fra la natura umana, così come in origine fu creata da Dio, e la natura attuale dell’uomo: quella natura «ferita, piagata, danneggiata, rovinata», per dirla con sant’Agostino, che è quella con cui storicamente ci si trova a fare i conti a livello generale.

Quali furono le occasioni e i testi in cui Agostino affrontò il caso delle leggi imperfette?
NELLO CIPRIANI: In sant’Agostino non è che si trovi affrontato in modo specifico questo tema. Sono delle occasioni che permettono ad Agostino di parlare delle leggi e dell’atteggiamento dei cristiani di fronte alle leggi dello Stato. Ho trovato due testi di maggior interesse: uno nel De libero arbitrio, in cui Agostino parla del rapporto tra la legge eterna e quella temporale; e un altro nel libro diciannovesimo del De civitate Dei, quando parla dell’atteggiamento dei cristiani di fronte alle leggi dello Stato. In molti altri luoghi naturalmente, già fin dalle prime opere, parla della distinzione tra Stato e Chiesa. In un commento alla Lettera ai Romani, per esempio, afferma con forza che lo Stato deve rimanere estraneo ai dibattiti in seno alla Chiesa sulle questioni di ortodossia e di moralità. Il cristiano, da parte sua, deve considerarsi cittadino a tutti gli effetti, farebbe un grave errore se tentasse di sottrarsi alle leggi civili e alle autorità pubbliche. Ma farebbe un errore ancora maggiore se si rivolgesse allo Stato per risolvere questioni inerenti alla sua fede. Inizialmente, Agostino ha avuto idee molto chiare sulla distinzione. Poi, con la polemica donatista, suo malgrado fu costretto a prendere un po’ le difese di quell’intervento che c’era stato; peraltro contro la sua opinione. Infatti Agostino si era fatto promotore di una richiesta molto diversa dall’intervento che poi Onorio fece, come testimonia l’ Epistola 185. In un concilio di vescovi, tenuto nel 404, sant’Agostino con pochi altri si oppose alla tesi della maggioranza che pensava di chiedere all’imperatore una legge che sopprimesse del tutto l’eresia donatista. Egli voleva, più semplicemente, che si chiedesse la conferma della legge che l’imperatore Teodosio aveva promulgato contro tutti gli eretici, in maniera però che la grossa multa pecuniaria prevista da quella legge fosse inflitta non a tutti gli scismatici indiscriminatamente, ma solo ai responsabili delle violenze contro la Chiesa cattolica. Come si vede, una posizione nient’affatto intollerante e ispirata al principio della distinzione tra Stato e Chiesa.
Il suo contributo ha focalizzato l’utilità delle leggi imperfette, come espressione del fatto che non esiste coincidenza fra la civitas Dei e quella degli uomini e vi è perciò uno scarto fra la legge naturale e la condizione storica dell’uomo, contrassegnata dal peccato. Questa utilità non appare, evidentemente, laddove si limiti la considerazione delle leggi imperfette all’aborto e all’eutanasia. È chiaro che in questi casi effettivamente si pone un problema di perfezionamento delle leggi. Ma ci sono mille altri casi.
Io ho portato altri esempi: la libertà personale, l’adulterio, il concubinato…
... la stessa diversità fra matrimonio cristiano e matrimonio civile. Ora, mi sembra che in positivo questo discorso delle leggi imperfette lo si possa fare a partire dalla riformulazione di Agostino del concetto di popolo, della teoria dello Stato. Nel momento in cui Agostino critica la nozione di popolo in Cicerone, ne dà una in cui entra inevitabilmente la nozione di peccato cioè di male che deve essere tollerato come parte di una società che non è la civitas Dei.
Agostino vedeva nello Stato un’istituzione naturale, voluta da Dio, che ha una sua propria finalità che lo giustifica pienamente. E le leggi dello Stato, ugualmente, hanno una funzione positiva, che è quella innanzitutto di mantenere la pace, la concordia, permettere insomma una convivenza pacifica.
Questo mi sembra importante, l’idea della giustizia è commisurata in un certo senso sulla pace sociale. Se vogliamo è una sua versione quasi utilitaristica.
Questa parola “utilità” ha un riscontro in quei testi del Digesto che ho citato nel mio contributo: «Il diritto civile non si allontana del tutto dal diritto naturale o delle genti, ma neppure obbedisce a esso sotto ogni aspetto». Ed è una parola usata da Agostino. Le leggi dello Stato non mirano a trascrivere la legge eterna. Almeno non per omnia. Mirano invece a tutelare ciò che è utile a tutti, ovvero alla maggior parte dei cittadini. Questo è il punto fondamentale. Agostino si è servito di questa nozione per dimostrare anzitutto che la definizione data da Cicerone dello Stato come società fondata sul consensus iuris in realtà non reggeva, non era vera; mentre era vera la seconda parte di quella definizione che voleva lo Stato fondato sulla comunione delle cose utili a tutti. Lo Stato, per Agostino, pone i paletti che consentono l’uso dei beni temporali a tutti i cittadini, per evitare che si danneggino a vicenda, favorendo così la concordia e la pace, nient’altro. Naturalmente nel far questo non si deve allontanare del tutto dalla giustizia. Però storicamente (e qui viene alla luce il realismo storico-politico di Agostino), si vive in una condizione di peccato, in cui gli uomini che accettano di sottoporsi alla giustizia di Dio, alla legge eterna, sono pochi. La maggior parte invece va alla ricerca del bonum privato, dell’utile, del vantaggio proprio, dell’interesse proprio. Lo Stato allora deve limitare necessariamente il suo compito alla salvaguardia della pace, regolando l’uso di beni che peraltro non sono solo materiali. Agostino riconosce come beni naturali non solo la proprietà ma anche la libertà, la famiglia, i figli, la salute: lo Stato deve tutelare tutti questi beni. Dunque lo Stato ha una grande funzione positiva da svolgere. Purtroppo nel passato (e ancora oggi) molti studiosi del diritto hanno accusato Agostino di non aver compreso la funzione positiva dello Stato. Tutto il contrario.
Funzione positiva che hanno anche le leggi imperfette...
Certo, le leggi civili riflettono la concezione che Agostino aveva dello Stato. Se lo Stato ha questa funzione molto concreta di favorire la concordia fra i cittadini, evidentemente le leggi civili devono riflettere, ispirarsi a questo principio.
Questa posizione di Agostino ha avuto nella storia del pensiero cristiano un seguito?
Credo che per rispondere a questa domanda basterebbe andare a vedere in Tommaso d’Aquino. Se non l’ha fatto lui, non l’ha fatto nessun altro. Io ho molta stima di Tommaso come lettore di Agostino. Lo ha criticato, certo, ha sottolineato la dipendenza di Agostino da Platone, però l’autore che nella Scolastica ha letto meglio e di più Agostino credo che sia proprio san Tommaso.
Non credo peraltro che nel Medioevo gli autori abbiano prestato attenzione a quest’idea, perché la situazione storica era completamente diversa: ormai non si viveva più in un mondo che da pagano stava diventando cristiano. Mentre Agostino conservava molto forte il senso dello Stato, in seguito si appannano un po’ le cose, la società diventa la società cristiana e la distinzione finisce. Per cui poi sono sorte tutte quelle idee, che vanno sotto il nome di agostinismo politico (che viene attribuito ad Agostino e invece non è suo), secondo le quali la Chiesa deve prevalere sullo Stato. Nel Medioevo sono state privilegiate alcune espressioni, che pur si trovano in Agostino, nelle quali sembra che all’imperatore venga affidato il compito di favorire la religione. Per esempio, nel libro quinto del De civitate Dei Agostino, parlando di Teodosio, fa l’elogio dell’imperatore cristiano. Questi sono i testi letti e valorizzati nel Medioevo, benché proprio nel De civitate Dei Agostino mostra di avere un’altra concezione. Nel Medioevo, però, non credo potessero cogliere quest’idea di Agostino, proprio perché non avevano più la sensibilità della distinzione.
Eppure l’utilità delle leggi imperfette dovrebbe mantenersi anche all’interno di una società cristiana. Il paradosso è che oggi, benché non ci troviamo più in una società cristiana, c’è come una difficoltà da parte della teologia contemporanea a confrontarsi con questo tema. Anzi, il problema sembra quello di avere leggi perfette. Non dipende questo da una sorta di indistinzione fra natura e grazia? Non è lì la radice dell’idea per cui la civitas Dei è come se dovesse dipendere in fondo dall’attuazione dello Stato “cristiano” e di leggi “cristiane”?
Direi che in Agostino non solo c’è la distinzione fra natura e grazia, ma anche quella fra natura integra, quale uscì dalle mani di Dio, e natura corrotta. Mi sembra che oggi non si accetta più il peccato originale ma si tende, come Rousseau, a presentare la natura allo stato integro. «La natura dell’uomo fu creata in origine senza colpa e senza nessun vizio; ma la natura attuale dell’uomo [natura ista, dice Agostino: codesta natura cioè che ha concretamente davanti a sé l’interlocutore], per la quale ciascuno nasce da Adamo, ormai ha bisogno del Medico, perché non è sana» (De natura et gratia 3, 3). Oggi c’è tutta una confusione che non solo rende difficile comprendere la distinzione fra natura e grazia, ma non aiuta a capire neppure la natura: quali siano le sue esigenze più vere e profonde e quali siano nella natura stessa quelle tendenze che sono frutto del peccato, dell’egoismo. Oggi si tende a ignorare e a passare sotto silenzio questa distinzione. Agostino, che è stato accusato di pessimismo perché ha parlato della natura corrotta, in realtà anche quando parlava della natura corrotta si preoccupava sempre di indicare la permanenza di beni naturali sempre validi anche in questa condizione di peccato. Anche in questa condizione l’uomo ha ancora degli appetitus, delle tendenze positive a conoscere la verità, a conservare la sua vita, la sua salute, anche ad avere un rapporto con gli altri di libertà: non di sottomissione, ma nemmeno di dominio. Ecco, queste tendenze naturali Agostino le riconosce sempre molto bene. E dice che sono tendenze positive che possono essere viziate. Il peccato consiste nel viziare queste tendenze positive che ci sono nell’uomo. Per cui anche nel peccato stesso, l’uomo, se va a fondo, se si conosce a fondo può trovare il gradino per risalire, perché trova il positivo. Questo discorso lo fa molto chiaramente nel De vera religione, considerando i tria vitia: la concupiscentia, il desiderio del piacere sensibile, non è altro che una deformazione dell’appetitus naturale buono della propria salute e della pace; la curiositas è la deformazione dell’appetitus cognitionis cioè della verità; e la superbia è la deformazione del desiderio della libertà. Ora è proprio questa capacità di riconoscere nell’uomo le tendenze positive della sua natura e le tendenze negative dovute al peccato che permette ad Agostino di riconoscere da una parte la validità del piano politico dello Stato e delle sue leggi, e dall’altra gli inevitabili limiti della giustizia in esso realizzabile.
Il compromesso sulle leggi imperfette viene giustificato, in genere, a partire dal quadro democratico odierno segnato dalla secolarizzazione. Un ragionamento di questo tipo presuppone che dentro una società di nome e di fatto cristiana non ci sarebbe bisogno di leggi imperfette.
Questa è un’idea che Agostino non ha mai avuto, che la società cioè possa essere cristiana, essenzialmente cristiana. Agostino non si illudeva. Certo, lui viveva ancora a un secolo dalla vittoria, diciamo così, del cristianesimo, ma non si illudeva affatto che la società sarebbe diventata tutta e perfettamente cristiana. Anzi, se si legge il De civitate Dei ci rendiamo conto che neanche la Chiesa è il Regno realizzato in terra; è ancora la società permixta di santi e peccatori. Questo realismo, che molti hanno accusato di pessimismo, consentiva ad Agostino di lasciare distinti i due campi, quello dello Stato e delle sue leggi e quello della Chiesa con la legge del Vangelo. Ancora oggi, invece, molti cattolici non hanno chiara questa distinzione, forse perché vengono da una tradizione diversa. E insisto che non hanno ben chiara la distinzione fra una natura integra, quella voluta da Dio (il disegno di Dio sull’uomo, le cui tracce si ritrovano nella stessa natura umana), e quella natura corrotta, ferita dal peccato, che l’uomo di fatto è. Mi sembra che anche all’interno della Chiesa molti intellettuali non tengano ferma questa distinzione. E non tenendo presente questo non tengono presente l’altra distinzione fra la natura e la grazia.
Si potrebbe dunque dire che, da una parte, una retta dottrina del peccato originale aiuta una realistica considerazione della convivenza civile e dunque una dottrina dello Stato, e dall’altra che una realistica considerazione della convivenza civile aiuta una retta concezione cristiana; o, detto in altri termini, che non è possibile guardare realisticamente le cose, per chi è cristiano, senza tener ferma la dottrina del peccato originale e viceversa.
A proposito del peccato originale, non c’è dubbio che oggi i teologi cattolici giustamente criticano alcuni aspetti della dottrina agostiniana sul peccato originale. Ma dalla critica di certe categorie al rifiuto totale della distinzione fra il disegno originale di Dio, che in qualche modo si trova inscritto nella natura umana, e quel carico di corruzione che la storia dell’uomo ha determinato ce ne corre. Io credo che sia valida la distinzione intuita da Agostino: una natura umana pura (non nei termini che la neoscolastica ha usato proprio contro Agostino) voluta da Dio, con delle tendenze, delle aspirazioni positive che però storicamente vengono deformate e divengono vitia. Questa distinzione è quella che ha permesso ad Agostino di avere una visione molto realistica dei rapporti tra Stato e Chiesa, del rapporto tra le leggi civili e la legge eterna.
Si potrebbe dire con un paradosso che questo pessimismo agostiniano, che rende pensabili le leggi imperfette, favorisce molto di più la libertà e la tolleranza rispetto a un ottimismo che ha la pretesa di far coincidere totalmente la legge civile con la legge naturale.
Sono perfettamente d’accordo. Credo che l’ottimismo esagerato sulla condizione umana sia un danno, sia fonte di intolleranza in campo politico tra cristiani e laici. I cristiani dovrebbero avere un sano realismo. Noi credenti sappiamo che Dio ha creato buone tutte le cose ma anche che alla creazione è seguito il peccato: questa è la sostanza della fede cristiana sull’uomo, che sa distinguere quello che all’inizio ha voluto Dio e quello che ha fatto l’uomo nella storia. Ritengo che tale distinzione possa essere di grande utilità nell’impegno politico e civile dei cristiani nella società.


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